Oltre l’esercizio fisico: il NEAT

Camminare di notte – Marek Langowski

L’importanza dell’attività fisica nell’ambito del mantenimento dello stato di salute e nella perdita di peso non è mai abbastanza sottolineata.

Fare movimento con costanza e regolarità è l’unico modo per raggiungere e mantenere un peso sano a lungo termine.

Le diete, da sole, alla lunga fanno ingrassare.

Affidarsi alla semplice restrizione calorica (tapparsi la bocca e smettere di mangiare) non è mai una buona idea se si vuole dimagrire correttamente, cioè perdere massa grassa.

Senza il movimento infatti, il nostro organismo perde anche massa muscolare quando ci si mette a dieta e questo comporta una riduzione del metabolismo per cui a un certo punto il dimagrimento cesserà.

Inoltre fare movimento apporta tutta una serie di benefici “extra”. È un vero e proprio farmaco senza effetti collaterali e dovrebbe entrare nelle buone abitudini di ciascuno, proprio come il lavarsi i denti la mattina. Muoversi riduce la pressione sanguigna, migliora il metabolismo degli zuccheri e dei lipidi, agisce favorevolmente sulla fitness cardiovascolare e abbassa il rischio tumorale. Inoltre migliora il tono dell’umore favorendo la produzione di endorfine.

Ma quando si parla di attività fisica si pensa sempre a qualcosa di pianificato e circoscritto nel tempo: andare a correre, prendere la bicicletta, passeggiare, nuotare. Tutte attività ovviamente da incrementare il più possibile ma che per forza di cose sono difficili da “gestire” nella frenetica vita moderna.

Sia chiaro è importantissimo riuscire a fare almeno 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana (questo consigliano le linee guida), ma c’è anche da considerare un altro aspetto, l’altra faccia della medaglia “movimento”. Quello che viene definito NEAT (non-exercise activity thermogenesis).

Il NEAT è tutto ciò che non è definibile strettamente come esercizio fisico: muoversi nel senso più lato del termine. Addirittura semplicemente stare in piedi fermi, ma più in generale quella serie di routine fisiche che si compiono (o si potrebbero compiere) ogni giorno per un numero di minuti ben maggiore rispetto a quella mezz’oretta (quando si fa) di esercizio programmato.

Rientra nel NEAT anche il cosiddetto “fidgeting“, termine inglese traducibile come “irrequietezza” tipico di alcune persone che “non stanno mai ferme”, si toccano i capelli, il viso, le gambe, si alzano e si siedono molte volte, compiono tutta una serie di piccoli movimenti involontari, e così via. Se ci fate caso gli obesi (in particolare i grandi obesi) sono…pacifici. E questo pare non essere un luogo comune.

L’aderenza ad un regime di esercizio fisico programmato è molto bassa nelle persone, mentre riuscire a stimolare la popolazione ad essere “irrequieta” sembrerebbe molto utile per aumentare il dispendio calorico giornaliero anche di molto. Piccoli movimenti ripetuti molte volte al giorno comportano una spesa energetica significativa e assolutamente da non sottovalutare. Si parla di aumenti pari a centinaia di calorie che possono fare la differenza.

Sottolineo e ripeto che l’incremento del NEAT non deve essere considerato come sostituto di una attività fisica ben pianificata, che va comunque intrapresa, ma potrebbe essere uno strumento ulteriore da aggiungere alla cassetta degli atrezzi per guadagnare salute in un mondo sempre più immobile.

Siate irrequieti!

Riferimenti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14692603

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15102614

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25841254

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La alimentazione mediterranea: dieta o modello?

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Sarebbe più corretto parlare di modello mediterraneo (MM) perchè la parola “dieta” è fuorviante. Il MM non è una dieta alla moda, non lo ha “inventato” nessuno.

Nessuno strano personaggio ha scritto un libro teorizzando i principi del MM.  Il MM non ha nulla a che fare con la Dieta a Zona, con quella Dukan, con la Tisanoreica o con la Dieta Lemme. Non è concepito per cominciare e finire tornando alle abitudini di prima, ma è un vero e proprio Stile di Vita che è stato OSSERVATO.

Il primo osservatore fu il biologo Ancel Keys che nei primi anni del dopoguerra notò come l’incidenza di malattie cardiovascolari fosse molto più bassa in Grecia rispetto a quella degli Stati Uniti. La prima ipotesi che gli venne in mente fu che questa differenza dipendesse dalla abitudini alimentari dei due paesi.

Per verificare la sua intuizione fece partire uno studio che mise a confronto gli stili alimentari di 7 paesi: Finlandia, Olanda, Grecia, Italia, Jugoslavia, Giappone e Stati Uniti. Il “Seven Countries Study” (così divenne famoso nel tempo) confermò le sue ipotesi e ad oggi la mole di studi che avvalora le prime osservazioni di Keys è enorme.

Il MM è attualmente lo stile alimentare migliore per la prevenzione di malattie non trasmissibili (le cosiddette malattie del “benessere”) come quelle cardiovascolari, alcuni tumori, diabete, obesità, ipertensione, problemi digestivi, ecc. Va bene per tutte le età, per i sani e i malati e per tutte le popolazioni del mondo.

E’ molto importante sottolineare come il MM non sia necessariamente legato a particolari alimenti (per esempio l’olio extra vergine di oliva). Altrimenti non sarebbe un modello che può essere riprodotto anche in paesi lontani da quelli del bacino mediterraneo. E infatti ad uno sguardo più attento si potrà notare come, per esempio, il Giappone oggi sia il paese più aderente alle “regole” del MM. I giapponesi sono la popolazione più longeva del mondo, ma non conoscono l’olio extra vergine di oliva e non sono abituati a mangiare pastasciutta. Però seguono dei principi base che contraddistinguono il MM.

Vediamoli.

Prima di tutto, il “principio 0”: è’ il totale che conta. Non ci sono cibi buoni o cattivi, ma c’è uno stile di vita buono o cattivo.

La bontà di quello mediterraneo in particolare consiste in:

  1. Alimentazione frugale, composta da piccole porzioni e adeguata al fabbisogno energetico di ognuno. Ciò significa che per prima cosa chi segue davvero il MM non è sovrappeso.
  2. Tanta attività fisica. Costante movimento, senza eccessi, ma regolare nel tempo. Prevalentemente aerobico.
  3. Utilizzo prevalente di cibi vegetali, ricchi di fibra come cereali integrali, legumi, verdura, frutta e semi oleosi.
  4. Pochissimi prodotti animali, prevalentemente pesce, latte o yogurt, uova, carni bianche.
  5. Apporto scarso, molto scarso, di carni grasse e salumi/formaggi.
  6. Quasi niente dolci.

Tutto ciò si traduce dal punto di vista nutrizionale in una alimentazione con poco colesterolo e grassi saturi, molti grassi insaturi, molta fibra (circa 30g al giorno), poche proteine (10-15% delle calorie totali), circa il 30% di grassi totali e il 55-60% di carboidrati (di cui zuccheri e quindi dolci al massimo un 10-15%).

Nulla è proibito quindi, ma tutto è in equilibrio. Ogni alimento ha le sue giuste porzioni e le sue corrette frequenze di consumo.

Il MM è universale, ma quasi nessuno lo segue più. Spesso si sente parlare di dieta mediterranea e la si definisce come “ricca di” pasta, pane, olio, vino, ecc. Nulla di più sbagliato. La dieta mediterranea è una dieta “povera di”!! E’ una dieta frugale e quasi vegana.

Se volete uno schema di massima, qui  e qui ne abbiamo già parlato.

E ricordate: è la somma che fa il totale.

Riferimenti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=((mediterranean+diet+AND+Review%5Bptyp%5D))

http://www.piramideitaliana.it/

http://nut.entecra.it/648/linee_guida.html

http://sapermangiare.mobi/

www.fondazionedietamediterranea.it

http://www.dietamedunesco.it/dieta-mediterranea/la-dieta-mediterranea-unesco

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Questo cibo è cancerogeno

Cosa si intende VERAMENTE quando si afferma che un alimento è cancerogeno? Nella percezione comune (anche perché spesso siamo male informati dai media) tendiamo a farci un’idea “tutto o nulla” dell’alimento incriminato e di solito lo eliminiamo dalla nostra alimentazione come se anche solo la sua vista potesse procurarci di certo la malattia.

Di norma i cibi che riteniamo buoni o cattivi rientrano in una “cornice” cognitiva che ci siamo già creati in precedenza, una sorta di recinto all’interno del quale mettiamo tutte le nostre convinzioni, tutto ciò che ci fa star bene perché la abbiamo sempre pensata così. La nostra visione del mondo insomma. Una specie di zona sicura che rispecchia le nostre idee preconcette, che magari può anche essere sbagliata, ma che è estremamente difficile da scardinare perché mantenere lo status quo rilassa, cambiare opinione crea ansia.

Ma in nutrizione (come in un sacco di altri campi) non è tutto bianco o nero, esistono molte aree grigie, molte sfumature.
E così è quando si parla di alimenti cancerogeni.

Lo IARC l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha prodotto nel tempo (per la precisione dal 1971) delle liste di sostanze per le quali si sono accumulati studi di laboratorio su animali o epidemiologici sull’uomo.

A seconda della forza delle evidenze di tali studi, le sostanze vengono classificate in quattro gruppi:

  • Gruppo 1: agenti sicuramente cancerogeni per l’uomo (circa 113 sostanze).
  • Gruppo 2A: agenti probabilmente cancerogeni per l’uomo (66 sostanze)
  • Gruppo 2B: agenti possibili cancerogeni per l’uomo (circa 265 sostanze)
  • Gruppo 3: agenti non classificabili come cancerogeni per l’uomo (circa 505 sostanze)
  • Gruppo 4: agenti probabilmente non cancerogeni per l’uomo (1 sola sostanza)

E poi c’è la maggior parte dei composti (milioni) che ingeriamo ogni giorno che non è neppure stata studiata! O che magari è “sotto osservazione” e ancora non entra in classifica per la scarsità degli studi sull’uomo. Fra questi, moltissimi saranno certamente cancerogeni ma ancora non lo sappiamo.

È importante capire che i gruppi IARC NON vanno considerati come gruppi di rischio. Le sostanze presenti nel gruppo 1 non sono cancerogeni più potenti di quelle del gruppo 2. È solo che per il gruppo 1 ci sono molti più studi e più robusti che ne dimostrano la cancerogenicità. Allo stesso modo all’interno di uno stesso gruppo due sostanze prese a caso non hanno la medesima “forza” nel produrre un danno tumorale. Una potrebbe essere un cancerogeno più debole di un’altra. Stanno nello stesso raggruppamento solo perché entrambe sono state studiate per molto tempo e più approfonditamente.

Ed è per questo motivo che esistono in commercio anche sostanze appartenenti al gruppo 1: il fatto di ingerire tali sostanze non significa assolutamente che l’insorgenza di un tumore sarà certa, ma che il rischio (la probabilità) sarà tanto più elevato quanto più spesso e in elevati dosaggi consumeremo tale composto! Ma ogni sostanza possiede una SUA frequenza di esposizione e un SUO dosaggio limite al disopra del quale si rischia di più.

Il tutto si riassume nel motto “è la dose (e la frequenza) che fa il veleno“.

Facciamo qualche esempio:

  • Il fumo di tabacco è nel gruppo 1, tutti sanno che è un fattore causale per il cancro al polmone, ma certamente per chi riuscisse fumarsi una sigaretta alla settimana l’aumento del rischio sarebbe molto basso.
  • Il vino (anche quello rosso si) contiene un cancerogeno del gruppo 1, l’etanolo. Ma un piccolo bicchiere di vino a pasto (se non si hanno particolari fattori di rischio) non aumenta significativamente il rischio tumorale.
  • Anche la carne trasformata (salumi, carni in scatola, wurstel ecc.) è stata recentemente inserita nel gruppo 1, ma anche qui si deve valutare dose e frequenza di consumo. Le nostre linee guida parlano di non superare i 100g settimanali per minimizzare il rischio (non solo tumorale in questo caso ma anche cardiovascolare).
  • La frittura sta nel gruppo 2A. Probabile cancerogeno per l’uomo. Una frittura ogni tanto non si nega a nessuno però.
  • Il caffè contiene limonene, cancerogeno per i ratti.
  • Il basilico, metileugenolo. Idem come sopra.
  • Molta frutta e verdura contiene sostanze “strane”. Per esempio le poliammine nell’arancia. Non per questo dobbiamo smettere di mangiare arance.
  • La cottura ad alte temperature produce composti cancerogeni. Ma non si muore se si mangia una grigliata ogni tanto.
  • L’olio di palma attualmente non rientra in nessuna lista. 😉

L’elenco potrebbe continuare a lungo perché un sacco di sostanze hanno queste caratteristiche. Dato che siamo continuamente esposti a sostanze potenzialmente cancerogene, non ha senso preoccuparci di tutto ciò che ingeriamo.

Sarà molto difficile introdurre troppo basilico per molto tempo nella nostra dieta, ma bisogna tener conto che sarà molto più facile esagerare con i salumi o col vino.

Quindi, semmai dobbiamo concentrarci su ciò che possiamo rischiare di introdurre in alte dosi e per molto tempo e che è stato condannato in terzo grado dalla scienza. I semplici sospettati e addirittura i non raggiunti neppure da un avviso di garanzia, non devono farci paura.

Una cosa curiosa su cui riflettere: siamo molto più esposti a agenti cancerogeni di origine naturale, ma abbiamo più paura di quelli sintetizzati chimicamente dall’uomo. Non c’è una ragione logica o scientifica per questa cosa, ma è un moto istintivo. I pesticidi ci fanno più paura dell’alcol nonostante siamo molto più esposti a quest’ultimo. O ai salumi.
Il messaggio pratico da portare a casa? 

Variate spesso le vostre scelte a tavola per minimizzare l’assunzione di prodotti potenzialmente pericolosi. Evitate gli integratori se non c’è necessità. Non fumate. Se vi piace bere alcolici, bevete poco, molto poco, altrimenti evitate perche il vino non fa bene come abitudine. Non esagerate con il consumo di carni e state attenti a non carbonizzare gli alimenti (sopratutto quelli animali). Basate la vostra alimentazione su cibi di derivazione vegetale e cercate di non ingrassare e di fare movimento….si questo non viene mai sottolineato abbastanza: ingrassare ed essere sedentari è cancerogeno.

Riferimenti

http://monographs.iarc.fr/ENG/Preamble/index.php

http://monographs.iarc.fr/ENG/Classification/

http://www.cancer.org/cancer/cancercauses/othercarcinogens/generalinformationaboutcarcinogens/known-and-probable-human-carcinogens

http://www.airc.it/prevenzione-tumore/per-tutti/codice-europeo-contro-il-cancro/

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La vigilia di Natale

La vigilia di Natale (Julaftonen) (1904-05), acquerello del pittore svedese Carl Larsson (1853-1919)
La Vigilia di Natale nella tradizione cristiana e per la Chiesa Cattolica celebra la venuta di Dio e il suo ingresso nella Storia del Mondo. E’ (in teoria) una giornata di preghiera e di Veglia in cui i fedeli si riuniscono e aspettano la venuta di Cristo. Non è quindi una giornata di “festa” come invece è la celebrazione del Natale.
 
Sul fronte “alimentare”, nel 1966 Paolo VI con la Costituzione Apostolica Paenitemini limitò il precetto del digiuno al Mercoledì delle Ceneri e al Venerdì Santo, e quello dell’astinenza dalla carne a tutti i venerdì dell’anno.
Paolo VI abolì di fatto la norma riguardante le VIGILIE in vigore con il precedente Codex Iuris Canonici del 1917 che prescriveva astinenza dalla carne e digiuno nelle vigilie delle solennità di Pentecoste, dell’Assunta, di tutti i Santi e del Natale.
 
In seguito nel 1994 la Cei (Comunità episcopale Italiana) ha aggiunto che nei giorni di astinenza, non è proibito consumare pesce, uova e latticini, ma sono vietati, oltre alla carne, cibi e bevande che a “un prudente giudizio sono da considerarsi come particolarmente ricercati o costosi”.
 
Secondo queste fonti quindi pare che la Vigilia di Natale non sia proibito nulla. (a meno che non capiti di venerdì).
 
Rimane un invito alla moderazione.
Un tempo si faceva la fame tutto l’anno ed era quindi condivisibile e giustificato fare qualche pazzia ogni tanto.
Oggi siamo sovrastati dal cibo ogni giorno. Abbuffarsi non è più necessario, tanto meno per il fedele che vuole rispettare il vero significato della Vigilia.
 
Buon natale. 😉
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Le merendine e i dolci della mamma

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Qui si parlava di superfood.

Secondo voi questa ricetta è supersana?

http://www.humanitasalute.it/dieta-e-alimentazione/52196-pancake-miele-banane-la-ricetta-marco-bianchi-proteggere-naso-gola/

Veramente il miele fa bene alla tosse e la banana previene il raffreddore?

E poi qual è la porzione di questo dolce? Quella che si vede in foto? Minchia!

Può esistere un cibo salutare senza specificare quanto se ne deve mangiare e quanto spesso?

Avete idea di quante calorie e quanti zuccheri contenga questa genuina e sana ricetta?

Aiuta all’educazione di mamme e bambini un “servizio” del genere?

Oggi sono in vena di domande, ma vi posso dire che la dicotomia “cibo fatto in casa=sano” e “cibo industriale=malsano” è totalmente priva di senso.

E’ la dose che fa il veleno: molto, ma molto meglio una merendina rispetto a un “mostro” dolce come quello descritto nell’articolo.

La merendina ha il pregio di essere già porzionata e avere una etichetta nutrizionale da cui trarre informazioni sui nutrienti e calorie.

Il dolce fatto in casa manca di tutto ciò ed è complicato da “gestire” sopratutto per i bambini.

Il timore di “sostanze strane” come gli additivi nei cibi industriali è immotivato. Gli additivi sono severamente regolamentati e usati nelle quantità minime necessarie per garantire la freschezza e la fragranza del prodotto. E in quelle dosi sono totalmente innocui. Fra l’altro non tutti i prodotti hanno additivi aggiunti.

Dal punto di vista nutrizionale, se mettessimo a confronto una torta, un ciambellone o una crostata fatta dalla mamma con un qualunque prodotto dolciario industriale quest’ultimo vincerebbe il confronto. A parità di peso 100g di torta casalinga sono sicuramente più “pesanti” e calorici di qualunque merendina.

E’ vero che si può abusare anche dei dolci industriali, ma è molto più facile farlo con quelli casalinghi. Le mamme infatti, con la scusa che è fatto in casa e quindi sano, tendono ad abbondare con le dosi e i risultati si vedono: i bambini italiani sono fra i più obesi d’Europa.

Ricordo che le calorie contano ancora, sebbene c’è chi voglia farci credere che non è così. E il sovrappeso è il principale determinante delle malattie cardiovascolari, metaboliche e tumorali.

Pensateci prima di dare al vostro bimbo mezzo chilo di torta genuina.

Riferimenti

http://www.eufic.org/article/it/expid/basics-additivi-alimentari/

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“L’olio di palma è ovunque!” (una simulazione)

Gran parte della campagna contro l’olio di palma è incentrata sulla seguente affermazione:

“l’olio di palma è dappertutto e non lo possiamo evitare, per questo ne abusiamo e conseguentemente introduciamo troppi grassi saturi (e contaminanti di processo, cancerogeni) che fanno male alla salute”

A dire il vero questa affermazione è una delle più circostanziate e “ragionate” perchè esiste anche quella che dice “l’olio di palma fa male e basta, perchè è di palma, a prescindere!”, che mi sento a priori di eliminare dalla discussione in quanto abbastanza debole: non esistono le molecole di olio di palma. I suoi grassi non hanno un marchio stampato sopra con scritto “derivante dalla palma da olio”. I grassi sono grassi, costituiti da atomi di carbonio, idrogeno e ossigeno disposti in una certa maniera nello spazio (che adesso non è importante approfondire).

Perciò tralasciamo questa obiezione per non fare un torto ai lettori e proseguiamo.

Dicevamo: l’olio di palma è ovunque.

Ma….è davvero così? voglio mostrarvi che sono i nostri comportamenti, le nostre abitudini a rendere sana o meno la nostra alimentazione, non le cattive industrie alimentari, le grandi multinazionali.

Per questo è inutile bandire dal commercio un grasso che, come TUTTI gli alimenti è NEUTRO nei confronti della nostra salute. Tutto dipende infatti dalle quantità e dalle frequenze di consumo.

La disponibilità al consumo NON implica il consumo. E’ una potenzialità.

Ma c’è di più, far credere che sia l’olio di palma intrinsecamente a far male può far scattare un meccanismo cognitivo tale da far considerare automaticamente “buono” tutto ciò che non lo contiene. E così nascono i biscotti “palm free” ma con le medesime calorie e la stessa quantità di zuccheri (se non di più). Siamo in grado di dire quante persone hanno aumentato il consumo di prodotti da forno senza palma perchè ora pensano siano più sani? Non lo sappiamo, ma secondo me il numero non è così basso.

Ma arriviamo  al punto. Attraverso il sito ufficiale del CRA NUT (www.sapermangiare.mobi) mi sono divertito a compilare una giornata alimentare basata sul mio fabbisogno e risultati sono i seguenti:

Questa è la ripartizione dei nutrienti:

  • Proteine 86,6g
  • Grassi totali 79,8g di cui saturi 20g circa (calcolati da me, fidatevi)
  • Carboidrati 341,4g

Questi invece sono i cibi consumati:

Ci sono circa 79,8g di grassi totali di cui una ventina saturi, cioè il 7,4% delle calorie totali (le raccomandazioni dicono di stare sotto il 10% e ci siamo).

Quanti di questi grassi saturi derivano da olio di palma?

Beh SOLO quelli dei frollini per la colazione (in effetti oggi sugli scaffali non si trovano quasi più prodotti con olio di palma, ma facciamo finta di aver fatto questo conto un anno fa): prendendo come esempio i galletti del Mulino Bianco, in 50g di biscotti ci sono (c’erano) 4,65g di grassi saturi, quasi tutti da olio di palma (a voler fare i pignoli infatti qualcosa viene anche dal latte presente nella ricetta, ma lasciamo perdere).

Tutti gli altri cibi non contengono “nativamente” olio di palma.

Ma come? il palma non era ovunque?

Forse è ovunque in coloro che mangiano da schifo? Forse abusa di olio di palma (ma anche di grassi in generale, di zuccheri, sale e calorie) chi comincia a colazione a mangiar biscotti (spesso troppi), prosegue a metà mattina mangiando crackers, va avanti a pranzo mangiando pasti preconfezionati con aggiunta di grassi vegetali come il palma, fa merenda con pane e Nutella e finisce con una bella merendina dopo cena?Forse che l’olio di palma in questo caso non c’entra nulla, ma c’entra molto la nostra diseducazione alimentare? Forse.

Comunque sia nella mia personale giornata alimentare, il palma dei biscotti incide (incideva) per un 5,8% sul TOTALE dei grassi della dieta e per il 23,5% sul totale dei grassi SATURI.

Facendo lo stesso conto oggi coi nuovi Galletti palm free abbiamo questi risultati:

1,1g di saturi (da olio di girasole in questo caso) per la porzione di biscotti, invece di 4,65g (3,55g in meno). Perciò i saturi totali sono scesi da 20 a 16,45. I grassi totali invece sono rimasti invariati perchè sono scesi i saturi ma sono aumentati gli insaturi in pari misura.

La nostra nuova dieta priva di olio di palma ha il 6,1% di grassi saturi anzichè il 7,4%.

Un 1,3% in meno!!

Un successone non c’è che dire. 

(È la somma che fa il totale)

 

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La percezione del rischio alimentare

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L’infografica in basso sintetizza efficacemente la percezione del rischio legato al cibo e alla alimentazione, cioè il modo in cui noi valutiamo le probabilità che un alimento o un processo collegato ci possa creare un danno (immediato o dilazionato nel tempo).

Si può notare come la “piramide delle opinioni correnti” (a sinistra) metta al primo posto i pesticidi e i pericoli “chimici” in genere (additivi).

La piramide dell’evidenza scientifica invece, dice tutt’altro.

Al primo posto in assoluto vengono le nostre azioni: il mangiar troppo (anche troppi cibi “sani”) e lo stile di vita in genere (per esempio la scarsa attività fisica).

Sono queste le cose che ci fanno ammalare di più.

Ingrassare e fare poco movimento producono “pesticidi interni” (sostanze infiammatorie, aumento della produzione di radicali liberi, ecc.) che hanno un peso di gran lunga maggiore rispetto a quelli “esterni” sul nostro rischio di ammalarci.

Pensateci la prossima volta che mangiate TROPPO biologico e a Km0.

😉

Credit

 

Riferimenti

https://www.efsa.europa.eu/it/press/news/mb060207

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Uno studio scientifico non fa primavera

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Allego un post di Andrea Ghiselli (medico nutrizionista del CRA NUT e fantastico divulgatore) dove viene spiegato che citare studi scientifici a casaccio non fa la scienza, che esistono articoli non peer reviewed (cioè non valutati dalla comunità scientifica), che anche quelli che lo sono possono essere…inutili, che anche quando sono utili non significa che dicano cose corrette, ma vanno semplicemente a fare “volume” assieme a tanti altri lavori che concorreranno ad una valutazione finale attraverso “studi di studi” che si chiamano revisioni sistematiche da cui poi verranno estrapolate le linee guida così spesso snobbate perchè non aggiornate e non allineate alle ultime “scoperte”.

http://forum.corriere.it/nutrizione/16-11-2016/birra-e-colesterolo-2925591.html

Quindi, lezioncina pedante finale: non date ascolto a tutto ciò che vi passa sotto il naso (sopratutto sui social) quando si parla di scienza.

Il lavoro di organizzazione, catalogazione, controllo, valutazione di tutti i lavori che girano attorno ad un argomento è lungo e laborioso.

Uno studio non fa primavera. Attenetevi semmai alle linee guida ufficiali che sono le uniche adeguatamente robuste da poter essere considerate “vere”.

Le nostre linee guida nutrizionali le trovate qui:

http://nut.entecra.it/648/linee_guida.html

Inoltre leggete questo articolo del collega Maurizio Tommasini che spiega in maniera perfetta cosa sono gli studi scientifici e come vanno valutati:

Studi scientifici, alimentazione e miracoli

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La cottura

Raw! Crudo! Sarà questa la nuova frontiera del senza? In fondo è sempre un eliminare qualcosa, in questo caso la cottura.

Non so se è una mia impressione, ma ho cominciato a notare sempre più prodotti con questo claim. Crudo o trattato a bassa temperatura sembra essere un valore aggiunto anche senza arrivare agli eccessi (leggasi disturbi dell’alimentazione) dei crudisti. Ma ha un senso? No.

Non c’è motivo di credere che seguire una alimentazione totalmente a base di cibi crudi sia più sano. In effetti nessuna popolazione al mondo lo fa.

Gli esseri umani usano la cottura per: 1. rendere commestibili i cibi (per esempio i cereali) 2. renderli più digeribili 3. apprezzare sapori e aromi nuovi 4. come conseguenza, risanare gli alimenti ed eliminare virus e batteri pericolosi

C’è chi dice che la cottura riduce il valore nutrizionale dei cibi, ma questo se mai avviene, lo fa in misura molto limitata.

Il micronutriente che si perde maggiormente in cottura è la vitamina C, ma questo non è importante poiché la fonte di questa vitamina è la frutta che consumiamo cruda (fra parentesi non è per nulla necessario consumare limone ai pasti, è sufficiente qualunque frutto).

I crudisti affermano anche che cuocendo i cibi perdiamo i “preziosi enzimi” che essi contengono dimenticando (che distratti) che i preziosi enzimi vengono comunque distrutti dalla acidità del nostro stomaco e che non servirebbero a nulla anche se riuscissero a superarla dato che non sono enzimi adatti alle nostre reazioni metaboliche.

Cuocere carne, pesce, uova è una operazione importante dal punto di vista igienico perchè riduce il rischio di tossinfezioni alimentari (sopratutto nei bambini, negli anziani, negli immunodepressi e nelle donne in gravidanza)

Alcuni tipi di cottura (in forno, frittura) comportano, è vero, la formazione di sostanze pericolose dai carboidrati, come l’acrilammide. E’ possibile evitare o limitare la sua formazione interrompendo la cottura prima che l’alimento o le sue parti assumano colore marrone scuro o nero.

Insomma come al solito ci inventiamo espedienti superflui e ci complichiamo la vita inutilmente.

Fra l’altro rinneghiamo la nostra stessa storia evolutiva. L’invenzione del fuoco e la scoperta della cottura rappresentano un passo importantissimo dell’evoluzione di Homo sapiens. Ancor più del passaggio da una dieta frugivora ad una contenente anche carne. Cuocere, come abbiamo visto, vuol dire anche estrarre più energia dai cibi permettendo all’individuo di avere più chances riproduttive e di “dirottare” le energie verso qualcosa di più intellettualmente proficuo che non il ruminare tutto il giorno per cercare di sopravvivere con radici, tuberi e foglie.

Insomma, cuocere ha contribuito a farci diventare più “intelligenti”. Ma noi facciamo in modo di non farlo sapere a nessuno tornando indietro ogni giorno con queste stupidaggini new age. ☺️

Vi lascio qualche notizia sui vari tipi di cottura e un link ad un articolo del collega Maurizio Tommasini che spiega meglio di me l’argomento e che cita fonti scientifiche importanti. http://www.mauriziotommasini.it/cottura-crudismo-evoluzione/

Lessatura Significa immergere gli alimenti in acqua e portarli a 100 °C (120°C circa se in pentola a pressione). Una parte delle vitamine viene distrutta, e una parte dei minerali passa nell’acqua di cottura. Le temperature che si raggiungono con la bollitura permettono di distruggere i batteri, ma non le loro spore e alcune tossine,

Cottura a vapore E’ molto simile alla lessatura, ma non c’è immersione in acqua dell’alimento, quindi non ci sono perdite di nutrienti. Anche le caratteristiche organolettiche (consistenza, colore, sapore) vengono meglio mantenute Le temperature raggiunte sono minori ai 100 °C, ma comunque consentono di uccidere molti batteri patogeni (ma non spore e tossine termostabili).

Cottura in forno Permette di raggiungere temperature più alte, per tempi più lunghi. quindi si eliminano anche le spore, ma solo in superficie, dove si raggiungono temperature di 180-200 °C. All’interno dell’alimento, invece, la temperatura è più bassa, e l’effetto è simile a quello della lessatura. Meglio, allora, cuocere pezzi non tanto grandi, e/o con l’utilizzo di forni ventilati.

Cottura al microonde Cottura molto veloce, sicura e sana senza necessità di aggiungere grassi. Comporta poche perdite di micronutrienti ed è simile alla lessatura. Uccide molti batteri patogeni, ma non le spore e alcune tossine.

Cottura alla griglia o alla piastra Con questa cottura si raggiungono temperature molto elevate. Quindi la superficie dei cibi si sterilizza velocemente Bisogna porre molta attenzione ad eliminare le zone carbonizzate dei cibi cotti in questo modo. In questi casi si possono formare composti tossici e cancerogeni ad alte dosi. La marinatura dei cibi prima della cottura riduce il rischio di formazione di tali sostanze.

Frittura Anche con questa modalità le temperature raggiunte sono molto elevate (quasi i 200°C) e dal punto di vista igienico non ci sono problemi. Ma da quello nutrizionale si. L’olio infatti subisce modificazioni tali per cui gli alimenti che se ne impregnano assorbono non solo grasso, ma anche sostanze ossidate nocive alla salute. Ecco perché è bene scegliere olio di arachide o oli “costruiti appositamente” come il girasole alto oleico. Gli altri oli di semi non sono consigliabili. Neppure l’olio di oliva extravergine lo è

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Il test delle igG4 per la diagnosi delle intolleranze alimentari

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Ci sono innumerevoli test che aspirano ad essere utilizzati per diagnosticare fantomatiche intolleranze alimentari. Dal test del capello, alla kinesiologia, al dria, alla biorisonanza, fino al test citotossico e altri ancora.

Quello che misura gli anticorpi IgG4 nel sangue è attualmente uno dei più gettonati perché ha una parvenza maggiore di scientificità dato che ci vuole un prelievo ematico e che si basa su meccanismi immunologici reali.
Viene ampiamente usato nei laboratori privati e anche nelle farmacie, e va molto di moda. 
Inoltre, molti medici di vari laboratori “specializzati” in intolleranze alimentari consigliano questo approccio immunologico.

Ma il test delle igG4 non ha valore nella diagnosi delle intolleranze.
Lo aveva già ampiamente affermato un position paper del 2008 che NON LO RACCOMANDA come tool diagnostico.

Perche? Perche le igG e le igG4 in particolare evidenziano semplicemente un “AVVENUTO CONTATTO” del nostro sistema immunitario con l’alimento incriminato, non una sensibilizzazione (come per le igE delle allergie).
Perciò se dalle analisi vi scoprite “intolleranti” al pomodoro, vuol semplicemente dire che ne mangiate tanto e non che sia lui il responsabile del vostro gonfiore intestinale o del vostro mal di testa.

“In contrast to the disputed beliefs, IgG4 against foods indicates that
the organism has been repeatedly exposed to food components, recognized as
foreign proteins by the immune system. Its presence should not be considered as
a factor which induces hypersensitivity, but rather as an indicator for immu-
nological tolerance, linked to the activity of regulatory T cells. In conclusion,
food-specific IgG4 does not indicate (imminent) food allergy or intolerance, but
rather a physiological response of the immune system after exposition to food
components. Therefore, testing of IgG4 to foods is considered as irrelevant for
the laboratory work-up of food allergy or intolerance and should not be per-
formed in case of food-related complaints.”

Un ulteriore lavoro condiviso del 2012 giunge alle stesse conclusioni:

“There is no body of research that supports the use of this test to diagnose adverse reactions to food or to predict future adverse reactions”

E ancora: “the inappropriate use of this test only increases the likelihood of false diagnoses being made, resulting in unnecessary dietary restrictions and decreased quality of life.”

In conclusione questi test vengono caldamente SCONSIGLIATI e i professionisti che li utilizzano non fanno del bene ai propri pazienti, ma li confondono solamente, peggiorando la loro qualità di vita.

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