3 cervelli per gli uomini mortali….(seconda puntata)

Il secondo cervello (il piacere)

Nella nostra estrema semplificazione dei “circuiti” implicati nel comportamento alimentare abbiamo distinto un “primo cervello” contenente il circuito base di regolazione “fame-sazietà” di cui abbiamo parlato qui

Oggi andiamo alla scoperta del cosiddetto “circuito del piacere” situato in una zona all’interno del mesencefalo e precisamente nell’area tegmentale ventrale (ATV), un gruppo di neuroni a loro volta collegati al nucleus accumbens (NA) che si trova in una regione un po’ più distante.

I neuroni dell’ATV mandano scariche elettriche al NA scatenando il rilascio di un neurotrasmettitore fondamentale nella trasmissione della sensazione di piacere: la dopamina.

Il circuito è in effetti molto più complesso perchè i neuroni della ATV si collegano ad altre aeree cerebrali coinvolte nella gestione delle emozioni, della memoria, dell’apprendimento delle abitudini e del “ragionamento” integrando quindi i segnali di piacere con molte funzioni superiori che coinvolgono aspetti complessi della nostra vita. Inoltre in tutto questo non viene solo coinvolto un neurotrasmettitore (la dopamina), ma anche altre sostanze (come il glutammato e il GABA) che complicano la faccenda.

Questa estrema complessità di funzioni e collegamenti ci permette, anche senza entrare nei dettagli, di intuire come il piacere sia un fenomeno complesso legato a ricordi, odori, sensazioni e abitudini che lo rendono un fenomeno “ricco” e profondo da contrapporsi al piacere legato a fenomeni di dipendenza che è spesso percepito come “vuoto” e a sé stante.

Riprendendo il nostro discorso, la cosa importante da capire adesso è che ogni volta che sperimentiamo sensazioni piacevoli c’è un rilascio di dopamina che è proporzionale al piacere che proviamo.

Le droghe come la cocaina agiscono in modo tale da “mantenere in circolo” la dopamina così da sperimentare una sensazione di piacere prolungata. Viceversa alcuna malattie come il morbo di Parkinson comportano la progressiva perdita di cellule dopaminergiche (che producono cioè dopamina) dando vita ai tipici sintomi come tremore, lentezza nei movimenti, ma anche problemi legati all’umore che di solito è “rallentato”.

Come le droghe, anche l’assunzione di cibo produce un rilascio di dopamina e una sensazione di piacere. 

Cibi diversi producono diversi livelli di rilascio di dopamina. Inoltre i soggetti obesi mostrano meno recettori per la dopamina rispetto a soggetti normopeso il che porta a pensare che gli obesi provino meno piacere dei magri e che si debbano “autostimolare” con maggiori quantità e diverse qualità di cibi per raggiungere una soddisfazione che un soggetto non obeso raggiunge molto prima.

Pare proprio che le persone fortemente sovrappeso abbiano un circuito del piacere “indebolito”, ma non solo: si aspettano anche una maggior gratificazione che invece non hanno. Il che li porta a mangiare ancora di più come forma di compensazione. Per complicare ulteriormente il tutto ci si mette anche lo stress, il quale, con meccanismi ancora non ben conosciuti, stimola anch’esso il circuito del piacere.

In questo modo si innesca una forma di dipendenza ampiamente sfruttata dagli ingegneri del cibo moderni che sfruttano la nostra naturale tendenza a preferire cibi dolci e grassi, derivante dal nostro passato evolutivo che favoriva coloro che riuscivano a nutrirsi di cibi molto energetici in previsione di probabili carestie. La “voglia” di salato invece, deriva verosimilmente dal bisogno di reintegrare i sali persi con la sudorazione che era abbondante negli habitat dei nostri antenati.

La grande disponibilità di cibo moderna e la costruzione di cibi iperappetibili ha prodotto individui “dipendenti” dal cibo ingegnerizzato, il cosiddetto junk (o comfort) food. Il mercato è florido e complesso perché non basta mettere insieme grasso, zucchero e sale. Bisogna saperlo fare in modo sapiente. Contano molto le proporzioni tra gli ingredienti perché alimenti troppo dolci e non adeguatamente bilanciati per esempio, possono portare al rifiuto e divenire meno attraenti. Sono anche importanti altre caratteristiche sensoriali come la consistenza e l’odore che rendono il cibo davvero irresisitibile. E ovviamente contano moltissimo le porzioni: una maxi porzione di cibo irresistibile produce molto più piacere di una porzione standard.

In conclusione sembra che ingrassare mangiando comfort food apra la strada a forme di dipendenza qualitativamente molto simili a quelle legate all’assunzione di droghe che indeboliscono i meccanismi legati alla gratificazione giustificando un ulteriore consumo di questi cibi e innescando un circolo vizioso difficile da rompere con tutte le conseguenze negative del caso: obesità e patologie correlate. Il fatto che non tutti reagiscano allo stesso modo a queste “stimolazioni” fa pensare a una predisposizione genetica in coloro che ne sono più colpiti, ma l’ambiente e i nostri comportamenti hanno sempre e comunque una parte predominante.

Come fare per uscirne?

La prima è più banale delle risposte è: non entrarci. Non prendere l’abitudine a mangiar male. Il che comporta un investimento sulla cultura e l’informazione scolastica che attualmente è inesistente. Per star bene da adulti si comincia da bambini, ma qualcuno ce lo deve pur insegnare.

La seconda risposta riguarda la nostra libertà di scelta e sarà l’argomento della terza parte in cui parleremo del terzo cervello.

Alla prossima.

Condividi...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *