Metterci una pezza

Quando ingrassiamo, le nostre cellule adipose cominciano a produrre un ormone chiamato leptina, la cui quantità è proporzionale alla nostra massa grassa (più ne abbiamo, maggiori quantità di leptina entrano in circolo). La leptina è un messaggero, ha il compito di raggiungere l’ipotalamo, una piccola regione cerebrale deputata, fra l’altro, allo smistamento e alla regolazione dei segnali di fame e sazietà di cui ho parlato più diffusamente qui: http://www.gabrielebernardini.it/3-cervelli-gli-uomini-mortali-puntata/.

In condizioni normali l’arrivo della leptina al cervello segnala che le scorte adipose sono aumentate e che è il momento di mangiare meno. L’ipotalamo pertanto produce segnali di sazietà (sarebbe meglio dire che riduce i segnali della fame), noi riduciamo l’introito calorico, ci muoviamo di più e dimagriamo o manteniamo il peso a livelli corretti. Questo semplice circuito di feedback va in tilt quando la fame viene soppiantata dall’appetito. L’appetito inteso come “voglia di qualcosa di buono”, cioè di piacere, fa saltare tutto e ci fa mangiare nonostante i segnali della leptina cerchino di frenare l’assunzione calorica. Ne ho parlato qui: http://www.gabrielebernardini.it/3-cervelli-per-gli-uomini-mortali-seconda-puntata/

Ciò che ci porta fin qui sono le nostre scelte. Nessuno ci mette patatine e dolcetti a forza in gola, nessuno ci obbliga a bere litri di bevande zuccherate, nessuno ci impedisce di alzarci dal divano. Siamo noi che decidiamo di farlo, perchè è piacevole farlo. Libero arbitrio.

Quando però si va oltre si instaurano circoli viziosi che rendono il tutto più complicato. Generalmente il problema peggiora quando superiamo la soglia dell’obesità.

Un nuovo studio (http://stm.sciencemag.org/content/10/455/eaah6324) ha messo in luce e parzialmente confermato ciò che si ipotizzava da tempo: oltre una certa soglia di massa grassa il nostro cervello diventa “resistente” alla leptina. Perciò continuiamo a produrne tanta, ma l’ipotalamo non risponde con un aumento di sazietà e un incremento dei segnali che ci stimolano a muoverci maggiormente. E’ diventato sordo. Pare che questo sia dovuto all’incremento di un enzima detto metalloproteinasi della matrice 2, o MMP-2 che “spezza” i recettori della leptina impedendo così che questa si leghi al sito di attacco e metta in atto la cascata di segnali che portano a mangiare meno. Ma come mai l’espressione dell’enzima MMP-2 aumenta quando ingrassiamo? sembra che fattori infiammatori favoriscano la sua espressione. E cos’è l’obesità se non uno stato infiammatorio di basso grado (ne ho parlato qui: http://www.gabrielebernardini.it/fiamma/)?

Il lavoro che ha messo in luce questo meccanismo è stato fatto sui topi, con tutte le limitazioni del caso quindi, ma si affianca a numerosi altri lavori di ricerca tutti mirati a trovare una “cura” farmacologica per l’obesità. Un farmaco che bloccasse l’espressione dell’enzima MMP-2 potrebbe ripristinare la normale azione della leptina, aiutando a dimagrire, interrompendo uno dei tanti circoli viziosi che si attivano sopra una certa soglia di peso.

Riflessione finale: sacrosanta la ricerca e la spesa per “mettere una pezza” al danno che si è fatto, ma quanto sarebbe importante spendere soldi in EDUCAZIONE e permettere alle persone (sopratutto ai ragazzi) di NON arrivare al punto di non ritorno? Abbiamo visto che fino a un certo punto siamo NOI, con le nostre scelte (sbagliate) a farci del male. Perchè non intervenire a quel livello? Quanto bisogna aspettare affinchè si prenda maggiore coscienza di questo banale fatto?

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Snack innovativi

Ieri si parlava di bambini, di fatto in casa e di confezionato. Di come, per esempio, i ragazzi siano abituati a fare uno “spuntino” mattutino in genere enorme. Pensate cosa gli viene proposto a scuola (o si portano da casa): focacce o panini con salumi che rappresentano più un pranzo che una merenda, spesso accompagnati da bibite zuccherate.

Lo spuntino, che dovrebbe rappresentare circa il 5-7% del fabbisogno calorico giornaliero (quindi 100-150 calorie per un fabbisogno di 2000) lievita fino a toccare le 500-600 calorie (estatè in brick: 80 calorie + 100g di focaccia: 300 calorie + 80g di prosciutto cotto: 160 calorie= 540 calorie e mi sono tenuto basso perchè ho visto mangiare cose ben peggiori).
ed è tutta roba “fatta in casa” a parte l’estatè, ma se la mamma prepara una spremuta le calorie sono anche maggiori.
Cosa c’è quindi di male nel mangiare uno snack confezionato? porzionato e con calorie ben definite? magari accompagnato da un frutto?

Oggi si trova di tutto: si può optare per una cosa semplice tipo frutta secca o barrette di cereali, ma anche cose diverse e un po’ più innovative come “patatine” di legumi e mais o altri cereali, che hanno una etichetta nutrizionale niente male.
Non faccio pubblicità ovviamente ma vi lascio la tabella nutrizionale e gli ingredienti per farvi capire che non è l’origine che conta dal punto di vista nutrizionale, ma la porzione e la composizione in nutrienti.

Abituatevi a leggere le etichette e scegliete quei prodotti che hanno i valori espressi PER PORZIONE, non su 100g. Perchè è la porzione che mangiate effettivamente.

Queste “legumine” (neologismo) apportano una 80ina di calorie, 2g di fibra, 5 di proteine e una decina di carboidrati, con 2g di grassi. Poco sale. Lasciate perdere le aggiunte in micronutrienti, anche loro devono vendere e sulle confezioni ci sono tanti claim che alimentano il marketing del “senza”: senza uova e altri allergeni, senza glutine (ma questo è utile per i celiaci), vegano, biologico, ecc. ma non importa. Ciò che conta è la tabella nutrizionale, le calorie e la quantità.
Se si aggiunge un frutto (una banana per esempio) si arriva a circa 150 calorie. Poi si beve un po’ di acqua e siamo a posto per arrivare a pranzo non troppo affamati.

Basta poco.

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L’obesità infantile

Vedo un florilegio di ricette della nonna, genuine, fatte in casa, dall’orto alla tavola. Le mamme influencer pubblicano preparazioni sfavillanti, buone, pulite, sane e giuste per i loro bambini e i bambini delle loro follower. Le dietiste in carriera consigliano di allontanarsi dai prodotti industriali: “Vade retro merendina! solo roba genuina per i nostri figli!”. I nutrizionisti moderni suggeriscono prodotti “naturali” e non contaminati dalla brutta chimica e ci propongono spuntini trendy per i nostri pargoletti, spuntini che ci vuole mezz’ora per preparare e lunghi viaggi verso negozietti di prodotti Bio-natural, per una merenda “senza”: senza lattosio, senza glutine, senza uova e senza mezzo stipendio, tanto costano gli ingredienti.
 
E vedo un bambino su tre sovrappeso (21,3%) o obeso (9,3).
Vedo che in Campania gli obesi arrivano al 17,9%! e i sovrappeso al 26,2%. E non va meglio nelle altre regioni del Sud.
Si, le cose sono un pochino migliorate rispetto a 10 anni fa, ma è una magra consolazione perchè l’Italia è ancora ai primi posti in Europa in questa gara al contrario, in cui chi vince, perde. Perde in salute e perde anni di vita futura.
 
Vedo che più del 40% dei bambini fa una colazione inadeguata o la salta del tutto e più della metà fa uno “spuntino” a metà mattina che nemmeno Obelix quando era in forma.
Vedo che il 20% dei bambini non mangia frutta e verdura ogni giorno e vedo circa 4 genitori su 10 dichiarare che i loro figli bevono bevande zuccherate quotidianamente.
Sono gli stessi genitori di bambini sovrappeso o obesi che dichiarano nel 38% dei casi di “vedere” il loro figlio sotto o normopeso! Solo il 30% dichiara che il loro figlio mangia troppo, gli altri pensano mangi il giusto.
E per finire vedo bambini sedentari. Solo 1 su 4 va a scuola a piedi o in bicicletta, però, eh caspita!, il 44% ha la TV in camera e il 41% sta più di 2 ore davanti a uno schermo per giocare ai videogiochi!
 
E vedo che tutto ciò ha conseguenze: più del 30% dei bambini obesi ha già trigliceridi e colesterolo elevati e ha i primi segni di steatosi epatica (fegato grasso). Il 5% ha la glicemia elevata e un problema col metabolismo degli zuccheri (prediabete) e il 10% ha valori di pressione arteriosa fuori norma.
 
Più o meno il 50% dei ragazzi obesi diventerà un adulto obeso, con tutte le conseguenze del caso.
 
Vedo un sacco di cose, vedo numeri enormi e vedo anche che di tutto questo non si parla. Anzi, Youtube è invaso di video di ragazzi che si abbuffano e fanno tendenza. Vengono seguiti da centinaia di migliaia di follower che sono coloro che seguono anche le influencer di instagram che parlano di dimagrimento localizzato, di bacche di goji e di diete superveloci.
Vedo che la scuola e le istituzioni non esistono, che i media si occupano di altro e che c’è poco da fare.
 
 
Riferimenti
 
http://www.epicentro.iss.it/okkioallasalute/dati2016.asp
 
https://www.sip.it/2017/12/18/obesita-infantile-quello-devi-sapere/
 
https://www.sip.it/2017/12/04/decalogo-anti-obesita-dal-concepimento-lintera-vita/
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I grassi saturi

Uno dei motivi per cui dovremmo limitare i prodotti animali nella nostra dieta riguarda anche la presenza significativa di grassi saturi al loro interno. Ovviamente la categoria “prodotti di origine animale” è molto ampia e la variabilità nel contenuto in grassi (saturi compresi) lo è altrettanto. Inoltre i grassi saturi non sono una esclusiva del mondo animale, ma si ritrovano anche nei vegetali, come vedremo. Ecco perchè a me non piace parlare di nutrienti. Noi infatti NON mangiamo nutrienti (anche se la tendenza attuale è quella di ridurre il cibo a farmaco considerandolo unicamente come un “contenitore” di sostanze separate), noi mangiamo alimenti e i lavori scientifici che hanno condotto alle raccomandazioni in fatto di alimentazione si basano sopratutto su studi epidemiologici che indagano la dieta nel suo complesso, non i singoli ingredienti.

Ciononostante possiamo partire dal particolare per arrivare a dire qualcosa sulla alimentazione in generale, anche perchè i lavori epidemiologici nel tempo sono stati affiancati dal altri studi che hanno portato a capire qualcosa in più sul meccanismo molecolare che sta alla base di certi fenomeni e malattie.

La raccomandazione universalmente accettata per quanto riguarda i grassi saturi nella dieta è quella di contenere il loro introito al di sotto del 10% delle calorie totali giornaliere introdotte con la dieta. il che significa che per un fabbisogno di 2000 calorie, al massimo 200 possono essere rappresentate dai grassi saturi e siccome 1g di grasso apporta 9 calorie, questo significa che non dovremmo introdurre più di 22g di saturi ogni giorno. Ricordate, questo non è un numero fisso, va in base al nostro fabbisogno. Per uno di 3000 calorie i saturi ammessi diventano 33g!

Prima di continuare, due parole sui termini usati e un piccola spiegazione “chimica”: finora ho usato il sostantivo colloquiale “grasso”, ma avrei dovuto dire “acido grasso”. Noi in effetti mangiamo trigliceridi i quali altro non sono che molecole a cui sono attaccati 3 acidi grassi (tri-gliceridi). Immaginate una “E” maiuscola. Ebbene, la “E” rappresenta la molecola di trigliceride e le stanghette orizzontali gli acidi grassi tenuti insieme da una molecola di glicerolo (la stanghetta verticale). Le stanghette orizzontali possono essere dritte (acidi grassi saturi), un po’ storte (acidi grassi monoinsaturi), molto storte (acidi grassi polinsaturi). Perciò tutti i trigliceridi presenti nei cibi non sono altro che miscele di acidi grassi in proporzioni diverse. L’olio di oliva per esempio (si chiama olio perchè è liquido a temperatura ambiente) è una miscela composta da circa il 15% di acidi grassi saturi, il 75% da monoinsaturi e il restante 10% da polinsaturi. L’olio di palma invece (che dovrebbe chiamarsi grasso di palma dato che è solido a temperatura ambiente, come il burro) ha una formula del tipo 52-38-10.

Torniamo ai grassi saturi. Sarebbe molto lungo e complesso elencare tutti i motivi per i quali si è giunti alla raccomandazione di limitarli al di sotto del 10% delle calorie totali giornaliere. Qui basti ricordare che, ad oggi, si ritiene che una riduzione dei saturi sia importante  sopratutto per la prevenzione delle malattie cardiovascolari (i grassi saturi influenzano la insulinoresistenza, il colesterolo “cattivo” e l’ipertensione) e benchè una recente revisione sistematica (https://goo.gl/prMXV3) abbia posto dei dubbi in merito, essa ha focalizzato l’attenzione solo sul contributo dei grassi saturi, quando invece è piuttosto il loro rapporto con gli altri grassi nella dieta e la sostituzione dei saturi con gli insaturi a modificare il rischio cardiovascolare. Inoltre dovremmo soffermarci a considerare anche che non tutti i grassi saturi sono pericolosi nella stessa misura: alcuni (come il laurico, miristico e palmitico) sono più aterogeni, altri (a catena più corta) sono neutri e altri ancora (come lo stearico) sono addirittura considerati ipocolesterolemizzanti. Dato che non esistono indicazioni precise in merito, si è deciso di considerare il limite del 10% di saturi totali come un buon compromesso per la prevenzione. Questo è in accordo con molti documenti di consenso come questo (FAO/WHO) del 2009: http://www.fao.org/3/a-i1953e.pdf

E da qui partiamo.

In Italia, secondo la più recente indagine sui consumi alimentari (Inran-Scai 2005-06: http://nut.entecra.it/710/I_consumi_alimentari__INRAN-SCAI_2005-06.html) gli adulti introducono circa l’11% dell’energia da grassi saturi, quindi un po’ sopra le raccomandazioni.

Il gruppo “carne e derivati” fornisce circa il 17% di SFA (acidi grassi saturi) e al suo interno gli insaccati contribuiscono per il 9%.

Il gruppo “latte e derivati” contribuisce per il 37%, di cui il 29% deriva dai “formaggi e sostituti”

Altre fonti sono le uova, il pesce e (a sorpresa) l’olio di oliva (ricordate? il 15% circa dell’olio è formato da SFA), la frutta secca e i prodotti da forno (biscotti/torte/merendine/dolci in genere).

Concludendo possiamo dire che ben più della metà dei SFA arriva dagli animali (in particolare animali terrestri), il resto dai vegetali. Considerando che molte fonti di SFA vegetali sono terribilmente importanti per la nostra salute (tenete sempre a mente che gli alimenti non si giudicano solo per le loro singole componenti, ma per il contributo che danno al totale della dieta) e che le fonti di SFA animali dovrebbero essere limitate anche per altre ragioni (per lo stesso motivo), arriviamo a definire un pattern alimentare in cui la carne grassa, la carne trasformata, i dolci e i formaggi debbano essere…controllati molto attentamente, mentre altre fonti di saturi come l’olio extravergine di oliva, la frutta secca, il pesce e il latte/yogurt possano avere un posto privilegiato per la loro importanza nei confronti della prevenzione cardiovascolare, tumorale e metabolica.

Attenti quindi, perchè si fa molto presto a raggiungere quella soglia di SFA del 10% se si mangia male. Nel nostro esempio delle 2000 calorie (22g di grassi saturi) otteniamo questi risultati:

40g di prodotti da forno (biscotti per esempio): 4g circa

250 ml di latte intero: 5g

30g di olio di oliva: 4,5g

50g di mortadella: 5g

Siamo già oltre, e in teoria ci manca un altro “secondo” (che faremmo bene a scegliere tra i legumi se mangiamo insaccati in quel giorno, per non eccedere ancora).

Ovviamente per una volta non succede niente, ma se le nostre abitudini ci portano a esagerare ogni giorno coi formaggi (un pezzetto di formaggio a fine pranzo ci scappa sempre no?), coi dolci (un biscottino in più che vuoi che sia? e volete togliermi il mio cioccolato fondente serale, per caso?), coi salumi (caspita, col formaggio, ci sta così bene il prosciutto!), capite bene che siamo SEMPRE oltre.

Per cui, solita raccomandazione di sempre: mangiate poco e sopratutto piante!

Riferimenti

https://goo.gl/LrVWeJ

https://goo.gl/29CsrR

https://goo.gl/4Uf7mP

https://goo.gl/sLCvK7

https://goo.gl/qvpw4Q

https://goo.gl/FW2Kz6

https://goo.gl/prMXV3

 

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Rimpatrio

Vietnam 1971.

L’esercito degli Stati Uniti d’America lancia un programma di screening per rilevare l’uso di droghe tra i soldati. Si scopre che la metà circa fa uso di eroina e che una buona parte di questi ha sviluppato una dipendenza conclamata.

Quando, dopo il rimpatrio, questi militari vengono nuovamente controllati, viene alla luce un fatto sorprendente: il 95% di loro ha smesso di drogarsi!

Cos’è successo? Com’è possibile che una dipendenza da droghe pesanti sparisca così velocemente? I soldati vengono interrogati e spiegano che non sentono più il bisogno di eroina perché, dicono…. è cambiato il contesto. Sono tornati a casa dalle loro famiglie e da coloro che amano. Hanno nuovamente stabilito connessioni gratificanti e rapporti umani, hanno trovato altri tipi di gratificazioni che in Vietnam semplicemente era impossibile raggiungere.

Fino ad allora la dipendenza era considerata un fatto “chimico”, legato a trasmettitori e recettori cerebrali alterati. È ovviamente ancora così, ma questo lavoro ha posto l’accento sull’altra faccia della medaglia, quella più imponderabile, legata alla nostra storia evolutiva di animali sociali, bisognosi di un… contatto e di rapporti interpersonali che “spostino” la gratificazione e il piacere indotti da sostanze chimiche verso quelli generati dal… calore umano.

La “dipendenza” moderna, legata al consumo esagerato di cibi gratificanti e iperpalatabili può essere letta in questo modo? Può il cibo essere usato come droga e come anestetico delle emozioni? Io credo di sì.
L’obesità in molti casi (non in tutti) è il risultato del nostro Vietnam personale. E non si combatte con le diete, si combatte con le…connessioni. Per uscirne non ci vuole il metadone del nutrizionista di turno, ma il “rimpatrio” in un mondo in cui le amicizie sono amicizie vere e le passioni sono passioni autentiche.

Noi lo sentiamo che qualcosa non va in questo mondo, ma spesso non riusciamo a capire cosa sia e… mangiamo (oppure stiamo sui social).
Magari al posto di quella fetta di torta potremmo giocare con nostro figlio, invece di quel pezzo di pizza potremmo leggere un libro, anziché finire quel sacchetto di patatine potremmo dare un bacio a nostra moglie… Magari un giorno il Vietnam potrebbe essere solo un paese lontano.

https://goo.gl/7RmrHv

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L’amore per le piccole cose: pro-biotici e pre-giudizi

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Sono piccoli, invisibili e piacciono tanto.  Li trovi nelle erboristerie, nei supermercati, dal medico e online. Sono i probiotici, microrganismi che promettono tanto e su cui si sta concentrando la ricerca e….il marketing.

I probiotici sono “microrganismi vivi e vitali che, se somministrati in quantità adeguata, conferiscono benefici alla salute dell’ospite”. Sono sopratutto batteri che, se assunti col cibo o sotto altre forme (fiale, compresse, capsule), sono capaci di arrivare nel colon (passando indenni la barriera gastrica) e qui contribuire a migliorare la composizione quali-quantitativa del nostro microbiota intestinale producendo tutta una serie di possibili benefici.

Nel nostro colon vive una comunità gigantesca di microrganismi, detta appunto microbiota (una volta si diceva microflora, ma il termine adesso è desueto) formata da numerose specie che sono a stretto contatto con la mucosa intestinale. Stiamo parlando di 100 mila miliardi di microrganismi, alcuni “buoni” altri meno, che pesano più di un chilo in totale e che interagiscono tra loro stessi e con l’ospite (che siamo noi).

Sono presenti cinque phyla e precisamente i Firmicutes, i Bacteroidetes, gli Actinobacteria, i Proteobacteria e i Verrucomicrobia. I primi due però rappresentano da soli il 90% di tutta la popolazione residente. Ognuno di noi nel proprio intestino ha una combinazione personale di questi piccoli ospiti, una specie di impronta digitale batterica con un cuore comune formato da un gruppo di specie (circa 57) che si ritrovano più o meno costanti in ogni individuo.

Esiste quindi una simbiosi (o un commensalismo) tra il microbiota e l’ospite (che siamo sempre noi). Da una parte i piccoletti si cibano di quello che arriva giù nell’intestino, fornendo di rimando a noi molti tipi di aiuto:

  1. Partecipano alla formazione della barriera intestinale
  2. Ci aiutano a combattere i batteri cattivi
  3. Producono alcuni acidi grassi utili per il nostro metabolismo
  4. Producono vitamine (del gruppo B e K)
  5. Interagiscono col sistema immunitario della mucosa intestinale

La dieta influenza moltissimo la composizione del microbiota. Si è notato che diete quasi vegetariane (come il modello mediterraneo), ricche in vegetali e povere in calorie selezionano una popolazione di microrganismi con la capacità di produrre sostanze benefiche (acidi grassi a catena corta) e incrementare il numero di batteri buoni i quali contribuiscono a ridurre l’infiammazione locale e aumentare il benessere.

Ma se la dieta non dovesse bastare possiamo cercare di chiedere un aiuto esterno rivolgendoci ai probiotici di cui parlavamo all’inizio. Perchè siano “autorizzati” a possedere il nome di “probiotico” questi microrganismi devono possedere le seguenti caratteristiche:

  • Devono sopravvivere all’ambiente acido dello stomaco
  • Devono aderire strettamente alla mucosa dell’intestino e rimanere vitali
  • Devono essere ben identificati a livello di ceppo, quindi nome, cognome, famiglia e caratteristiche biologiche e cliniche
  • Devono essere in numero adeguato, cioè tanti.

Lo yogurt “normale” non contiene quindi probiotici perchè i batteri presenti non superano lo stomaco vivi e quei pochi che ce la fanno non riescono a modificare la popolazione batterica che trovano giù.

Dobbiamo quindi rivolgerci a prodotti denominati esplicitamente come “probiotici” che devono possedere almeno 1 miliardo di cellule batteriche per grammo o millilitro per ceppo considerato e questa quantità va assunta giornalmente per un periodo congruo per poter dare la possibilità ai microrganismi di colonizzare l’intestino.

Ma quali sono attualmente le evidenze cliniche legate all’utilizzo di probiotici? Non tantissime e, come vedremo dopo, c’è anche un altro aspetto di cui tener conto.

I probiotici possono (prove concrete):

  • influenzare il benessere generale dell’ospite
  • migliorare sintomi intestinali come gonfiore e fastidio addominale
  • prevenire la diarrea infettiva nei bambini
  • migliorare la diarrea associata all’uso di antibiotici
  • regolarizzare l’alvo

NOTA: perchè “funzionino” deve essere assunto QUEL preciso ceppo che ha dimostrato l’effetto e non uno della stessa “famiglia”. I probiotici devono inoltre essere assunti nelle quantità e nei tempi indicati, spesso per sempre.

Non ci sono invece prove che i probiotici possano:

  • far perdere peso
  • prevenire le malattie cardiovascolari
  • prevenire le infezioni delle vie urinarie
  • migliorare le vaginiti batteriche

Scarse evidenze (basate su lavori contraddittori e di basso valore)

  • prevenzione delle infezioni delle vie respiratorie
  • allergie (rinite allergica e dermatite atopica sopratutto)
  • malattie infiammatorie intestinali come la colite ulcerosa e il morbo di Chron

Detto tutto questo facciamo un’ultima considerazione: come abbiamo visto laggiù ci sono circa 100 mila miliardi di microrganismi (!) che appartengono a non meno di 1000 specie diverse e che interagiscono tra loro e con l’ospite. Noi non siamo in grado di conoscere tutte le conseguenze di queste interazioni perchè è un numero immenso. E’ il numero che si ottiene moltiplicando 1000x999x998x997…..4x3x2x1 e si indica con “1000!” (fattoriale di mille) e non si può scrivere perchè ci vorrebbero centinaia di pagine.

Alcune interazioni saranno neutre, altre positive e altre negative. Solo che….ad oggi non esistono studi scientifici che abbiano analizzato le interazioni negative. Ovvero, non abbiamo riscontrato problemi nell’utilizzo di probiotici perchè non siamo andati a cercarli! Insomma è la vecchia storia: l’assenza della prova di un effetto (negativo in questo caso) NON E’ la prova dell’assenza! Esiste quindi un vizio metodologico negli studi fatti finora che deve far riflettere e ci deve mettere in guardia.

Il pregiudizio di conferma, cioè la tendenza che la nostra mente ha di  cercare solo le conferme alle nostre ipotesi (i probiotici “fanno bene”) escludendo dalla ricerca eventuali aspetti negativi (i probiotici potrebbero anche non essere così sicuri) è sempre dietro l’angolo.

Questo nuovo lavoro https://goo.gl/51osm7 conclude che “Harms reporting in published reports of RCTs assessing probiotics, prebiotics, and synbiotics often is lacking or inadequate. We cannot broadly conclude that these interventions are safe without reporting safety data.” e mette una prima pulce nell’orecchio.

Conclusioni

Una dieta adeguata è in grado da sola di migliorare la composizione del microbiota intestinale.

Per alcuni fastidi intestinali è possibile aiutarsi assumendo probiotici (meglio se su indicazione medica perchè deve essere consigliato il ceppo preciso).

Attualmente non sembrano esserci problemi di sicurezza, ma come abbiamo visto potrebbe essere solo perchè non li abbiamo cercati. Quindi evitate di prendere capsule di probiotici per dimagrire o per qualunque altro problema che non ha mostrato prove di poter essere prevenuto o trattato coi probiotici. Ignorate pertanto il farmacista e l’erborista di turno che vi consiglia probiotici per la sindrome premestruale o per le vampate della menopausa.

Se non serve, non serve. E risparmiate denaro.


Riferimenti

PROBIOTICI E SALUTE UMANA – 2013: Lo stato dell’arte basato sulle evidenze. http://goo.gl/InSH06

Albenberg LG1, Wu GD2. Diet and the intestinal microbiome: associations, functions, and implications for health and disease. Gastroenterology. 2014 May;146(6):1564-72. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4216184/pdf/nihms-580415.pdf

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