Mito: “durante la stagione fredda possiamo mangiare di più”

Ciò che è vero in teoria non sempre lo è in pratica.

Non è automatico applicare i principi teorici generali della chimica, della fisica o della biologia alla vita di tutti i giorni.

L’affermazione che in inverno possiamo mangiare di più, dato che bruciamo più calorie a causa del freddo è un esempio classico.

La verità

L’esposizione al freddo induce negli animali omeotermi quella che si chiama termogenesi indotta dal freddo o TIF.

Esistono due tipi di tif:

  1. Tif non da brivido
  2. Tif da brivido

Della prima abbiamo parlato qui. È coinvolto il grasso bruno e vari meccanismi regolatori che comportano un aumento della produzione di calore. È il modo principale con cui gli animali si difendono dal freddo.

Per quanto riguarda la tif da brivido, l’aumento della produzione di calore e della spesa energetica (che ci permetterebbe di mangiare di più) sono indotti dalla contrazione muscolare ritmica del muscolo scheletrico. Questo meccanismo subentra in seguito alla tif non da brivido, ma può indurre un aumento della produzione di calore anche di 6-8 volte rispetto al muscolo a riposo.

Il buon senso 

Gli esseri umani mettono in atto la termoregolazione comportamentale o volontaria, cioè….cambiano i vestiti e modificano il loro ambiente in maniera tale da non esporsi al freddo

In pratica si coprono e accendono i termosifoni. 😊

Ergo, non c’è nessuna tif significativa, né “da brivido” né “non da brivido”. 

Messaggio da portare a casa: non mangiate di più in inverno che già vi muovete poco proprio perche è inverno e piove e state in casa o in ufficio AL CALDO. Non mangiate di più che poi ingrassate e chi vi sente con la prova costume poi! 😉

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“Anche se…” (2)

Un piatto o una dieta possono essere sanissimi ANCHE SE:

1. Non c’è la curcuma
2. Non c’è la quinoa
3. Non ci sono le noci
4. Non ci sono acqua e limone tiepidi
5. Non c’è il cioccolato amaro 100%
6. Non ci sono i semi di chia e le bacche di goji
7. Non c’è il tè verde

… (ad libitum)

#nuovefrontieredelsenza

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“Anche se…” (1)

Se sei sovrappeso la tua salute è a rischio ANCHE SE:

1. Mangi bíologico
2. Non mangi ogm
3. Non mangi latticini
4. Non mangi olio di palma
5. Eviti i prodotti “industriali”
6. Non mangi farina bianca
7. Eviti il glutine
8. Fai la dieta del gruppo sanguigno
9. Mangi a Km0
10. Mangi ITALIANO…
Lode. Usi integratori e prodotti detox

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3 cervelli per gli uomini mortali….(prima puntata)

Il primo cervello (la fame)

Il mondo è cambiato.  Ma uno difficile è stato la nostra culla.

La storia evolutiva dell’uomo (comune a molti mammiferi) ci racconta che la disponibilità di energia sotto forma di cibo è sempre stata scarsa e che abbiamo dovuto faticare per raggiungere quelle poche risorse che la natura ci offriva in maniera incostante.

In questo ambiente complicato ci siamo affidati ad un meccanismo di controllo omeostatico molto utile e concettualmente semplice, basato su segnali di fame e sazietà: il nostro peso di cacciatori raccoglitori era mantenuto in un range ideale per permetterci di non morire di fame alla prima carestia e al contempo di non limitare la nostra mobilità ingrassando troppo e riducendo così le chance di sopravvivenza in un mondo pieno di predatori.

Il centro di comando e smistamento dei segnali di fame e sazietà risiede nell’ipotalamo, una parte evolutivamente molto antica del cervello. Qui arrivano e si integrano vie nervose, neurotrasmettitori e ormoni provenienti da stomaco, intestino, tessuto adiposo e da qui partono segnali che modificano i nostri comportamenti alimentari che hanno come scopo ultimo quello di farci smettere di mangiare quando siamo sazi e quando stiamo ingrassando e viceversa di ricominciare la ricerca di cibo, riducendo anche il dispendio energetico, quando il peso si abbassa eccessivamente.

Il sistema pur essendo intuitivamente semplice (funziona come un termostato ed è infatti stato anche chiamato lipostato) è molto complesso nei suoi dettagli e non lo conosciamo ancora nella sua interezza (per esempio pur sapendo quali ormoni ci spingono a mangiare, non sappiamo bene in che modo lo fanno e quali aree cerebrali vanno a stimolare), ma possiamo sommariamente dividerlo in due grandi aree:

  1. Area che regola i segnali di fame e sazietà nel breve termine (segnali veloci)
  2. Area che regola i segnali di fame e sazietà nel medio/lungo termine (segnali lenti)

Al primo gruppo appartengono tutti quegli ormoni/neurotrasmettitori che “lavorano” nell’arco temporale dei pasti: dopo l’ingestione di cibo “sensori” presenti nell’apparato digerente capiscono che lo stomaco si dilata, che nell’intestino arrivano nutrienti e producono sostanze (per esempio la colecistochinina, CCK) che arrivano all’ipotalamo o stimolano vie nervose che poi comunicano con esso innescando una cascata di altri segnalatori che producono sensazione di sazietà. Viceversa, quando i sensori periferici si accorgono che i nutrienti scarseggiano, si attiva la via opposta e noi riprendiamo a mangiare grazie al “movimento” di altri neurotrasmettitori e vie nervose.

Al secondo gruppo appartiene un ormone prodotto dal tessuto adiposo che viene secreto in proporzione ad esso: la leptina. La leptina si occupa di mantenere i livelli dei depositi di grasso entro range ottimale agendo in parte sulle stesse vie nervose, in parte stimolando neurotrasmettitori differenti. E’ un ormone lento che lavora in un arco di tempo lungo perchè non ingrassiamo da un giorno all’altro. Anch’essa ha come bersaglio l’ipotalamo.

Questa è una rappresentazione semplificata di tutto il sistema di regolazione.

Tutto il circuito è ancora più complicato e non sappiamo il perchè, ma probabilmente questa ridondanza si può spiegare col fatto che se si “rompe” una parte, può essere compensata da un’altra. Questo per non mettere a repentaglio un sistema di controllo così importante per la sopravvivenza.

Un’altro aspetto da sottolineare è che tutto il complesso sembra strutturato in modo da inibire la fame e stimolare la sazietà, non stimolare la fame e inibire la sazietà! Come se di fondo fosse sempre aperto il rubinetto “mangia!” che deve essere chiuso nei momenti giusti. Il rubinetto “fermati!” è di norma chiuso e viene aperto solo nei momenti opportuni. Anche questo ha un chiaro significato evolutivo: in passato era molto meglio avere le “scorte piene”. Essere magri metteva a rischio la vita e il successo riproduttivo.

Ecco perchè è così difficile dimagrire: quando perdiamo peso (o anche quando ci mettiamo nelle mani di un chirurgo per effettuare una liposuzione!) e i depositi lipidici diminuiscono, si riduce la leptina in circolo che lascia aperti i rubinetti della fame e mantiene ben chiusi quelli della sazietà. Contemporaneamente la riduzione di leptina agisce in modo da farci abbassare il dispendio energetico. Ci muoviamo di meno e abbiamo più fame. Il peso torna a salire e il gioco ricomincia.

Insomma perdere peso è abbastanza facile, mantenere la perdita molto più difficile (ricordatevelo quando vi mettete nelle mani di chi vi promette un dimagrimento veloce senza una educazione alimentare corretta) sopratutto al giorno d’oggi dove la disponibilità di cibo è estremamente elevata

Non pensiate che sia finita qui: ancora non abbiamo considerato un fattore che complica il tutto e che è legato al nostro secondo cervello, quello che lega i segnali di fame e sazietà alla percezione del piacere!

Lo vedremo nella prossima puntata che potete trovare qui.

 

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Gli estrattori di succo e la nutrizione a rovescio

Negli ultimi anni va di gran moda l’acquisto degli estrattori di succhi vegetali.
Questi apparecchi (ce ne sono di tutti i tipi e dimensioni) sono molto apprezzati dai salutisti (sopratutto vegani e vegetariani) per la loro presunta capacità di migliorare il benessere introducendo grandi quantità di vitamine, minerali e micronutrienti protettivi, nonché di enzimi “vivi” che favorirebbero la nostra salute con meccanismi non ben specificati.

È veramente opportuno spendere centinaia di euro per acquistarne uno?

Ecco a voi la guida al NON ACQUISTO di un estrattore.

Chi ci vende o consiglia questi robottini adduce le seguenti motivazioni a favore:

  1. Dovremmo mangiare tanta frutta e verdura ogni giorno, ma spesso non ci riusciamo per mancanza di tempopigrizia. Masticare tutta quella roba è dannatamente stancante. Con queste macchine basta buttare giù un bel bicchierone e voilà, il gioco è fatto.
  2. Frutta e verdura interi richiedono una lunga digestione (causata dalla fibra) che è estremamente accorciata con gli estratti. Più veloce è la digestione più nutrienti assimiliamo senza sentirci fastidiosamente pieni.
  3. Inoltre gli estrattori a freddo mantengono i micronutrienti intatti  e non “uccidono” gli enzimi perche non scaldano l’alimento come potrebbero fare frullatori o centrifughe e questo sarebbe un valore aggiunto.

Ecco insomma come ribaltare i principi base di una sana alimentazione.

Vediamo di capire perchè:

  1. È un grave errore concepire frutta e verdura come semplici “contenitori” di micronutrienti. Per quanto importanti queste molecole non rappresentano l’aspetto fondamentale del mangiare vegetali. Altrimenti basterebbe una pasticchina e saremmo a posto. Inoltre, non c’è nessuna prova scientifica che quanti più vitamine e sali minerali introduciamo, tanto più la nostra salute ne trae beneficio, anzi, ci sono prove che un abuso di queste sostanze possa essere addirittura dannoso. Ultimo aspetto: non siamo per nulla carenti di micronutrienti come molti credono, in effetti ne abbiamo già a sufficienza perche le nostre diete sono già straricche di tutto e quindi non ci servono “aggiunte liquide”.
  2. L’aumento dei tempi di svuotamento gastrico e l’allungamento della digestione sono caratteristiche da ricercare oggi che viviamo in un mondo di cibi altamente disponibili, calorici e poco sazianti. Frutta e verdura ci permettono di saziarci con pochissime calorie e quindi di abbassare la densità energetica della dieta aiutandoci a mangiare meno! Se eliminiamo la fibra con gli estrattori, buttiamo via la componente più pregiata di questi alimenti. Bere succhi comporta una introduzione massiccia di zuccheri semplici senza la protezione della fibra che smorza i picchi glicemici e svolge altre funzioni preziose. Da questo punto di vista un estratto di carote, limone e kiwi è paragonabile a un estaté o a una coca cola. Masticare non è un fattore negativo, ma un atto necessario per indurre un maggior senso di sazietà.
  3. I presunti enzimi derivanti dagli estratti a freddo, vengono inattivati dai succhi gastrici e non possono svolgere in alcun modo le loro funzioni, funzioni di cui comunque non abbiamo alcun bisogno:abbiamo i nostri di enzimi, ci bastano e avanzano.

Messaggio da portare a casa:

  • La frutta e la verdura vanno masticate, non bevute. La masticazione aumenta la sazietà, l’assunzione in forma liquida ha l’effetto opposto.
  • Mezzo chilo di frutta (3 frutti medi) al giorno + mezzo chilo di verdura suddivisa in 2 porzioni a pranzo e cena per esempio sono le quantità raccomandate.
  • I succhi, le spremute, gli estratti non sono proibiti, ma vanno limitati e vanno trattati con gli stessi criteri con i quali si trattano le bevande “industriali”.
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Sfere, barrette e Ogm

Avete presente quei giochi per bambini (ma che piacciono anche agli adulti!) composti da sfere e barrette magnetiche di vari colori con le quali è possibile costruire strutture e forme anche molto complesse?

Bene, immaginate di metterne un numero adeguato in una scatola chiusa e…cominciare a scuoterla, con l’intento di ottenere questa struttura.

Quanto tempo pensate che sia necessario per raggiungere il vostro scopo? Non è impossibile, ma forse ci vorrebbero migliaia se non milioni di anni. Questo se ci affidassimo solo al caso (lo scuotimento a scatola chiusa). Adesso immaginate di mettervi voi al lavoro cercando di ottenere lo stesso risultato prendendo i pezzi giusti, coi colori giusti e mettendoli insieme. Ovviamente il tempo per terminare sarebbe decisamente inferiore.

Ma quello che conta è che il risultato finale sarà indistinguibile e la struttura sarà sempre e comunque composta dalle stesse barrette e da nient’altro. Nessuno potrà mai capire, di fronte a due costruzioni separate, se sono state ottenute tramite il caso o la “mano” di qualcuno.

Il nostro compito adesso sarà unicamente quello di verificare la “bontà” o meno della costruzione. È utile per noi? È pericolosa? Lo vedremo, ma di certo non ci importa il processo attraverso cui si è formata, ci interessa unicamente ciò che è, adesso che c’è. 

Questo è quanto (grosso modo) avviene quando si parla di mutazioni e di ogm.

Le barrette (che sono solo una metafora per rappresentare i geni di un organismo) posso essere rimescolate dal caso (e sottoposte a pressione evolutiva, caratteristica fondamentale che nel mio esempio della scatola chiusa ho tralasciato per semplicità) oppure essere messe insieme in maniera mirata da una intelligenza esterna che ovviamente accelera tutta la faccenda.

Nel primo caso parliamo di evoluzione naturale, nel secondo di ogm. Ovviamente in mezzo c’è tutta una ampia serie di sfumature. Al di fuori di metafora, se ci riferiamo alle piante per esempio, gli agricoltori da migliaia di anni hanno imparato a selezionare caratteristiche favorevoli ai loro scopi attraverso gli incroci lavorando su quanto il caso produceva e accelerando la costruzione della “forma” voluta. In tempi più recenti sono state usate sostanze chimiche o radiazioni per indurre un mescolamento dei geni/barrette più massiccio e rapido. Fino ad arrivare a lavorare “di fino” con gli ogm (e con nuove tecniche ancora più mirate).

L’uomo ha sempre sfruttato la natura a suo favore e la ha sempre modificata per i suoi scopi ottenendo risultati che in alcuni casi ha scartato, in altri mantenuto.

L’avversione nei confronti degli ogm è istintiva e comprensibile, ma una pianta ogm resistente ad un erbicida non è diversa da una pianta che ha acquisito la resistenza casualmente nel tempo e con meccanismi “naturali”. Questo è un fenomeno che infatti avviene abbastanza normalmente e che i contadini conoscono da tempi pre-ogm.

L’argomento è vastissimo e ci tornerò, magari per sfatare i miti più comuni. Nel frattempo vi lascio qualche riferimento a letture interessanti e più approfondite.

Riferimenti

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/category/ogm/

http://www.libreriauniversitaria.it/contro-natura-ogm-bio-falsi/libro/9788817088213

http://www.libreriauniversitaria.it/ogm-leggende-realta-chi-ha/libro/9788808062413

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Reazioni avverse agli alimenti: un universo da conoscere

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C’è molta confusione.

C’è l’erborista che ti toglie il pomodoro, la pasta e il pane. C’è il farmacista che ti sconsiglia il glutine. Ci sono i personal trainer che ti “diagnosticano” l’intolleranza al lievito. E non mancano i nutrizionisti (biologi e medici) che ti stupiscono con macchinari favolosi e ti consegnano una lunga lista di cibi da evitare. E tu rimani lì, in balìa di informazioni discordanti e non ci capisci più nulla.

C’è davvero qualche alimento che dovresti evitare? e per quanto? tutta la vita? devi rassegnarti a vivere una vita di privazioni solo perchè qualche sedicente “esperto” ti ha detto un giorno che sei intollerante al lattosio e tu lo eviti come la peste non sapendo che nella stragrande maggioranza dei casi non è necessario farlo?

Beh diamo un’occhiata più da vicino a questo universo intollerante e cerchiamo di chiarirci le idee.

Con questo breve post mi limito unicamente a fornirti una mappa per orientarti. Così perlomeno saprai distinguere tra ciò che esiste per la scienza e ciò che esiste soltanto nella mente dei guru delle intolleranze.

Attenzione! non sto affermando che tutto quello che non è rappresentato da questa mappa non esista! Dico solo che attualmente non esistono metodi diagnostici affidabili per metterlo in evidenza.

Premesso questo vediamo la mappa.

L’universo è quello delle “reazioni avverse al cibo”

Le due grandi galassie che lo popolano sono:

  1. Le reazioni tossiche
  2. Le reazioni non tossiche

Nell’ambito delle prime rientrano quelli che vengono anche chiamati avvelenamenti o intossicazioni: la tossina del botulino o dello stafilococco aureo presenti nei cibi, l’ingestione di cibi contenenti elevate quantità di metalli pesanti, l’avvelenamento da funghi sono solo degli esempi.

Ma la galassia che maggiormente ci interessa esplorare è la seconda.

Al suo interno troviamo due grandi “sistemi solari”:

  1. Le reazioni immunomediate (RIM)
  2. Le reazioni non immunomediate (RnIM)

Le prime coinvolgono il nostro sistema immunitario che riconosce come “estraneo da sè” il cibo ingerito e mette in moto delle reazioni di difesa che provocano i sintomi.

Il sistema solare delle RIM è composto da un pianeta “gioviano” (enorme) e da alcuni pianetini. Il grande mondo è quello delle Allergie Alimentari. Ma non dimentichiamo il mondo della Celiachia altrettanto importante ma di natura un po’ diversa (così come Giove è diverso dalla Terra).

Le RnIM invece NON coinvolgono il sistema immunitario, ma “funzionano” con meccanismi diversi. Questo è il sistema solare delle Intolleranze Alimentari il quale, a differenza di quanto si crede, non è così esteso e neppure così pericoloso come invece può essere il RIM. Al suo interno troviamo un grande pianeta: quello dell’intolleranza al lattosio e alcuni pianeti molto più piccoli e sconosciuti ai più, che nulla hanno a che vedere con le intolleranze che ci vengono diagnosticate in erboristeria: quelli sono pianeti fantasma, magari esistono ma nessuno finora li ha scoperti e studiati.

La principale differenza tra RIM e RnIM risiede nel fatto che, nel primo caso non conta la dose di alimento per scatenare i sintomi, basta venire in contatto anche con minuscole quantità. Inoltre le conseguenze di questo contatto possono essere anche gravi. Nel secondo caso invece si parla di “dose dipendenza“, cioè conta quanto alimento si ingerisce. Normalmente le RnIM non producono effetti gravi, ma solo qualche disturbo passeggero.

La diagnosi, sia delle RIM che delle RnIM, deve essere effettuata da un medico specialista, non da uno qualunque che passa per la strada. Perciò evitate il fai da te, gli pseudo esperti e i parenti tutti. 🙂

Per il momento ci fermiamo qui. In seguito cercheremo di esplorare più da vicino qualche pianeta.

 

Riferimenti

https://portale.fnomceo.it/wp-content/uploads/2018/01/Dossier_.pdf

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4004148.pdf (da cui è stata tratta l’immagine dell’universo)

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La Befana, il metabolismo delle proteine e…della monetina! – Terza Puntata

Maes – Vecchia che dorme

Terza e ultima parte, dove vedremo in poche parole che fine fanno le proteine del latte, delle uova, della farina della ormai famosa Focaccia della Befana. Qui e qui trovate la prima e seconda parte di tutta la… digestione.

Digestione e assorbimento delle proteine

Le proteine che compongono la nostra torta dell’epifania subiscono una prima digestione nello stomaco ad opera dei succhi gastrici e di un enzima detto pepsina. In seguito la digestione prosegue nel primo tratto dell’intestino. A questo livello il pancreas produce i precursori degli enzimi che serviranno a scindere le proteine in aminoacidi (cioè i mattoni che le compongono). Questi precursori si trasformeranno negli enzimi veri e propri (tripsina, chimotripsina, elastasi, ecc.) che lavoreranno nel lume intestinale. Altri enzimi (aminopeptidasi, di- e tripeptidasi) si trovano invece associati alle cellule della parete intestinale. Il pancreas produce anche un succo ricco di bicarbonati che tamponano l’acidità del materiale proveniente dallo stomaco.

Le proteine sono infine degradate ad una miscela di aminoacidi che passa all’interno delle cellule intestinali e poi nel sangue, arrivando al fegato e a tutti gli altri organi.

Gli aminoacidi vengono utilizzati sopratutto per la sintesi di nuove proteine strutturali (muscolo) o funzionali (enzimi, ormoni, ecc.). Quando manca materia “combustibile” (grassi e carboidrati), gli amminoacidi possono anche essere utilizzati (ossidati) per ricavare energia.

A differenza però dei substrati energetici (grassi e carboidrati che vengono bruciati fino a anidride carbonica e acqua), l’ossidazione degli aminoacidi non è completa e la parte contenente azoto viene eliminata con le urine sotto forma di urea. Le proteine quindi non producono “energia pulita”, ma finiscono il loro ciclo producendo sostanze di scarto (urea). Da qui si comprende come usare le proteine alimentari a fini energetici non sia una buonissima idea. Meglio evitare quindi le diete iperproteiche (in particolare quelle prolungate).

Vi allego uno schema di massima che riassume tutta la faccenda

L’uscita

Al termine della digestione, quando tutti i nutrienti utilizzabili sono stati assorbiti, vengono recuperati sali minerali, vitamine e quasi tutte le secrezioni (compresi i sali biliari). A questo punto più o meno mezzo litro di materiale ancora liquido entra nel colon. Qui saranno recuperati ancora acqua e sali minerali fino a lasciare circa 100g di materiale semisolido formato da scorie alimentari (fibre), batteri e cellule intestinali. Le feci sono composte principalmente da batteri e acqua (più fibra viene mangiata, più acqua viene trattenuta dalle feci rendendo meno difficile l’espulsione).

Se alla fine della digestione l’energia contenuta negli alimenti che avremo mangiato (e assorbito) pareggerà il nostro fabbisogno energetico il nostro peso rimarrà invariato. Se avremo mangiato di più ingrasseremo, se non avremo mangiato a sufficienza dimagriremo.

E la monetina?

Nel malaugurato caso venga ingerita e con la speranza che non danneggi i denti e non provochi problemi occlusivi (usate monete piccole!), la monetina “passa e va”. Non viene attaccata dagli enzimi digestivi e si ritrova intatta all’uscita. Pronta per essere inserita in una nuova focaccia della Befana!

No, vabbè magari è meglio di no… 🙂

 

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La Befana e il metabolismo dei grassi – Seconda puntata

Pietro Annigoni – La Vecchia del Cardo

Continuiamo a parlare del destino ultimo della nostra Focaccia della Befana

Qui abbiamo visto che fine fanno gli amidi e gli zuccheri della torta dopo l’ingestione. Oggi invece parliamo del destino metabolico dei grassi presenti nel burro, nelle uova e nel latte aggiunti all’impasto.

Digestione e assorbimento dei grassi

I grassi (trigliceridi) della Focaccia della Befana non si sciolgono in acqua e quindi attraversano praticamente intatti lo stomaco e quando arrivano nell’intestino vengono emulsionati (cioè ridotti a piccolissime goccioline) dai sali biliari (prodotti dal fegato e immagazzinati nella colecisti che li rilascia nell’intestino).

Nell’intestino i trigliceridi vengono digeriti dalla lipasi pancreatica (un enzima prodotto dal pancreas) che li spezzetta in parti più piccole trasformandoli in acidi grassi liberi e 2-monogliceridi (immaginiamo di togliere ad una “E”, che rappresenta i trigliceridi, la stanghetta superiore e inferiore. Le stanghette sono gli acidi grassi, quello che rimane è il 2-monogliceride).

Queste due forme, inglobate in micelle assieme ai sali biliari, diventano solubili e meglio aggredibili dagli enzimi pancreatici e quindi assorbibili dall’intestino. Una volta entrate all’interno delle cellule intestinali vengono nuovamente trasformate in trigliceridi (in pratica si forma una nuova “E”).

A questo punto i trigliceridi vengono nuovamente assemblati in un tipo di lipoproteine (cioè composti formati da una parte proteica e una lipidica) che si chiamano “chilomicroni”. Sotto questa forma entrano prima nel circolo linfatico e poi nel sangue.

Anche il colesterolo derivato dagli alimenti (le uova per esempio) viene inglobato nei chilomicroni e trasportato al fegato.

Il destino dei trigliceridi (le lipoproteine)

Quindi, i grassi (trigliceridi e colesterolo) entrano in circolo sotto forma di chilomicroni (quelli ingeriti con la Focaccia), ma anche sotto forma di VLDL (che invece si formano a partire dal glucosio nel fegato). Entrambi (chilomicroni e VLDL) sono lipoproteine.

Entrambi i composti vengono attaccati dalla lipoproteinlipasi (LPL, un enzima che è presente sulle pareti dei capillari dei diversi tessuti). A questo livello i trigliceridi dei chilomicroni e delle VLDL vengono convertiti in acidi grassi e glicerolo, assunti dei tessuti e usati come fonte energetica, oppure convertiti nuovamente in trigliceridi e finalmente immagazzinati nel tessuto adiposo se per caso abbiamo esagerato con le calorie e mangiato troppa torta.

Le VLDL “scariche” di trigliceridi si trasformano in Lipoproteine a densità intermedia (IDL) e poi in LDL (Lipoproteine a bassa densità). Queste ultime trasporteranno il colesterolo ai vari tessuti. Se in eccesso nel sangue diventeranno “cattive” e si assoceranno ad un’aumentata mortalità cardiovascolare. Le HDL (Lipoproteine ad alta densità), invece, sono formate nel fegato e trasportano il colesterolo in senso inverso (dai tessuti al fegato) perciò diminuiscono il rischio cardiovascolare in quanto “ripuliscono” le arterie.

Nel prossimo post due parole sul metabolismo proteico e su quello della…monetina porta fortuna. 🙂

http://www.gabrielebernardini.it/la-befana-metabolismo-delle-proteine-della-monetina/

 

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La Befana e il metabolismo dei carboidrati – Prima puntata

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Tempo di Befana, tempo di calze e di dolci (nel caso non ne aveste mangiati a sufficienza).

Vi siete mai chiesti cosa accade nel vostro corpo quando mangiate un dolce (o qualunque altro cibo complesso in cui siano presenti sia carboidrati che grassi che proteine)?

Oggi e nelle prossime puntate prenderemo come esempio un dolce tipico piemontese: la Focaccia della Befana e analizzeremo il destino dei tre macronutrienti che la compongono (carboidrati, grassi e proteine) all’interno del nostro organismo.

La Focaccia  della Befana è tipica della tradizione piemontese dove si mangia solo il 6 di gennaio. E’ una pasta lievitata simile a quella del panettone, e può essere con o senza canditi e avere una copertura di granella di zucchero. La prerogativa di questo dolce è di avere all’interno una monetina che porta fortuna alla persona che la trova.

Gli ingredienti principali sono: farina, burro, latte uova, canditi, zucchero. E la monetina!

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Digestione e assorbimento dei carboidrati

La focaccia della Befana è (ovviamente) molto ricca di amidi e zuccheri semplici: l’amido è composto da una lunga serie di molecole di glucosio unite da speciali legami chimici. Nel nostro dolce sono presenti da soli anche zuccheri più semplici dell’amido, per esempio lattosio, saccarosio, fruttosio, galattosio e glucosio.

L’amido che compone la nostra focaccia è scisso (spezzettato) già a livello della bocca e poi nell’intestino da due enzimi: l’amilasi salivare (presente nella saliva) e l’amilasi pancreatica (prodotta dal pancreas che la immette nell’intestino).

Questi due enzimi trasformano l’amido rompendolo in pezzi più piccoli (detti oligosaccaridi e disaccaridi).

Queste due classi di composti vengono ulteriormente trasformate (tagliuzzate più finemente) a livello delle cellule epiteliali del nostro intestino (orletto a spazzola) da altri enzimi (destrinasi, disaccaridasi, ecc.) finché non rimane praticamente altro che glucosio (che è l’unica forma di carboidrati che può essere utilizzata dal nostro organismo).

Anche gli zuccheri semplici presenti nella focaccia vengono assorbiti dall’intestino e passano nel sangue assieme al glucosio derivato dall’amido.

Alla fine della digestione i carboidrati si ritrovano tutti nel circolo sanguigno sotto forma di glucosio.

Cosa succede allo zucchero nel sangue?

Il glucosio entra nel circolo portale e raggiunge il fegato, che quindi è il primo organo attraverso cui passano i prodotti della digestione.

Il glucosio poi entra nelle cellule del fegato e degli altri tessuti (muscolo, tessuto adiposo, ecc.) tramite un processo stimolato da un ormone: l’insulina. L’insulina permette al glucosio di entrare all’interno delle cellule in modo tale che venga utilizzato a fini energetici e che non si accumuli nel sangue provocando effetti tossici (iperglicemia).

Cosa succede allo zucchero nel fegato?

Le cellule del fegato assumono glucosio al loro interno, dove viene ossidato (bruciato per produrre energia) oppure convertito in glicogeno (la forma tramite la quale il glucosio è immagazzinato) e trigliceridi (quando le calorie introdotte superano il fabbisogno energetico).

Il glucosio quando viene ossidato viene convertito ad anidride carbonica e acqua. L’energia che si produce da questa combustione controllata è utilizzata per soddisfare i bisogni energetici immediati del nostro fegato (in effetti l’energia non viene rilasciata istantaneamente, ma immagazzinata sotto forma di ATP, una molecola speciale che la accumula e la rende disponibile al momento del bisogno).

Se c’è troppo glucosio per soddisfare i fabbisogni di energia allora esso viene trasformato in glicogeno (ma non illimitatamente). Il glicogeno viene utilizzato nei periodi di digiuno per mantenere normali i livelli di glicemia. L’ulteriore eccesso di glucosio, una volta formatasi la quantità limite di glicogeno, viene convertito in acidi grassi e glicerolo dai quali vengono sintetizzati i trigliceridi (i “grassi” comunemente detti). Questi vengono rilasciati dal fegato nel sangue all’interno di speciali trasportatori (lipoproteine)  e portati al tessuto adiposo dove verranno immagazzinati.

Cosa succede allo zucchero negli altri tessuti

Il glucosio che passa attraverso il fegato può essere reso disponibile anche per gli altri tessuti del nostro corpo.

Il cervello, in particolare, che dipende strettamente dal glucosio per il suo fabbisogno energetico, lo ossida a anidride carbonica e acqua producendo energia (come al solito immagazzinata sotto forma di ATP).

I globuli rossi, invece, metabolizzano il glucosio trasformandolo in lattato (non sono capaci di ossidarlo, cioè demolirlo completamente) il quale è rilasciato nel sangue.

Le cellule dei muscoli assumono glucosio attraverso un processo stimolato da insulina. Il glucosio è ossidato per fornire ATP usato nella contrazione dei muscoli i quali possono anche immagazzinarlo sotto forma di glicogeno che è utilizzato come scorta prontamente disponibile in un secondo tempo durante la contrazione.

Il tessuto adiposo assume glucosio tramite un processo stimolato anch’esso da insulina e lo usa per produrre energia (ATP) e per formare il glicerolo necessario alla sintesi dei trigliceridi.

Alla prossima col metabolismo dei grassi: http://www.gabrielebernardini.it/la-befana-metabolismo-dei-grassi-seconda-puntata/

Buona epifania e andateci piano coi dolci!

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