Le vie di mezzo: lectine e terrorismo

“Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni…”.

E sono sparite anche le vie di mezzo….

Avevo in mente da qualche tempo di parlare di lectine negli alimenti, ma il “La” me lo ha dato una recente affermazione di un contatto Facebook, parlando della presenza di lectine nei cereali integrali. Una affermazione che non mi sarei mai aspettato.

Prima di arrivare al punto diciamo due parole per definire il contesto: cosa sono i cereali integrali e cosa le lectine.

I Cereali integrali

I frutti di alcune graminacee prendono il nome di cariossidi (i chicchi) e sono la parte della pianta di cui noi ci nutriamo e che possiamo consumare intera, oppure sotto forma di farina o sfarinati, semole (ma anche ridotti in fiocchi, frantumati, ecc).

Il chicco è composto da tre parti: una membrana protettiva esterna, il pericarpo, che una volta separata dal chicco prenderà il nome di crusca (ricca di fibra); una parte interna, il germe (o embrione, da cui prende origine una nuova piantina), che contiene sopratutto lipidi e proteine oltre a una certa quantità di microelementi e tutto il restante volume che è chiamato endosperma (o albume) che è formato per la maggior parte da amido.

 

Il chicco consumato tal quale è “naturalmente integrale” perchè noi assumiamo tutte le sue parti. Lo stesso dicasi quando mangiamo prodotti da forno o pasta costituiti da farine o semole derivanti dalla macinazione del cereale intero. Altri tipi di macinazione eliminano la crusca e producono farine/semole meno ricche di fibra e di micronutrienti e contenenti perlopiù amido. La normativa (https://goo.gl/xKhg7n) distingue le varie lavorazioni e miscele, ma non è questa la sede per approfondire questi aspetti. Ciò che più conta (ai fini di questo articolo) è che, dal punto di vista nutrizionale e salutistico il consumo del cereale intero è associato a una marea di benefici che possiamo riassumere così:

  1. Benefici riguardanti la riduzione del rischio di Diabete Tipo 2 (https://goo.gl/tuhsGH; https://goo.gl/mpw7Dd)
  2. Benefici legati alla riduzione del rischio di malattie cardiovascolari (https://goo.gl/tuhsGHhttps://goo.gl/buZV6K)
  3. Benefici correlati alla riduzione del rischio di cancro (colon retto) (https://goo.gl/c2GuJb)
  4. Benefici associati ad un minor rischio di sovrappeso e obesità (https://goo.gl/tuhsGHhttps://goo.gl/mpw7Dd)

Voglio sottolineare che i lavori citati sono revisioni sistematiche e metanalisi, cioè grandi selezioni e analisi statistiche di numerosi studi scientifici effettuati su centinaia di migliaia di persone (a volte milioni) seguite nel tempo ed esprimono ciò che di meglio attualmente esiste in letteratura. Non stiamo quindi parlando di lavoretti sui topi o su 5 persone seguite per 3 giorni. Su questi lavori si basano le linee guida nutrizionali mondiali che forniscono suggerimenti pratici di comportamento alla popolazione. Per esempio le nostre linee guida (in particolare la numero 2: https://goo.gl/tNafJs) affermano: “Consuma regolarmente pane, pasta, riso e altri cereali (MEGLIO se integrali)…”. Non dice “Evita i cereali integrali perchè sono pericolosi o ricchi di anti-nutrienti”!

Ovviamente, come spesso ripeto (fino alla nausea in effetti), i cereali consumati integrali, non sono la panacea. DA SOLI non fanno miracoli, ma devono essere inseriti in un contesto che comprenda alimentazione corretta nel suo insieme, attività fisica, abolizione del fumo di sigaretta e molta limitazione (se non assenza) di consumo di alcolici. Come al solito è la somma che fa il totale e non è neppure necessario mangiare sempre e in maniera esclusiva prodotti integrali. Il consiglio pratico è di fare fifty fifity: perlomeno il pane e i prodotti da forno (fette biscottate, biscotti, crackers…) dovrebbero essere consumati nella forma intera, mentre per la pasta (o il riso) questo non è necessario. Va da sè che se abbiamo la (buona) abitudine di alternare il consumo della pasta con dei cereali in chicco (riso integrale, avena, orzo, segale, bulgur, ma anche pseudocereali come il grano saraceno o la quinoa) otterremo benefici ulteriori oltre ad avere un appagamento del gusto. Tutto questo per dire che non sono un “fan” dell’integrale a tutti i costi e non ho nulla da guadagnare nel consigliarne il consumo, ma le evidenze parlano chiaro.

Il cereale intero sazia maggiormente e, a parità di peso, contiene più fibra e quindi un po’ meno calorie. L’effetto “massa” è maggiore rispetto al consumo di cereali raffinati e in un mondo dove il consumo di fibra è bassissimo il semplice consiglio di introdurne di più può aiutare a introdurre meno energia, rimanere magri (o ritornare magri) e guadagnare salute. Non dimentichiamo ovviamente che una bella fetta della fibra che dovremmo introdurre giornalmente deve derivare anche da frutta, verdura e legumi, i cardini della dieta mediterranea.

Se l’aumento della sazietà (e la riduzione dell’introito calorico) è probabilmente l’effetto più importante per la nostra salute, i benefici legati all’assunzione quotidiana di cereali interi non si limitano a questo: sono state studiate e osservate le proprietà di numerose molecole bioattive presenti nel germe sopratutto, che possono spiegare alcuni effetti anti tumorali, antiossidanti cardioprotettivi, ecc.

Le lectine

Le lectine sono sostanze proteiche capaci di fare agglutinare i globuli rossi (infatti sono dette anche emo-agglutinine) e sono presenti in numerosi vegetali. Sono tossiche, ma una cottura adeguata è in grado di denaturarle e ridurre notevolmente il rischio di effetti avversi. E’ storicamente noto che estratti di alcuni legumi (che ne sono particolarmente ricchi, come i fagioli, i piselli e le lenticchie) agglutinano il sangue di molti mammiferi. Alcune lectine sono anche state identificate nel frumento.

Una lectina “famosa” è la ricina (https://goo.gl/Foi4xS), citata in numerosi film e serie tv, presente nei semi di ricino (Ricinus communis) è una potente tossina in grado di provocare morte cellulare in bassi dosaggi: 0,2mg, pari a 8 semi circa, possono uccidere un uomo (https://goo.gl/92gdCH).

La funzione di queste agglutinine nella pianta non è bene compresa, ma pare sia legata alla difesa nei confronti di funghi e batteri. Esiste anche l’ipotesi che partecipino a meccanismi di accumulo di sostanze di riserva e di comunicazione tra pianta e organismi simbionti (“Additivi e tossici negli alimenti” – Marinella Melis, Ed. Libreria Universitaria, 2014).

Le lectine hanno una speciale affinità per i carboidrati (il loro nome deriva dal latino legere: scegliere, riconoscere), compresi quelli presenti sulla membrana dei globuli rossi, il che spiega la loro capacità agglutinante, ma spiega anche la capacità di legarsi alle strutture glicoproteiche intestinali danneggiandole, inibendo l’assorbimento di nutrienti e provocando iperplasia e ipertrofia dei tessuti.

Se cercate in rete “lectine e malattie” vi sembrerà che queste sostanze siedano accanto a Satana in persona da tanti risultati negativi che otterrete. La demonizzazione delle lectine, fra le altre cose, sta alla base della paleodieta ed è anche legata alla dieta dei gruppi sanguigni. I paleodietisti (o come diavolo si chiamano) giustificano l’esclusione dalla dieta di cereali e legumi anche in base al fatto che questi alimenti contengano lectine. Per rafforzare il loro pregiudizio di conferma (selezionare solo i lavori che tirano acqua al loro mulino escludendo gli altri) citano alcuni studi. Uno di questi lo potete trovare qui: https://goo.gl/7pXAGA. Al capitolo 4 si parla di “agglutinina del germe di grano” o WGA. Viene citata tutta una serie di lavori a favore della tesi “le lectine fanno male, molto male”, ma sono tutti lavori su animali o in vitro e in tutti viene utilizzato estratto di WGA somministrato su cellule in una piastra o direttamente nell’intestino di un ratto in elevati dosaggi, notando tutta una serie di conseguenze negative. Questi lavori possono essere spunti di riflessione per successivi studi, ma non “dimostrano” un bel nulla. La stessa review a un certo punto infatti dice “Mancano dati umani che mostrano l’influenza dell’assunzione di WGA sui marcatori infiammatori“. E grazie. Tutti gli altri lavori trovati in letteratura sono del medesimo tenore: analisi in vitro o su animali, nessuna prova su esseri umani nella VITA REALE. Questo è un altro articolo che spesso viene citato: https://goo.gl/pQNXpY. Anche qui, tante ipotesi, ma nessuna certezza. Nessuna prova che il consumo di cereali integrali, nello specifico, possa provocare un qualche tipo di danno a causa del contenuto di lectine. E mettiamo il primo punto.

Avviciniamoci alla conclusione citando finalmente questo lavoro: https://goo.gl/oJ26CR . Questa revisione sistematica del 2014 si è occupata di analizzare tutte le possibili relazioni tra la assunzione di lectine presenti nei cereali (in particolare la WGA) e varie condizioni patologiche come il cancro, l’obesità, la autoimmunità, la tossicità in generale, ecc.

Ormai dovrebbe essere chiaro, ma anche qui gli autori affermano che “Sebbene i dati provenienti da studi sull’essere umano che utilizzino cibi trattati termicamente manchino, ci sono prove che le lectine purificate influenzano lo stato di salute. Diversi studi di ricerca in vitro sono stati descritti in letteratura“; e ancora “Inoltre, gli studi che descrivono gli effetti di alte dosi di lectine vegetali purificate sulla salute degli animali sono stati elencati in database scientifici“. Quindi: estratti purificati, alte dosi, prove in vitro e su animali. Cioè voi capite: prendono i fagioli CRUDI, estraggono le lectine e li sparano dentro a un topo. E il topo sta male! Urca!

Gli autori concludono che “I risultati di una ricerca aggiornata sui meccanismi che le lectine del grano hanno su fattori di salute, come l’obesità, le malattie autoimmuni e la malattia celiaca, sono sottoposti a revisione critica. Concludiamo che ci sono molte ipotesi infondate fatte. Gli attuali dati sugli effetti sulla salute delle lectine alimentari, come consumate in cibi cotti, al forno o estrusi, non supportano effetti negativi sulla salute negli esseri umani. Al contrario, il consumo di alimenti contenenti WGA, come cereali e prodotti integrali, ha dimostrato di essere associato a rischi significativamente ridotti di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, alcuni tipi di cancro e una gestione del peso a lungo termine più favorevole.“.

Ed ecco che torniamo magicamente al punto di partenza: consumare cereali interi è talmente positivo per la salute da superare qualunque rischio derivante dalla assunzione possibile (ma non dimostrata) di lectine.

E’ la solita vecchia storia: si prende un tossico presente in un alimento (o un agrofarmaco che viene usato come diserbante sulle colture…), se ne “dimostrano” gli effetti negativi in assoluto (le lectine messe in quantità a contatto col nostro intestino bene non fanno, l’agrofarmaco bevuto a litri non è un toccasana) e ci si scorda poi di valutare l’esposizione a queste sostanze (le lectine vengono perlopiù inattivate dal calore, dalla fermentazione, dall’ammollo; l’agrofarmaco non ci arriva nei nostri cibi in quantità significative…).

La dose fa il veleno, ma l’esposizione al veleno conta ancora di più. Se non c’è esposizione, non c’è veleno e quindi danno.

Concludendo, allo stato attuale dell’evidenza scientifica, le lectine alimentari sono un non-problema. Qualunque valutazione seria sulla tossicità di una sostanza presente nei cibi deve essere fatta mettendo sulla bilancia rischi e  benefici. In questo caso specifico i rischi non sono neppure dimostrati. Perciò consumate tranquillamente e senza paure il pane scuro che va benissimo.

Fra l’altro mi sorge spontanea una considerazione: da una parte c’è uno con la barbetta bianca che ci dice che i cereali raffinati sono il male assoluto; dall’altra parte c’è una intera categoria di pseudo-dietologi, amanti della paleo e della dieta Mozzi (e anche i panificatori, per motivi che mi sfuggono totalmente) che ci dicono che i cereali integrali sono il male assoluto.  Ma porca miseria, cosa dobbiamo fare?

Ma non esistono più le vie di mezzo?

“Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni….”

Condividi...

O voi

O voi che pensate che l’olio extravergine di oliva sia il cardine, l’emblema, la bandiera della dieta mediterranea; o voi che ci raccontate che è come un farmaco e che dovremmo berlo a garganella per vivere 100 anni; o voi che sputate sugli altri oli perchè non sono all’altezza di competere col Re.

O voi.

Guardate un po’ questo grafichino che vi mostra il consumo di olio di oliva nell’anno 1961 (il primo anno disponibile) nei paesi che si affacciano sul mediterraneo (ci mettiamo anche il Portogallo).

Fonte: Food Balance Sheet FAO (http://www.fao.org/faostat/en/#data/FBS)

Guardate come, nel momento di massima “esplosione” della dieta mediterranea, cioè quando si faceva DAVVERO, su 16 paesi solo 5 ne consumavano una quantità degna di nota (la Grecia ci faceva il bagno), 3 così così e 8 consumavano tutt’altro PUR SEGUENDO IL MODELLO MEDITERRANEO nella sua essenza.

O voi, quando lo capirete che la dieta mediterranea non è olio, pasta, pizza e mandolini, ma un modello, una somma, un insieme che prescinde dal singolo alimento?

O voi, ma vedete d’annà….(censored)

—–

http://alimenzogne.blogspot.com/…/la-dieta-mediterronea.html

http://www.gabrielebernardini.it/la-alimentazione-mediterr…/

Condividi...

Una dieta, non mille

L’alimentazione sana e corretta per la prevenzione delle malattie non trasmissibili è UNA.

Non esistono le diete “per il cuore”, “per prevenire i tumori”, “contro il diabete”, “per combattere l’osteoporosi”.

Non ci sono differenze, per ridurre il nostro rischio di ammalarci si dovrebbe mangiare sempre nello stesso modo:

1. In modo da non INGRASSARE (questo E’ il punto fondamentale). Perchè è ingrassare, a prescindere da COSA si mangia, che aumenta il rischio di infarto, ictus, tumori, diabete, osteoporosi, ecc., aumentando l’infiammazione sistemica di basso grado (http://www.gabrielebernardini.it/fiamma/) e l’insulinoresistenza (http://www.gabrielebernardini.it/linsulino-resistenza/) nel nostro organismo.
La PANCIA mette a rischio la nostra salute, anche se aumenta mangiando quinoa, bacche di Goji, zucchero integrale, sale himalayano e verdure bio.
2. In modo da introdurre ogni giorno sopratutto alimenti vegetali (frutta, verdura, legumi, cereali integrali).
3. In modo da introdurre pochi alimenti di origine animale (sopratutto poche carni grasse e pochissime carni trasformate).
4. In modo da non eccedere col sale.
5. In modo da non bere alcolici (o limitarli al massimo)
6. In modo da non mangiare (o limitare al massimo) alimenti con elevata densità energetica (bevande zuccherate, dolci).

Questo è il modo. C’è solo un modello che rispetta questi punti ed è il modello mediterraneo (http://www.gabrielebernardini.it/la-alimentazione-mediterranea-dieta-modello/). Quello che vi raccontano i vari guru, che esaltano il SINGOLO ingrediente, facendolo diventare un farmaco E’ FUFFA!

Le erbe miracolose, gli integratori fantasmagorici, i beveroni detox, gli antiossidanti e i supercibi sono FUFFA! Quand’anche ci siano evidenze consolidate su alcuni alimenti rispetto ad altri sono SEMPRE da considerarsi un tassello che PARTECIPA alla visione di insieme, ma che DA SOLO non fa NULLA!

C’è solo UNA dieta per la salute, non 1000.
Poi ci sono le dietoterapie per chi una malattia ce l’ha GIA’. Ma è tutta un’altra faccenda.

Una bilancia e un nastro da sarta (per misurare la circonferenza vita) è quello di cui avete bisogno. Non di complicarvi la vita con mille diete farlocche o di credere ad ogni libro che esce in libreria o ad ogni ragazzina che sui social si inventa la dieta o l’alimento miracoloso.

Ah! avete bisogno anche di un paio di scarpe da jogging ovviamente. L’attività fisica è l’unico farmaco che non ha effetti collaterali e che non costa niente.

Condividi...

Certaldo, Toscana – Anno 2077

Certaldo, Toscana – Anno 2077

«Parlami ancora di quando c’era da mangiare per tutti nonno! E di quando le persone arrivavano a pesare anche più di 100 chili e mangiavano la carne degli animali!! anche tutti i giorni!»

Il sole era tramontato da qualche ora e Palazzo Pretorio era immerso nell’oscurità. Il caldo era stato insopportabile quel giorno di metà aprile e alle 9 di sera c’erano ancora 30 gradi. Nel pomeriggio il termometro aveva toccato i 41. Ormai era così da anni e la situazione non accennava a migliorare, soprattutto in pianura.

«Nel 2010 avevo 7 anni», disse Nonno Fosco, seduto davanti alla casa di Via del Rivellino «e in quel periodo la popolazione mondiale era arrivata a contare oltre 7 miliardi di persone. Circa 2 miliardi erano sovrappeso e 600 milioni fra questi avevano superato il livello di obesità. Una buona percentuale degli obesi era anche malato: diabete, malattie del cuore, tumori, erano tutte conseguenze del mangiare in eccesso e della estrema sedentarietà».

Verso la metà del XXI secolo tutte le previsioni riguardanti il peggioramento del riscaldamento globale cominciarono ad avverarsi. I segnali erano ben visibili da tempo, ma il mondo fece finta di niente. E fu allora che cominciarono i guai seri.

«E perché erano così pesanti nonno?» chiese Spiga, «Mangiavano davvero così tanto e così tanta carne? È vero che c’erano posti che si chiamavano Supermercati, dove si poteva comperare ciò che si desiderava e mangiare in continuazione?»

In Italia, la prima a scomparire sotto le acque fu Venezia, seguita da molte altre città costiere. Napoli diventò una laguna e il cordone costiero di Genova venne sommerso completamente, assieme al suo porto. Con il progressivo aumento delle temperature arrivarono anche le epidemie. Il clima tropicale si espanse sopra e sotto l’equatore e nuovi animali ebbero la possibilità di moltiplicarsi a latitudini che prima erano loro sfavorevoli. Gli insetti in particolare furono vettori di numerosi agenti patogeni. In Pianura Padana la malaria divenne un problema sanitario grave.

Nonno si asciugò il sudore dalla fronte. «La disponibilità di cibo all’epoca era molto elevata. Soprattutto di cibo ipercalorico a basso costo. Il consumo di carne e alimenti di origine animale, poi, era spropositato. Ovunque esisteva la possibilità di mangiare qualcosa di molto energetico: i grandi centri commerciali, le catene di ristoranti e le case della gente erano pieni di alimenti molto appetibili che tu oggi nemmeno puoi immaginare!»

Ma non fu la malaria la cosa peggiore: il progressivo aumento delle temperature causò lo scioglimento del permafrost artico. La conseguenza immediata fu che si liberò in atmosfera una enorme quantità di metano che peggiorò l’effetto serra contribuendo ad uccidere molte foreste (il che compromise ulteriormente la capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera peggiorando il quadro complessivo e aumentando ulteriormente le temperature). La conseguenza più grave, però, fu un’altra: il permafrost disciolto liberò…qualcos’altro. Era rimasto imprigionato dai ghiacci per secoli, ma il clima torrido lo fece tornare in vita. Venne chiamata La Morte Bianca e sterminò il 75% dell’umanità. Fu un batterio, non un virus, un ceppo estinto di Yersinia pestis, lo stesso che causò la peste di Giustiniano attorno al 540 d.C. Solo che questo mutò velocemente e l’umanità non riuscì a fermarlo.

Nel 2070 sulla Terra vivevano solo 2 miliardi di persone. L’Italia fu uno dei paesi più colpiti, sopravvisse una popolazione di soli 25 milioni di individui.

Spiga guardò la pianura sottostante. In lontananza si vedevano le fioche luci notturne di Poggibonsi. Non riusciva a crederci. Non capiva come si potesse arrivare a mangiare così tanto da non potersi neppure più muovere. E, pensando a Giada, la sua cagnolina, non credeva possibile che l’essere umano potesse mangiare animali, togliendo loro la vita.

«Dimmi di più, nonno. Parlami di quei tempi».

__

Nonno Fosco non sapeva da dove iniziare e allora cominciò da quello che gli stava più a cuore.

«Mangiare carne era il modo più inefficiente e crudele che avevamo per nutrirci, ma l’umanità non se ne importò, pensando unicamente a sè stessa. Il consumo di prodotti animali aumentò con costanza negli anni. Per esempio: nel 2016, in tutto il mondo abbiamo mangiato:

– 23 miliardi di polli

– 1,5 miliardi di bovini

– 1 miliardo di suini e 1 miliardo di ovini

L’83% dei terreni agricoli era utilizzato per il bestiame (pascolo e coltura di soia e mais e altri cereali per i mangimi), cioè il 26% di tutta la superficie terreste.

La maggior parte di queste risorse agricole serviva per tenere in vita gli animali che ci davano la carne che poi mangiavamo. Il problema era che solo una piccola parte di questi nutrienti finiva nella carne che mangiavamo noi. I bovini per esempio riuscivano a convertire solo il 4% delle proteine che gli davamo e solo il 3% delle calorie in carne pronta da mangiare. Il resto era perduto.

Per fare 1kg di bistecca un manzo usava 25Kg di cereali e fino a 15000 litri di acqua. A loro serviva un sacco di roba, ma noi prendevamo dalla carne solo circa il 18% delle calorie che assumevamo. Avremmo potuto nutrire altri 3,5 miliardi di persone se avessimo preferito mangiare il cibo che invece davamo loro per crescere e vivere.

Negli anni successivi le cose non sono migliorate: abbiamo trasformato la Terra in un grande allevamento che ha prodotto parte dei danni ambientali che adesso vediamo.

Infatti, il 15% circa delle emissioni di gas serra (i gas che “scaldano” la Terra) derivava dall’allevamento animale, ed era una quantità enorme, tanto quanto producevano tutte le navi, gli aeroplani e tutti i trasporti terresti (camion e auto) all’epoca.

Con l’allevamento e l’esagerato consumo di carne, abbiamo sprecato e contribuito al riscaldamento e alla rovina del nostro pianeta e alla morte di miliardi di animali e esseri umani. Forse non avremmo mai risvegliato la Morte Bianca forse se avessimo agito diversamente.

Nel 2016, ogni giorno abbiamo ucciso 200 milioni di animali! (74 miliardi l’anno!!). Cioè, in 1 anno e mezzo uccidevamo più animali di quante persone sono passate sulla terra negli ultimi 200 mila anni!!

La maggior parte di questi animali viveva in allevamenti intensivi, costruiti in modo da essere i più efficienti possibili. Ma diventarono fabbriche di orrore e crudeltà. Non ci importava molto del benessere di questi esseri viventi: i maiali vivevano in grandi capannoni senza vedere la luce del sole e le scrofe erano costrette a partorire frequentemente e a non potersi neppure girare nelle loro gabbie per cambiare posizione. Per tutta la loro vita.

Le vacche erano ingravidate di continuo per poter fornire latte e quando partorivano, il loro piccolo era subito allontanato da loro. I bovini da carne invece, ammassati in stetti cubicoli,  non potevano muoversi ed erano ipernutriti per poter ingrassare velocemente.

Alle galline andò peggio: vivevano cosi strette fra loro che cominciavano a combattere le une con le altre. Per evitare questo, veniva loro tagliato il becco con delle tenaglie.

Tutta questa sofferenza, tutto questo spreco e inquinamento per soddisfare il desiderio di milioni di individui obesi e malati che si ammalavano con le loro stesse mani (o bocche per meglio dire). Un eccessivo consumo di prodotti animali, infatti, era dannoso per la salute, oltre che per l’ambiente. Ma di questo nessuno si preoccupò.

L’umanità avrebbe potuto avere una chance, ma non se la meritò. E oggi siamo qui, abbiamo ereditato un pianeta morente e infuocato, abbiamo di fronte anni difficili, ma ci serviranno, io credo. Ci serviranno per riflettere su ciò che avremmo potuto essere e non siamo stati. La Terra si riprenderà ciò che le abbiamo tolto quando alla fine ce ne saremo andati per sempre. E questo sarà solo un bene».

Nonno Fosco si girò verso Spiga. Il ragazzo stava piangendo silenziosamente: «Per oggi basta», disse il nonno, «torniamo nei rifugi sotterranei. Stasera c’è farro e ceci per cena. E cicoria e carote. E ravanelli e rape».

__

http://www.fao.org/faostat/en/#data/QA

http://www.fao.org/faostat/en/#data/QL

http://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22331890

https://water.usgs.gov/edu/earthwherewater.html

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/11/10/105002

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/8/3/034015

http://waterfootprint.org/media/downloads/Report-48-WaterFootprint-AnimalProducts-Vol1_1.pdf

http://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

https://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar5/wg3/ipcc_wg3_ar5_summary-for-policymakers.pdf

https://www.aspca.org/animal-cruelty/farm-animal-welfare/animals-factory-farms

https://www.aspca.org/animal-cruelty/farm-animal-welfare/animals-factory-farms

Condividi...

Il piccolo cane nero

Ci fu un tempo in cui un cane leccò per la prima volta la mano di un uomo e l’uomo ricambiò con una carezza e una grattatina dietro le orecchie.

Ci fu un luogo dove questo avvenne, forse in quella parte di mondo che chiamiamo Cina o forse in Europa, ma di certo da allora è passato molto tempo: tra i quindici e i dieci millenni!

Uomo e cane cominciarono il loro viaggio insieme quando ancora entrambi avevano diete prevalentemente carnivore, nel paleolitico superiore. Con la transizione neolitica, quando l’agricoltura cominciò gradualmente ad affermarsi, la dieta dell’uomo cambiò e con essa quella del suo compagno peloso.

L’amilasi pancreatica è un enzima presente nell’intestino umano e canino ed è adibito alla digestione degli amidi. I lupi, gli sciacalli e i coyote posseggono solo due copie del gene che codifica per questo enzima (Amy2B), mentre la maggior parte dei cani moderni arriva a possederne anche 40 copie, il che sta ad indicare la loro maggiore capacità di digerire l’amido. Questa amplificazione genica è avvenuta proprio in concomitanza con lo sviluppo agricolo. Da analisi del DNA di cani antichi (antecedenti all’avvento dell’agricoltura) si è potuto osservare come questi possedessero poche copie del gene, esattamente come i loro parenti selvatici moderni (http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/3/11/160449).

La vicinanza all’uomo e agli alimenti che questi consumava, ha favorito nel cane l’espressione dei geni che gli permettessero di digerirli ed estrarne energia, incrementando così la sua probabilità di riprodursi. Dal canto suo, l’uomo ne ha guadagnato in sicurezza: il cane proteggeva gli insediamenti umani dalle incursioni degli animali selvatici, ma non solo, lo aiutava nella caccia e nella raccolta, proteggeva gli allevamenti e lo scaldava nelle fredde notti neolitiche.

Uomo e cane sono amici. Li legano millenni di co-evoluzione e, come abbiamo visto, anche di abitudini alimentari.
Uomo e cane hanno sviluppato anche un attaccamento, che alcuni psicologi definiscono quasi materno. Per certi versi noi pensiamo come loro e loro come noi.
Non trovo niente di strano nel definire i cani che ho avuto “i miei bambini”. Lo sono stati.

I cani non si mangiano. Chi pensa che mangiare cani sia un fatto “culturale”, non sa nulla dei cani e della loro storia evolutiva. Mangiare cani è una aberrazione che solo l’essere umano “moderno” può considerare una cosa…normale.

Ma d’altra parte l’essere umano moderno considera normale trascinare il proprio cane in bicicletta, rasarlo a zero e colorarlo di viola, lasciarlo a morire in un terrazzo, sotto il sole pomeridiano di luglio, abbandonarlo in autostrada, impiccarlo a un albero o anche semplicemente lasciarlo solo, abbandonato in un cortile, legato a una catena per il resto della sua vita.
L’essere umano “moderno” fa un po’ schifo.

__

“Mi chiedo se Cristo avesse un piccolo cane nero

Tutto riccioluto e lanoso come il mio

Con due lunghe e seriche orecchie, un naso umido e rotondo

E due teneri occhi marroni scintillanti.

Sono sicuro, se lo avesse avuto,

che quel piccolo cane nero

Avrebbe saputo sin dal primo istante che Egli era Dio;

Che non avrebbe avuto bisogno

di alcuna prova della Divinità del Cristo

Ma che avrebbe semplicemente venerato il suolo

su cui Lui fosse passato.

Ho paura che non lo avesse, perché ho letto

Come Egli pregasse nell’orto, da solo;

Poiché tutti i suoi amici erano scappati

Persino Pietro, quello detto” una roccia”.

E, oh, sono sicuro che quel piccolo cane nero,

Con un cuore tanto tenero e caldo,

Non lo avrebbe lasciato soffrire da solo,

Ma, spuntandogli sotto al braccio,

Avrebbe leccato le care dita, strette nell’agonia

E, aspettandosi qualche coccola, ma incerto,

Quando Egli fu portato via, gli avrebbe trottato dietro

Seguendolo fin sulla Croce.”

Edward Bach

__

p.s. lo so, la nutrizione c’entra poco, ma non me ne frega niente.

Condividi...

Le emozioni caloriche di Marco Bianchi

Ci sono quelle giornate sfigate in cui ti capita di imbatterti in trasmissioni televisive che mai avresti voluto vedere. Oggi è una di queste giornate.

Il caro Bianchi, il cuoco del Cheshire che fa tendenza e che vorrebbe fare anche informazione nutrizionale, ha inaugurato un nuovo programmino tv su una nota rete dove si parla solo di ricette e cibo (che non vi dirò mai, ma che troverete in fretta, lo so). Si chiama “La mia Cucina delle Emozioni” ed è solo un contenitore di ricette riviste secondo il suo approccio salutistico che consiste semplicemente nel dire, nell’ordine:

1. che le farine integrali fanno bene, quelle raffinate no
2 che gli zuccheri fanno male, ma quelli che stanno dentro l’uvetta no
3. che il cibo x fa bene a y perchè contiene il nutriente z
4. che le calorie non contano se vengono da alimenti buoni (buoni per lui)
5. poco altro (e sempre comunque sbagliato)

Bene, mi sono imbattuto in questa ricettina da lui definita “leggera”

Per 1 persona:

80g di pasta (integrale ovviamente, perchè fa bene alla glicemia)
45g di noci (chè ci sono gli omega3 e gli omega6 e fanno bene al colesterolo)
15g di olio (extra vergine di oliva, of course)
50ml di latte di mandorla (perchè vegetale e quindi meglio)

Il piattino che ne viene fuori, leggero (!), ricco di fibre, grassi buoni e micronutrienti fantasmagorici ha circa 760 calorie……

Ma è leggero e ci sono gli omega3.

A Marco Bià, ma vaffannoce!

p.s. sia chiaro il piatto va benissimo, ma deve essere contestualizzato. Per un fabbisogno di circa 2400calorie (considerando che ci manca la verdura e la frutta per completare il pasto) è perfetto. Ma questo nessuno lo dice mai.

Condividi...

La fame si tiene

Da qualche parte, su qualche social, ho detto che “la fame si può anche tenere”. Mi piacerebbe spiegare meglio cosa significa per me questa affermazione.

Due premesse:

  1. Il sostantivo “fame” in questo contesto è sbagliato. L’ho usato come sinonimo di un qualcosa che potremmo chiamare “appetito” o meglio “voglia di qualcosa di buono” e, in fin dei conti, “desiderio di qualcosa di piacevole”. La fame è un’altra faccenda, è un bisogno, una emergenza, un campanello di allarme (http://www.gabrielebernardini.it/3-cervelli-gli-uomini-mortali-puntata/). Gli animali ricercano il cibo per la loro sopravvivenza e hanno fame, non appetito. Da quando la nostra specie ha perduto quel legame che ci univa agli altri animali, quel ciclo ci comportamenti che ci obbligava a spendere energia per procacciarci il cibo (con la caccia o l’agricoltura, non importa), riposarci e di nuovo faticare per trovare sostentamento e calorie per la sopravvivenza, noi non abbiamo più fame. La fame è finita circa 70 anni fa quando sono migliorate le tecniche agricole, quando le macchine in agricoltura hanno preso quasi completamente il posto delle braccia, quando si sono studiati principi attivi sempre più efficaci e sofisticati per ridurre le malerbe e combattere gli insetti, quei “pesticidi” cioè che a noi oggi fanno tanta paura, fino ad arrivare alle tecniche di miglioramento genetico, quelle modifiche che vogliamo a tutti i costi rifiutare. Tutto questo ci permette oggi di mangiare almeno 3 volte al giorno. Perlomeno nella nostra parte di mondo. Peccato che abbia anche dato la stura per mangiare IN ABBONDANZA almeno 3 volte al giorno! La grande disponibilità di cibo ci ha resi più grassi e malati, ma questa è un’altra storia. La fame non esiste quindi, c’è solo l’appetito e la ricerca del piacere (http://www.gabrielebernardini.it/3-cervelli-per-gli-uomini-mortali-seconda-puntata/).
  2. Se uno la fame non vuole “tenersela”, NESSUNO può obbligarlo. Nessuno deve e può essere costretto a dimagrire se non vuole. Ognuno sceglie per sè. Deve essere informato che perdere peso è un modo per guadagnare salute, non un atto estetico, ma dopo che ha ricevuto l’informazione è addirittura controproducente insistere in un cambiamento non desiderato. La motivazione non si dà! Qualunque processo di cambiamento dello stile di vita, dal dimagrire allo smettere di fumare, nasce da una spinta interna. Arriva quando arriva e a volte non arriva mai. I “motivatori” non esistono. C’è un semplice quanto famoso “modello” (DiClemente e Prochaska, 1982) che descrive le varie fasi del cambiamento:
  • Precontemplazione (la persona non manifesta motivazione a cambiare);
  • Contemplazione (ci sta pensando, potrebbe cambiare nel medio periodo);
  • Determinazione (sta pianificando un cambiamento nell’immediato futuro);
  • Azione (sta compiendo un cambiamento);
  • Mantenimento (il cambiamento è avvenuto ed è mantenuto nel medio periodo);
  • Ricaduta eventuale: ripresa della vecchia abitudine e reingresso negli stadi precedenti del modello.
  • Uscita definitiva dal modello: il mantenimento del cambiamento è consolidato come abitudine a lungo termine.

Il passaggio da precontemplazione a contemplazione non è facile, ma una volta passata quella fase è possibile rafforzare la motivazione iniziale e aiutare la discesa verso il consolidamento della buona abitudine (mangiare meglio e dimagrire per esempio).

E arriviamo al punto. Ci sono varie tecniche per “tenersi la fame” e rafforzare il mantenimento del cambiamento. Una di queste, che si è rivelata molto utile anche nel trattamento dell’obesità e dei disturbi alimentari, è la Terapia Cognitivo Comportamentale (qui: https://goo.gl/AjpK8E uno dei tanti lavori che attestano l’efficacia della TCC nei vari campi).

Non voglio entrare in dettagli per cui non ho preparazione adeguata, ma in due parole la TCC si propone di aiutare i pazienti ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali di ragionamento e d’interpretazione della realtà, al fine di sostituirli e/o integrarli con convinzioni più funzionali.

Cambiare i pensieri errati (cognitivo-), derivanti da stati emozionali non funzionali, per cambiare i comportamenti (-comportamentale) e correggerli.

Dal punto di vista pratico il tutto si risolve (abbiano pietà gli psicologi comportamentali) in piccole “istruzioni” e compiti che vengono assegnati dal terapeuta per controllare gli stimoli, come quello della fame (pardon, appetito). Fra questi aspettare che il desiderio passi, facendo….altro

Benché all’inizio possa sembrare singolare applicare questi suggerimenti, se si è molto motivati e con un po’ di pazienza, alla lunga, potranno essere utili in molti casi per perdere abitudini consolidate ed errate. L’importante è agire nell’immediato, cioè appena insorge il desiderio di “sgarrare”.

Faccio qualche esempio:

Conta fino a 10 e prova a dirti o a fare una della azioni seguenti.

Cose da dirsi:

  • Posso resistere
  • Penso a come starò bene se non mangerò in eccesso (non avrò coliche, gonfiore, disturbi digestivi…; migliorerò la mia salute a lungo termine)
  • Rifletto sulle conseguenze negative del mangiare troppo
  • Non lo voglio fare
  • Penso al desiderio di cibo come a un’onda che diventa sempre più forte fino a raggiungere la punta massima, per poi diminuire poco a poco di intensità
  • E’ dura, ma posso farcela
  • Sto seguendo un programma scientifico che mi aiuta ad avere il controllo dell’alimentazione

Cose da fare:

  • Evito di comprare alimenti “pericolosi”
  • Mi allontano dal cibo
  • Vado a letto prima
  • Faccio attività fisica (per esempio la cyclette: questa è sempre una buona idea perché si ottengono due risultati in uno: si evita di mangiare in eccesso e contemporaneamente ci si muove di più).
  • Bevo un bicchiere di acqua e aspetto fino a che il desiderio di cibo diminuisce
  • Ritardo di un’ora il desiderio di mangiare
  • Leggo un libro
  • Ascolto la mia musica preferita
  • Chiedo aiuto alla mia famiglia
  • Faccio una doccia
  • Prendo a pugni il cuscino
  • Prendo in mano due cubetti di ghiaccio e mi concentro sulle sensazioni fisiche che provo

ecc..

non c’è solo questo ovviamente: il diario alimentare è una forma di terapia molto utile e poi ci sono altre tecniche di controllo degli stimoli.

Insomma, questo è uno dei modi più efficaci per tenersi la fame, ma è già un qualcosa di strutturato e che necessita dell’aiuto di un professionista ed è destinato a chi ha un problema molto serio (quasi una patologia) benchè possa essere utile per chiunque.

Il mio “tenersi la fame” era qualcosa di molto più semplice: viviamo in un mondo in cui si è perso il concetto di (piccolo) sacrificio e in cui abbiamo bisogno di vie facili per arrivare all’obiettivo. Vogliamo i “trucchetti” per combattere la fame nervosa, non pensiamo neanche un attimo a fermarci per nostra precisa volontà di non esagerare. E allora cominciamo a coinvolgere cadute di zuccheri, insuline e proteine sazianti perchè NON DOBBIAMO “soffrire” la fame!

State tranquilli non morirete se vi frenate ogni tanto. Cercate di “tenervela” questa fame se volete guadagnare un po’ di salute.

Condividi...

Le bevande “zero”

L’Associazione Americana di Cardiologia (AHA) ha pubblicato un parere scientifico sul consumo delle bevande dolcificate negli adulti e nei bambini. Il parere è mirato in particolare alla gestione del peso e alla salute cardiovascolare ed è un compendio di tutti i pareri delle varie associazioni scientifiche e governative degli Stati Uniti.

L’opinione della AHA è calata nella realtà americana, paese in cui il consumo di bevande dolcificate a calorie zero rappresenta rispettivamente il 32% e il 19% (adulti e bambini) di tutte le bevande consumate. Non ci sono distinzioni tra i vari dolcificanti per mancanza di evidenze particolari: le bevande dolcificate (BD) vengono quindi considerate come gruppo unico.

Si parte dalla considerazione che il consumo di bevande zuccherate (BZ) pone tutta una serie di rischi per la salute (è per esempio uno dei determinanti maggiori del sovrappeso nei bambini) e che tali prodotti dovrebbero essere molto limitati, se non eliminati, dalla dieta delle persone. Cosa che, pare, stia comunque avvenendo (almeno in america).

Gli zuccheri aggiunti non dovrebbero superare il 10% (meglio il 5%) del fabbisogno calorico quotidiano e il consumo di bevande zuccherate rende praticamente impossibile raggiungere questo goal. Posto che bere acqua (frizzante o meno) sarebbe l’abitudine migliore da mantenere sempre, ci si è chiesto se le BD potessero fornire un aiuto nel passaggio da BZ a acqua semplice.

I risultati sono i seguenti:

  1. I bambini non dovrebbero avere come abitudine costante quella di bere BD (meno che meno BZ). Ci sono ancora alcuni dubbi sulla sicurezza di certi dolcificanti ed è prudente che ne venga evitato l’uso in organismi non ancora sviluppati pienamente e non pienamente in grado di metabolizzarli. Bambini con diabete, però, potrebbero trarre vantaggio dal loro utilizzo se questo serve a evitare le BZ e se è utile per stabilizzare la glicemia.
  2. Gli adulti che sono abituati a bere quantità elevate di BZ possono trarre vantaggio dal bere BD se, per esempio, questo può far loro perdere peso.
  3. L’acqua è chiaramente il “gold standard” e chiunque dovrebbe abituarsi a bere principalmente quella per dissetarsi.
  4. I benefici del passaggio da BZ a BD crollano inesorabilmente se questo passaggio è accompagnato da un incremento di zuccheri e calorie da altre fonti. Ovvio.
  5. Il “permesso” ad utilizzare BD è subordinato ad avere sane abitudini alimentari. Se si mangia male, ma si beve Coca Zero non serve a niente. Ovvio al quadrato.

Conclusioni di buon senso alla fine, ma che ribadiscono una attenzione maggiore nei confronti di una popolazione “debole” come quella dei bambini (che fino a 2 anni nemmeno dovrebbero assaggiarlo il dolce dello zucchero o dei dolcificanti, ricordiamolo).

I primi anni di vita sono fondamentali per acquisire buone abitudini e cominciare a selezionare gli alimenti che dovrebbero essere introdotti con più o meno frequenza. Il sapore dolce in generale porta una sorta di “dipendenza” che è difficile perdere da adulti, anche se deriva da alimenti che non possiedono calorie. L’estatè zero non fa ingrassare, ma può portare ad avere voglia di un dolce…..E siccome i genitori di oggi sono quello che sono, i figli vengono di norma accontentati. Anche perchè così stanno zitti e la mamma può agevolmente tornare a farsi un selfie per Instagram.

Statemi bene.

 

Condividi...

Le analisi PERFETTE!

“Le analisi sono tutte perfette, QUINDI per ora non faccio nulla, non modifico la mia dieta, non comincio a muovermi di più, non smetto di bere”.
 
Quante volte ho sentito questa affermazione! E’ uno dei tanti alibi per non cambiare abitudini, ma non ha molto senso. Le analisi vanno bene FINCHÉ’ vanno bene. Quando la colesterolemia comincia ad aumentare, quando la glicemia va fuori limite o quando la pressione arteriosa si alza, è un segnale che è stato prodotto un danno nell’organismo. Questo danno si è sviluppato nel tempo, non è un interruttore che si accende di colpo.
 
L’esempio classico è quello dell’iperglicemia: una alimentazione sovrabbondante, ricca di alimenti ipercalorici, di bevande zuccherate, di prodotti animali in eccesso, di sale in abbondanza, di dolci in sovrappiù e povera di alimenti protettivi porta ad ingrassare e a una progressiva insulinoresistenza che all’inizio è silente perchè il pancreas compensa la ridotta sensibilità dei tessuti all’insulina con una maggior produzione di insulina stessa, mantenendo così STABILE la glicemia nel sangue. Quindi, dalle analisi non si vede nulla! Quando, dopo decenni (non 5 minuti) di vita così, il pancreas si stanca di lavorare come un dannato, solo allora comincerà a produrre meno insulina nei confronti di tessuti che sono progressivamente diventati ancora più resistenti e SOLO ALLORA la glicemia si alzerà e noi vedremo l’asterisco stampato sul foglio del laboratorio di analisi. Ma a questo punto il pancreas è danneggiato ed è molto difficile tornare indietro. Si innescano allora circoli viziosi che portano ad incrementare il rischio cardiovascolare e tumorale.
Tutto questo NON PUÒ’ essere predetto dalle analisi mentre sta avvenendo nelle sue fasi precoci.
 
A questo si aggiunge lo stato infiammatorio di basso grado (di cui ho detto qualcosa qui: http://www.gabrielebernardini.it/fiamma/) che lavora in sottofondo e non è evidenziabile da una analisi di laboratorio.
 
Si chiamano fattori di rischio perchè vanno prevenuti, sennò sarebbe inutile qualunque forma di prevenzione se fosse sufficiente agire quando il danno si è manifestato.
 
Mi viene in aiuto un proverbio: “Chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati”. Direi che calza a pennello.
Condividi...

La pellagra e l’abbondanza

“Trattato della Pellagra – Malattia che desola le popolazioni di campagna.”

Questo libretto del 1807, conservato a Palazzo Pfanner a Lucca (luogo splendido) contiene le più aggiornate conoscenze scientifiche dell’epoca su una delle malattie che più affliggeva la popolazione italiana di quei tempi: la pellagra. Detta la malattia delle tre D (dermatite, diarrea, demenza), la pellagra era causata da una MANCANZA: la mancanza di vitamina PP (pellagra prevention) o niacina.

Allora la dieta dei contadini dell’Italia settentrionale era basata sopratutto sul consumo di mais (polenta) ed era deficitaria di alimenti freschi contenenti questa vitamina. La pellagra portava spesso alla morte.

In effetti il mais contiene la vitamina, ma questa non è disponibile se non attraverso un processo, detto nixtamalizzazione e conosciuto dalle popolazioni dell’America Centrale (che usavano anch’esse mais come alimento principale ma non soffrivano di pellagra) da tempi antichi. Il processo consiste nel “liberare” la vitamina attraverso un trattamento con sostanze alcaline come la calce. I dettagli potete leggerli qui https://goo.gl/YNKTTP

Nell’800 erano le carenze ad uccidere. Oggi uccide l’abbondanza. Siate grati per ciò che avete e non sprecatelo mangiando in eccesso.

Condividi...