“Con me ha funzionato”. Il caso aneddotico e il metodo scientifico.

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Cosa hanno in comune il Dottor Mozzi, Pierre Dukan, Alberico Lemme, i sostenitori della dieta paleo, di quella acido base e di tutte le diete che si sono susseguite negli ultimi decenni e che hanno promesso lunga vita e prosperità a milioni di persone senza mai mantenere le promesse?

Il racconto aneddotico. Il caso personale che si erge a dimostrazione scientifica.

“Se mangerai solo alimenti non acidificanti/alimenti adatti al tuo gruppo sanguigno/alimenti che mangiavano i nostri antenati/alimenti che ti dico io che sono un genio, tutte le tue malattie magicamente spariranno e tu dimagrirai e potrai mangiare ciò che vuoi per sempre. Lo DIMOSTRA il fatto che un sacco di persone sono state meglio con la mia dieta! Ne ho le prove! E posso portare testimonianze”.

La testimonianza nella scienza vale come il due di picche quando briscola è fiori.

Vediamo perché.

Nota preliminare: escludiamo la mala fede. Assumiamo che Lemme/Mozzi e gli altri siano convinti di ciò che affermano e non ci vogliamo prendere in giro……Con un grande sforzo possiamo farcela. 😉

Il semplice racconto di storie personali nella scienza non dimostra granché per i seguenti motivi e fattori confondenti:

1. La Coincidenza. Se vi dico che scendere dal letto col piede destro ogni mattina vi farà passare il mal di testa e il mal di testa passa, questo NON DIMOSTRA che alzarsi in un certo modo abbia la stessa funzione di un analgesico! Le coincidenze accadono. Il mal di testa passa col tempo e il piede destro non c’entra niente. Allo stesso modo, se dimagrisco con la dieta del limone questo non dimostra automaticamente che il limone sia la causa del mio dimagrimento! Magari è davvero il limone, ma non possiamo affidarci alla testimonianza del singolo per esserne certi.

2. ‎L’eccezione. Se il nonno ha fumato per tutta la vita, bevuto come un dannato, si è strafogato di patatine fritte ed è morto a 103 anni, ciò NON DIMOSTRA un fico secco. Perché anche le eccezioni esistono.

3. ‎L’effetto placebo. Se mi convinco che mangiare secondo il mio gruppo sanguigno faccia bene, un po’ di bene me lo farà A PRESCINDERE dalla dieta che seguo. L’effetto placebo è potente e anche un po’ di acqua e zucchero può far passare tanti malanni come “dimostra” l’omeopatia.

4. ‎La spinta motivazionale. Quando decido di intraprendere un percorso che ha come fine il miglioramento della mia salute sarò fortemente motivato (perlomeno all’inizio) e metterò in atto tutta una serie di comportamenti (anche inconsci) che mi porteranno a perseguire quel fine. E QUALUNQUE SARA’ LA DIETA, alla fine avrò qualche risultato, ma non per la dieta in sé, bensì perché semplicemente mangerò meno, berrò meno alcolici, ridurrò il fumo, farò più attività fisica, ecc. Volere è potere.

5. ‎La memoria selettiva. Questo vale per chi si convince in buona fede (si spera) che la sua dieta funzioni: tenderà a rimuovere i casi in cui non ha funzionato, mostrando solo quelli di successo e pubblicando felice e contento il suo bel libricino, spacciandolo per scientifico. I libri non hanno mai un valore scientifico, proprio perché non sono passati sotto le forche caudine della revisione dei pari, che può avvenire solo se si pubblicano i dati su una rivista del settore. Solo così altri scienziati potranno verificare il lavoro e valutarne la bontà (o la schifezza).
Non solo. Chi si convince che il suo lavoro, basato su casi aneddotici, è buono e giusto tenderà a cercare conferme in altri che la pensano come lui e si rafforzerà in lui la convinzione che deve proseguire sulla sua strada. Così nascono i guru e di conseguenza le “religioni”. Così nascono i gruppi all’interno dei quali le persone diventano adepti senza più spirito critico. Tutto questo per un bias cognitivo iniziale legato al caso aneddotico.

Il punto è che tutte le diete funzionano, ma non tutte le diete fanno guadagnare salute. Alcune sono neutre, in questo senso, altre addirittura possono essere pericolose se protratte nel tempo.

Ma allora come facciamo a capire cosa “vale’ e cosa è da scartare?
Il metodo scientifico ci dà una mano. Con gli esperimenti controllati (più complicati da eseguire in nutrizione), con gli studi epidemiologici (più semplici, ma che non sempre arrivano a mostrare inequivocabilmente un nesso di causalità), con la ripetizione e la verifica quasi ossessiva dei dati trovati. La condivisione dei risultati è una caratteristica fondamentale del metodo scientifico, chiudersi nella propria torre d’avorio e dare importanza a pochi casi selezionati sulla base delle proprie convinzioni non è scienza.

Il metodo scientifico, a differenza dei “metodi” utilizzati dai vari guru nutrizionali, si pone come obiettivo principale quello di CONFUTARE i fatti che si vorrebbero dimostrare. E ogniqualvolta NON SI RIESCE a rigettarli, tanto più ci si avvicina a dimostrare che quei fatti sono “veri”.

La scienza non porta la verità, riduce l’incertezza. Aumenta la conoscenza, ma non dimostra fatti inconfutabili.
Il dubbio è la base della conoscenza. La verità non è di questo mondo, solo di quello dei ciarlatani.

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Il bio sfamerà il mondo?

Se tutta l’agricoltura diventasse improvvisamente biologica, si riuscirebbe a sfamare tutto il mondo (sopratutto nella prospettiva di un incremento, che pare inevitabile, della popolazione mondiale da qui al 2050)?

Questo studio: https://www.nature.com/articles/s41467-017-01410-w.pdf ha cercato di fornire una risposta costruendo vari ipotetici scenari.

E’ emerso questo:

1. Diventare TOTALMENTE bio comporterebbe aumentare l’estensione della superficie coltivata dall’attuale 16% a circa il 33% perchè le rese del biologico sono inferiori al metodo di coltivazione convenzionale. E si presenterebbe il problema di dove trovare quello spazio in più.
2. Allora, per poter sfamare tutti, potremmo convertire il 60% della agricoltura convenzionale a bio, ma solo ad alcune condizioni. Bisognerebbe cioè:

a. Dimezzare gli sprechi di cibo.
b. Dimezzare i terreni destinati alla produzione di mangimi (e
quindi ridurre la produzione di carne) e usarli per coltivare
vegetali utili al consumo umano.
c. Abituarci a mangiare meno carne (il che
sarebbe un bene anche per la nostra salute).

Dal punto di vista ambientale, a queste condizioni, migliorerebbero tutti i parametri tranne quello relativo alla erosione del suolo che potrebbe aumentare a causa dell’incremento delle aree coltivate.

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Un filo d’olio….

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“Ci metto solo un filo d’olio…”. Va bene il filo, ma se è lungo 300 metri….

Ognuno ha la sua idea di porzione e ognuno ha il suo criterio e la sua “misura” di quanto è troppo, giusto o troppo poco. Le porzioni però non seguono le tradizioni culinarie o le opinioni e nella alimentazione di tutti i giorni un pizzico di coscienza di quanto stiamo mangiando sarebbe importante averlo.

In generale gli alimenti con caratteristiche “energetiche” e cioè ricchi in carboidrati e grassi (pane, pasta/cereali e condimenti fondamentalmente) vanno consumati in maniera proporzionale al proprio fabbisogno energetico.

E’ abbastanza intuitivo che una signora di mezza età, alta un metro e cinquanta, sedentaria, non si possa permettere la stessa quantità di pasta di un ragazzo ventenne di un metro e novanta che fa sport ogni giorno.

Ma questo non accade. La signora se la permette ugualmente. Perchè? beh perchè L’OFFERTA di cibo oggi è uguale per tutti e il cibo è ovunque e in abbondanza. E nessuno vuole rinunciare a tutto quel ben di dio che si trova di fronte, perchè i pensieri che oggi abbiamo nei confronti di ciò che mangiamo sono unicamente pensieri di PIACERE. Ed è giusto che sia così. Il cibo è sopratutto piacere, ma deve rimanerlo nella misura in cui non danneggia la “macchina”.

E allora avere una idea spannometrica di quali porzioni sono adatte a noi, in particolare le porzioni di cibi energetici, è importante.

In pratica, per un fabbisogno medio di 2000Kcal giornaliere ci possiamo permettere ogni giorno:

1. 70-80g di pasta o altri cereali in chicco o farina di mais per fare la polenta

2. 180-200g di pane (meglio integrale)

3. 30-40g di prodotti da forno (biscotti, fette biscottate, barrette di cereali, muesli, corn flakes o prodotti confezionati tipo merendine) cercando la versione integrale quando possibile.

4. 30g di olio (pari a 3 cucchiai da tavola o 6 cucchiaini). L’olio va usato sopratutto nelle verdure. I secondi piatti posseggono già grassi che possono essere sfruttati naturalmente e non è necessario aggiungerne altri.

Per fabbisogni inferiori o superiori le porzioni si modificano in modo proporzionale.

Una volta fissati questi 4 paletti siamo già a più di metà dell’opera. E’ importante capire i volumi che occupano questi cibi. All’inizio dovremo pesarli, ma poi DOBBIAMO andare a occhio e cercare di adattare queste quantità anche ad altre situazioni della vita di tutti i giorni, per esempio quando mangiamo in mensa o al bar.

E’ uno sforzo cognitivo e mnemonico che va fatto. Ci prendiamo cura della nostra automobile, delle nostre belle unghie e messe in piega, stiamo attenti agli abbinamenti dei vestiti, ci depiliamo accuratamente, ma non ce ne frega molto di quanto mangiamo.

Le porzioni non sono un opinione. Imparare a regolarle oggi potrebbe essere determinante per la nostra salute futura.

Nota: qui http://sapermangiare.mobi/somangiare.html potete stimare il vostro fabbisogno per poi adattare le porzioni.

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Il terrore corre sul….Glifosate

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L’efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) produce annualmente un report riguardante i residui di agrogarmaci nei cibi sulla base dei campioni analizzati in tutta l’unione europea.

Questo: https://www.efsa.europa.eu/en/efsajournal/pub/4791

Oltre alla esposizione dei risultati delle analisi ufficiali, l’autorità mette in atto quello che è chiamato il risk asessment, cioè la valutazione del rischio a breve e lungo termine sulla base dei residui trovati nei vari alimenti e di quanti di questi alimenti noi mangiamo con le nostre abituali diete.

Vengono cioè costruiti degli scenari (dal più realistico a quello più “esagerato”, cioè che sovrastima l’esposizione) che prendono in considerazione le varie possibili alimentazioni legate anche alle differenti fasce di età e le relative esposizioni ai vari residui di agrogarmaci.

Questo viene fatto per tutti gli agrofarmaci e per ognuno di essi viene stimata quale percentuale di principio attivo noi possiamo arrivare a ingerire col cibo rispetto alla sua ADI.

Ricordo che l’ADI è la quantità di principio attivo espressa in mg/kg di peso corporeo che un soggetto può assumere per tutta la vita senza avere nessun effetto avverso.

Bene, per il glifosate (assunzione a LUNGO termine, cioè per un periodo che potrebbe essere paragonabile a una vita intera) abbiamo i seguenti valori:

Scenario “esagerato”: lo 0,16% dell’ADI

Scenario più realistico: lo 0,05% dell’ADI

Il che significa che, nel peggiore dei casi, “rischiamo” di assumere in totale, in modo cronico nel lungo periodo una quantità di principio attivo che è 625 volte inferiore ad una quantità (l’ADI) che noi già potremmo assumere (MA OGNI GIORNO), per tutta la vita senza subire danni.

Per fare un esempio pratico, l’ADI del glifosate è 0,5mg/Kg per i consumatori. Perciò un uomo medio di 70Kg può teoricamente ingerire 35mg di principio attivo OGNI GIORNO per tutta la vita senza effetti.

Secondo la stima “pessimistica” dell’EFSA noi potremmo arrivare (esagerando) ad introdurne 0,056mg totali IN TOTALE NEL LUNGO PERIODO.

Non so se mi sono spiegato bene: 56 microgrammi in tutta la vita! 56 milionesimi di grammo!

Perciò, come è ovvio, ad una esposizione bassissima corrisponde un rischio bassissimo. Nel caso del glifosate, talmente basso da potersi considerare praticamente trascurabile anche se fosse dimostrata la sua cancerogenicità (il che non è).

Perchè nessuno parla, per esempio, del Dichlorvos (vedi immagine) che, pur non ponendo ugualmente problemi particolari, è l’unico pesticida (insetticida) che nel peggiore dei casi potrebbe nel lungo periodo superare la sua ADI?

Mistero. 🙂

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