Telomeri e dieta mediterranea

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I telomeri sono porzioni di DNA ripetute e non codificanti, poste a protezione delle estremità dei cromosomi con la funzione di impedire all’elica di DNA di danneggiarsi. In pratica stanno al DNA così come i cappucci delle stringhe delle scarpe stanno alle stringhe stesse. Le proteggono dallo sfilacciamento.
Ad ogni replicazione cellulare però, i telomeri si accorciano. Non si sa esattamente perchè, ma questo accorciamento è legato alla vita della cellula: telomeri lunghi, aspettativa di vita lunga, telomeri corti, aspettativa di vita ridotta, associata a malattie degenerative come quelle cardiovascolari e tumorali.
Si è visto che l’accorciamento dei telomeri è legato a stress ossidativo e infiammazione. Più la cellula è esposta a questo tipo di insulti più i cappucci protettivi si accorciano. Pertanto queste strutture sono universalmente considerate come biomarcatori dell’invecchiamento.
 
Gli stili di vita possono contribuire a rallentare o meno l’accorciamento telomerico.
 
In questo studio del 2014: sono state seguite 4676 infermiere (già partecipanti al più ampio e famoso Nurses’ Health Study comprendente 121700 soggetti) e la loro alimentazione negli anni in relazione con la misura della lunghezza dei telomeri.
 
Coloro che avevano aderito maggiormente alla dieta mediterranea (adesione misurata sulla base di un punteggio) mostravano telomeri più lunghi ed ogni punto in più corrispondeva in media a 1 anno e mezzo di invecchiamento. Differenza di 3 punti “valevano” quindi circa 4,5 anni. Questa è praticamente la differenza che esiste tra fumatori e non fumatori!
 
Ma la cosa PIU’ IMPORTANTE secondo me è che questa associazione tra aumento della aspettativa di vita e lunghezza dei telomeri SPARIVA quando si andavano ad analizzare i SINGOLI ALIMENTI! Esisteva solo quando si prendeva in considerazione la TOTALITA’ della dieta e dello stile di vita in generale! Il che fa pensare che sia la SINERGIA tra il cibo a funzionare veramente, non la bontà o meno di un alimento rispetto ad un altro.
 
I possibili meccanismi positivi legati all’effetto anti-invecchiamento della dieta mediterranea sono connessi al suo effetto antinfiammatorio e antiossidante GLOBALE a sua volta probabilmente connesso alla sensibilità insulinica e ad altri fattori.
 
Il bello è che molti tra questi fattori non li conosciamo neppure, ma sappiamo che la macchina invecchia meno se gli viene dato quel carburante particolare chiamato dieta mediterranea, di cui conosciamo solo in parte la composizione.
 
Questo è uno studio prospettico che mostra solo associazioni, con tutte le limitazioni di questo tipo di studi, ma è confermato da numerosissimi altri lavori.
E’ solo uno dei tanti tasselli che vanno a creare un mosaico più ampio.
E’ un mosaico che sempre più rivela, misteriosamente, una frase di Totò: “Ragioniere, è la somma che fa il totale!” 🙂
 
(dite la verità, questa non l’avevate mai sentita eh)
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Il test ORAC

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Mai sentito parlare del test ORAC?
 
E’ una metodica che assegna dei punteggi agli alimenti sulla base della loro capacità antiossidante.
 
In parole povere i radicali liberi, che si producono in molteplici situazioni (dal fumo di sigaretta all’inquinamento, dai raggi ultravioletti alla produzione di energia metabolica nel nostro organismo) e che sono atomi o molecole instabili e particolarmente reattivi, sono in grado di attaccare il dna e le strutture strutture cellulari, degradandole e producendo danni alla salute.
 
Il test ORAC misura in vitro la capacità di una molecola antiossidante di un cibo (frutta e verdura sopratutto) di inibire la distruzione, da parte di radicali liberi, di una sostanza fluorescente di riferimento che, senza l’arrivo dell’antiossidante, perderebbe piano piano la sua fluorescenza. Più l’antiossidante è “potente”, più viene inibita la riduzione della fluorescenza. E tutto questo è misurato da un fluorimetro.
 
Si possono così creare liste di alimenti classificati secondo il potere antiossidante misurato con questa metodica e darle in pasto alla gente che si illude di combattere l’invecchiamento, avere la pelle liscia, salvarsi dalla cellulite, vivere fino a ottomila anni e roba così.
E’ un test che ha avuto un certo successo in passato, ma che ogni tanto spunta fuori ancora oggi. Ho visto proprio ieri un video su youtube di un medico che pubblicizzava il suo nuovo libro e che suggeriva di consumare i cibi sulla base di tali tabelle (pensate voi a che canali sono iscritto io…).
 
Ebbene, il medico sarebbe anche opportuno si aggiornasse perchè questo test, che in origine era stato proposto dall’USDA (il dipartimento della agricoltura statunitense) col consiglio di raggiungere almeno i 5000 punti ORAC, è stato ritirato dall’USDA stesso nel 2012 e le tabelle cancellate dal sito con le seguenti motivazioni:
 

“Nel 2012 il Nutrient Data Laboratory (NDL) dell’USDA ha rimosso la banca dati ORAC USDA per gli alimenti selezionati dal sito Web di NDL a causa di prove crescenti che i valori che indicano la capacità antiossidante non hanno rilevanza per gli effetti di specifici composti bioattivi, compresi i polifenoli sulla salute umana.

Ci sono un certo numero di composti bioattivi che sono teorizzati per avere un ruolo nella prevenzione o nel miglioramento di varie malattie croniche come il cancro, la malattia vascolare coronarica, l’Alzheimer e il diabete. Tuttavia, le vie metaboliche associate non sono completamente comprese e possono essere responsabili meccanismi non antiossidanti, ancora indefiniti. I valori di ORAC sono ABUSATI abitualmente dalle aziende produttrici di integratori alimentari e dietetici per promuovere i loro prodotti e dai consumatori per guidare le scelte di acquisto degli stessi prodotti.
[….] i risultati tra i vari test ORAC non sono confrontabili. [….]
Non ci sono prove che gli effetti benefici degli alimenti ricchi di polifenoli possano essere attribuiti alle proprietà antiossidanti di questi alimenti. I dati sulla capacità antiossidante degli alimenti generati da metodi in vitro (provetta) non possono essere estrapolati agli effetti in vivo (umani) e gli studi clinici per testare i benefici degli antiossidanti alimentari hanno prodotto risultati contrastanti. Sappiamo ora che le molecole antiossidanti nel cibo hanno una vasta gamma di funzioni, molte delle quali non sono correlate alla capacità di assorbire i radicali liberi.
Per questi motivi la tabella ORAC, precedentemente disponibile su questo sito Web, è stata ritirata.”. https://goo.gl/2rJXUb
La cosa più buffa (preoccupante??) è che una pagina del sito della Fondazione Veronesi parla ancora di questo test (l’ultimo aggiornamento è del gennaio 2017!). https://goo.gl/Y63WN3
 
A noi interessa essere pratici e chiari come sempre:
 
1. Non ci sono prove che gli antiossidanti dei cibi e degli integratori antiossidino nulla (per gli integratori ci sono addirittura evidenze dell’effetto contrario)
2. La prima linea di difesa dai radicali liberi ce l’abbiamo dentro di noi. Abbiamo la nostra scorta di antiossidanti che fanno benissimo il loro lavoro così come gli antiossidanti delle piante proteggono le piante stesse.
3. Il consumo di frutta e verdura è importantissimo, ma per altri motivi.
4. Rimanere (o tornare) magri e attivi mangiando il giusto e sopratutto vegetale è il primo presidio per mantenere e stimolare la nostra batteria di distruttori di radicali liberi.
5. Il marketing se ne sbatte altamente di tutto ciò e continuerà a vendervi l’estratto di mirtillo, la curcuma in capsule e la polvere di bacche di Goji. Voi fatevi furbi e non cadete nella trappola.
 
Da parte mia prometto di cancellarmi da certi canali Youtube.
 
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Il Minnesota Starvation Experiment

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Titolo: The Minnesota Starvation Experiment

Tempo in cui si svolsero i fatti: dal 19 novembre 1945 al 20 dicembre 1946

Luogo: Università del Minnesota, Stati Uniti d’America

Protagonisti: Il dottor Ancel Keys e 36 giovani obiettori di coscienza americani

Trama: per venire in aiuto, riabilitare e nutrire i civili che durante la guerra hanno sofferto la fame, il Dottor Keys decide di organizzare quello che sarà poi conosciuto come lo studio più importante che abbia valutato gli effetti della restrizione calorica e della perdita di peso nelle persone normopeso.

Lo scopo di Keys è quello di valutare le conseguenze fisiologiche, ma anche psicologiche del digiuno parziale in soggetti sani. Per evitare il servizio militare si candidano un centinaio di giovani obiettori tra cui vengono selezionati 36 uomini tra i 22 e 33 anni.

Lo studio è diviso in tre fasi:

1. Nella prima fase, di 12 settimane, i volontari mangiano normalmente mentre il team di Keys annota il loro comportamento, la loro personalità e il loro modo di alimentarsi. Durante questo periodo introducono in media 3.492 kcal e mantengono il loro peso iniziale.

2. Nella seconda fase, di 24 settimane comincia la restrizione calorica. I soggetti mangiano la metà del loro fabbisogno, in media 1.570 kcal, cioè grosso modo quanto avevano mangiato i civili durante la guerra. In questo modo i volontari perdono circa il 25% del loro peso iniziale. Quattro ragazzi si ritirano.

3. Nella terza fase, di 12 settimane, i rimanenti 32 tornano a mangiare in modo normale.

Tutti gli uomini, durante e dopo l’esperimento, sperimentano drammatici cambiamenti fisici, psicologici e sociali.

“inizio a volermi isolare dagli altri soggetti, che stanno sviluppando i comportamenti più bizzarri … e l’esperimento non è nemmeno a metà!”. Lester Glick – 1945

Attenzione Spoiler!

Mano a mano che l’esperimento va avanti diventa sempre più difficile svolgere la vita di tutti i giorni: il pensiero dei ragazzi è sempre volto al cibo, i lavori domestici diventano più difficili, diminuiscono gli impulsi sessuali e i giovani cominciano a collezionare libri di gastronomia e anche di fondamenti di agricoltura, tentano di mangiare di nascosto, si rubano il cibo tra loro e si mettono ad accumulare oggetti di cucina (fornelli, caffettiere, utensili vari). L’accumulo comincia a interessare anche oggetti non culinari (vestiti e oggetti inutili). Un volontario si mette a masticare fino a 40 pacchetti di chewing gum al giorno, tanto da avere la bocca infiammata e dolorante. Un altro si taglia due dita con un ascia. La maggior parte mostra segni di depressione e apatia, rabbia, umore instabile. Alcuni non fumatori prendono l’abitudine a fumare, altri si mangiano le unghie in modo ossessivo, altri ancora perdono i capelli, hanno difficoltà a concentrarsi, soffrono di emicranie, sentono rumori inesistenti e vedono macchie nere davanti agli occhi oltre a diventare fotosensibili.

“Il cibo diventò l’argomento centrale della conversazione…costantemente intrusivo dello stato di essere consapevoli …il pensiero coerente e creativo diventò alterato…Il tempo impegnato per la ricerca del cibo aumentò a spese dello svago. Sintomi psichiatrici furono la regola come la depressione e le idee suicidarie” Ancel Keys – 1945

Arriva il momento di ricominciare a mangiare: i ragazzi si abbuffano fino a vomitare e poi ricominciano ancora e ancora. La fame continua anche dopo tre mesi di alimentazione normale. Molti arrivano a mangiare anche 10.000 calorie al giorno! Ciononostante, dopo appena una mezz’ora dal pasto fanno un altro spuntino. I pasti si regolarizzano dopo 5 mesi, ma non per tutti. Alcuni mangiano ancora porzioni più abbondanti rispetto alle loro abitudini iniziali, prima dell’esperimento. L’accumulo di oggetti compulsivo e la preoccupazione per il cibo rimane in molti. Il peso viene ripreso in tutti i soggetti con, in media, un 10% in più rispetto a quello iniziale. Il metabolismo basale si riduce mediamente del 40% alla fine dell’esperimento! Comincia ad aumentare di nuovo solo nella fase di riabilitazione ed è legato esclusivamente alla energia introdotta indipendentemente dai nutrienti da cui questa energia proviene anche se la spinta è istintivamente maggiore verso i cibi ricchi in carboidrati.

FINE

La restrizione calorica può produrre più danni dell’effetto terapeutico ricercato. Mangiare meno è uno dei più potenti rinforzi che vengono dati al cibo e ai pensieri legati ad esso. Purtroppo per dimagrire bisogna mangiare meno. E questo è un paradosso drammatico e di difficile soluzione…. a meno di non entrarci.

Non ingrassare è, ad oggi, il modo più sicuro per mantenere un peso sano per tutta la vita. Le diete sono fallimentari, le diete creano pensieri ingrassanti, le diete fanno ingrassare nella maggior parte dei casi. E i nutrizionisti sono i professionisti della salute più frustrati al mondo.

Dei 32 ragazzi che parteciparono all’esperimento, 16 sono ancora in vita. In una intervista di qualche anno fa, tutti loro furono d’accordo sul fatto che avrebbero rifatto da capo QUELL’ESPERIENZA che gli aveva cambiato profondamente l’esistenza. Molti di loro presero parte alla ricostruzione delle zone di guerra in Europa, lavorando presso i Ministeri o intraprendendo la carriera diplomatica.

BASATO SU UNA STORIA VERA

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Kiwi, kiwi delle mie brame…sei tu il più lassativo del reame?

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La convinzione sul potere lassativo, o perlomeno…favorente, di Actinidia deliciosa (il kiwi) è profondamente radicata nel pensiero comune.

Sono in molti coloro che sono abituati ad aggiungerlo alla colazione mattutina e tutti sono convinti che sia proprio lui a favorire l’evacuazione intestinale. E sicuramente per queste persone funziona. Per quali motivi, non è chiaro.

Cercando un po’ in rete, la maggior parte delle citazioni non fornisce alcuna spiegazione: il kiwi va bene per la stipsi punto e basta. Altre fonti aggiungono la frase “per la sua particolare ricchezza in fibre” e ci forniscono già un indizio su quale potrebbe essere effettivamente la causa del misfatto enterico: la fibra alimentare. Ma…che sia il kiwi il fornitore primario di fibra?

Beh no. 100g di kiwi forniscono 2,2g di fibra contro i 3,8g delle pere, i 3,1g dei mirtilli e i 2,5g dei cachi (che anche solo per il nome potrebbero essere un buon inizio…).
Dobbiamo anche aggiungere che un kiwi medio pesa circa 100g, mentre una pera può arrivare anche ai 2 etti e un caco addirittura a 3 per cui, a meno di non mangiare più kiwi, a parità di frutto, gli altri due apportano molta più fibra e ciò vale anche per frutti a minor contenuto di fibra per 100g ma che hanno un peso a pezzo più elevato (tipo la mela). fonte: https://goo.gl/63DtSy

Esistono però in letteratura alcuni lavori che hanno “dimostrato” l’efficacia del kiwi nel promuovere il movimento intestinale (vi lascio i link in fondo all’articolo). Il problema è che tutti questi lavori hanno messo a confronto gruppi di persone che assumevano kiwi con regolarità (soggetti sani o anziani o con intestino irritabile) con coloro che assumevano un placebo oppure nulla! Non ho trovato lavori che paragonassero i kiwi con altri frutti andando ad analizzare per esempio le differenze tra fare colazione con il kiwi o con la pera per vedere se i tempi di svuotamento gastrointestinale fossero più brevi nel primo caso e più lunghi nel secondo. Inoltre tutti questi lavori hanno coinvolto poche persone per poco tempo.
Le conclusioni di questi lavori sono comunque state di questo tenore: “Aumentare la fibra alimentare può migliorare la stipsi funzionale”. Grazie eh! 😉

C’è però qualcos’altro. Per esempio uno studio afferma: “È probabile che siano coinvolti NUMEROSI FATTORI nell’intero frutto, ma la natura delle feci suggerisce che la fibra sia importante”. Viene ovviamente confermata l’importanza della fibra in grado di legare acqua e rendere le feci più morbide e voluminose (come TUTTA la fibra fa, da qualunque frutto arrivi), ma si accenna anche ad un possibile effetto lassativo causato da una componente proteica tipica del kiwi: la actinidina.

Questa sostanza è un enzima proteolitico (simile alla papaina della papaia o alla bromelina dell’ananas e alla ficina dei fichi) che facilita la digestione delle proteine ed è l’allergene predominante nel kiwi (https://goo.gl/CwfJTK).

L’actinidina sembrerebbe avere in effetti un moderato potere lassativo. Questo: Putative mechanisms of kiwifruit on maintenance of normal gastrointestinal function (https://goo.gl/3jhUit) è un bel lavoro che fa un excursus sugli ipotetici meccanismi legati al consumo di kiwi e alle sue potenziali attività benefiche sulla funzione gastrointestinale. Fra i tanti, oltre alla fibra, c’è proprio quello della actinidina che sembrerebbe modulare l’infiammazione, il dolore intestinale e la secrezione di acqua a livello del tratto enterico, favorendo in definitiva un accelerazione dei tempi di svuotamento. E’ interessante notare come il kiwi giallo non produca questi effetti (pur avendo la stessa quantità di fibre di quello verde). Sembra infatti che l’actinidina sia quasi assente in questa varietà, il che dimostrerebbe il suo effettivo ruolo lassativo (gli studi fatti però sono solo sugli animali).

Numerosi altri composti sono stati presi in considerazione da questo lavoro. Per esempio alcune sostanze prebiotiche che migliorano la microflora intestinale. Vi lascio una immagine che li riassume, coi potenziali meccanismi di azione.

Cosa dobbiamo concludere? il kiwi ha davvero un effetto importante nel migliorare la stipsi?
Leggendo questi studi appare chiaro che la presenza di fibra sia il meccanismo più importante e come abbiamo visto il kiwi non è il frutto che ne contiene di più. Sarebbe carino metterlo a confronto con altri frutti per vedere le differenze attraverso esperimenti in doppio cieco.
I lavori sono pochi, con poche persone e di breve durata. I restanti sono solo su animali, ma nel complesso ci sono ragioni per pensare che il kiwi abbia qualche “potere” nel promuovere la motilità gastrointestinale. Se più o meno rispetto ad altri frutti non è dato sapere. Forse se andassimo a cercare le stesse proprietà in altri frutti troveremmo la stessa cosa….chi lo sa? Forse il kiwi è stato studiato più approfonditamente proprio perchè aveva questa fama. Se si cerca qualcosa, spesso si trova. E ovviamente non dobbiamo sottovalutare l’effetto placebo: se pensi che il kiwi possa farti andare in bagno, così come ti è sempre stato detto, probabilmente lo farà. 😉

Io resto scettico. Di certo le persone che ne traggono beneficio vedranno confermate le loro idee, ma va bene, soprattutto se questo può favorire il consumo di frutta e di fibre in generale.
Infatti l’importante rimane la buona abitudine a inserire un frutto a colazione o comunque mangiarne adeguate quantità nella giornata (circa 500g), così come suggerito dalle linee guida. E fare in modo che ci sia varietà nel consumo.

Riferimenti

https://goo.gl/5V7GFS

https://goo.gl/u22y6G

https://goo.gl/ncz1Cc

https://goo.gl/HQSo7h

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Biscotti senza zucchero: ha senso preferirli a quelli tradizionali?

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Il marketing del “senza” è sempre più attivo nella ricerca di formule che attraggano i consumatori e tra un “senza lattosio” e un “senza glutine”, passando per un “senza olio di palma” troviamo ovviamente il classico “senza zucchero”. Tutte queste dichiarazioni che troviamo in etichetta sono regolate per legge e non sono mendaci, ma nascono e crescono sulla base della richiesta del consumatore finale che a sua volta è indotto a preferire alimenti in cui manchi qualcosa perchè crede siano più sani. Ovviamente qualcuno glielo deve pure aver fatto credere, ma qui il discorso si allargherebbe troppo perchè dovremmo parlare di educazione, informazione, media, professionisti della salute, ognuno coi propri interessi e mancanze, per cui sorvoliamo.

Oggi mi basta fare due conti.

Ha davvero un senso nutrizionale mangiare dolci, per esempio biscotti, senza zucchero? Biscotti cioè a cui siano stati aggiunti edulcoranti tipo polialcoli o aspartame o Stevia? Ne possiamo mangiare di più? Sono più sani?

Sgombriamo subito il campo dai dubbi e diciamo che la sicurezza dei prodotti usati per dolcificare al posto dello zucchero è fuori di dubbio. Quindi concentriamoci sul discorso nutrizionale e analizziamo due biscotti merceologicamente simili, uno con edulcoranti e uno con zucchero, per vedere che differenze ci sono.

Biscotto con lo zucchero (http://www.galbusera.it/prodotti/i-classici/valtellina)

Biscotto con edulcoranti (http://www.galbusera.it/prodotti/buonicosi/buonicosi-biscotto-al-latte)

Come è facile vedere, a parte una leggera differenza qualitativa nella componente lipidica (i grassi) i valori nutrizionali sono comparabili. Calorie, carboidrati totali, grassi, proteine, fibre, sale sono praticamente gli stessi. Fra l’altro noi non mangiamo 100g di biscotti alla volta (si spera) e quindi su una porzione media (30-40g) le differenze assolute si riducono ancora.

E’ vero, nel primo biscotto ci sono più zuccheri semplici rispetto al secondo (23g contro 3g), nel quale il potere dolcificante è rappresentato dagli edulcoranti, ma dato che in questo biscotto i carboidrati totali sono identici significa semplicemente che al posto dello zucchero c’è più amido! Più farina insomma, che ai fini dell’impatto sulla glicemia si comporta esattamente nella stessa maniera!

Perciò l’indice glicemico dei due biscotti sarà lo stesso (per quanto possa valere basare la nostra alimentazione solo su quel parametro: ne ho scritto qui).

Insomma, un biscotto vale l’altro e in media sul mercato i biscotti hanno grosso modo le stesse caratteristiche, quindi possiamo anche generalizzare dicendo che i richiami del “senza zucchero” sono ingannevoli e inutili ai fini salutistici. Quello che conta è mangiare pochi dolci, ma buoni.

Anche la moda casalinga di sostituire lo zucchero da tavola con alimenti come uvetta, albicocche essiccate, fichi secchi o anche semplicemente banane fresche, crea solo l’illusione di non aggiungere zucchero bianco. Il temibile zucchero bianco. Peccato che anche l’uva sultanina sia molto ricca di zuccheri (zuccheri bianchissimi!): ben 72g di zucchero su 100g di uva!! I fichi secchi 58g su 100g!! Le albicocche 84,6g su 100!!! La banana 12,8g. Cosa cambia quindi? solo la nostra illusione che quel dolce sia più genuino e più sano.

Lo zucchero della banana è IDENTICO a quello bianco! E’ “più sano” solo se mangiato sotto forma di banana, perchè attorno a quello zucchero ci sta la banana con la sua fibra e la enorme quantità di micronutrienti. Perciò è uno zucchero “buono” in questo senso. Appartiene ad un cibo denso di nutrienti e benefico.
Se però trasformo la banana in dolcificante e ci metto intorno farina, grassi, calorie e scarsa sazietà, quello zucchero è, nè più nè meno, lo zucchero bianco che tutti dovremmo limitare, ma non perchè lo zucchero in sè faccia male, ma perchè attorno ci sta un dolce, che fornisce poca sazietà, che è povero di nutrienti ed è un “in più” inutile alla nostra salute che toglie spazio ad alimenti che apportano nutrienti fondamentali e aggiunge calorie vuote o quasi, ma rimane comunque importante e positivo per il nostro piacere SE mangiato con accortezza e nelle corrette porzioni.

Insomma molto meglio mangiare poco dolce con lo zucchero bianco da tavola che mezza torta con lo zucchero della banana o delle uvette. 

Perchè è la somma che fa il totale.

 

 

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Bilioso a chi? (di che biotipo sei?)

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C’era una volta (e c’è ancora) la dieta dei gruppi sanguigni la cui pretesa era quella di dividere l’umanità in 4 categorie suggerendo una alimentazione adeguata al gruppo 0, al gruppo A, B e AB.
 
Oggi, invece di migliorare, abbiamo la sventura di dover assistere alla nascita della dieta dei Biotipi, una dieta astrologica, lombrosiana, razzista che divide il mondo in biliosi, sanguigni, cerebrali e linfatici e che attraverso fantomatici “reset metabolici” (reset renali/epatici/tiroidei…boh) pretenderebbe di farci dimagrire “nei punti giusti” e di migliorare tutta una serie di fastidi e disturbi (cellulite, candidosi vaginale, permeabilità intestinale, stress e quant’altro) abbinando i cibi in maniera consona al nostro profilo personale.
 
Per esempio, il biotipo linfatico “È un tipo abitudinario, poco incline al cambiamento, che predilige i lavori di routine senza troppi stimoli o responsabilità. Tende ad accumulare peso facilmente, soffre di ritenzione idrica e di conseguenza ha un accumulo maggiore di grasso sugli arti inferiori. L’obiettivo in questi casi è cercare di risvegliare il metabolismo ma anche eliminare le tossine puntando sulle proteine, in particolare sulla carne bianche, sulle cipolle e sull’aglio, e in generale sulla frutta”.
 
Capito? al linfatico fa bene l’aglio. Ovviamente poi ci sarà il linfatico con caratteri di bilioso e una spolverata di cerebrale per il quale l’aglio farà bene solo al giovedì dopo le 17.00.
 
Queste diete che spuntano come margherite nel prato della fuffa nutrizionale, fanno presa sul desiderio della gente di avere una dieta personalizzata, calata sulle proprie caratteristiche, non solo fisiologiche o genetiche, ma anche emotive e psicologiche.
 
Esiste in effetti una branca SERIA della ricerca che si occupa della cosiddetta “nutrizione di precisione” (così come esiste l’agricoltura di precisione). Fino ad oggi le indicazioni nutrizionali si sono basate su grandi studi epidemiologici e tutte le linee guida si rivolgono alla popolazione generale o a gruppi omogenei di persone con una certa malattia, ma è innegabile che le risposte a queste indicazioni nutrizionali siano per forza di cose diverse, perchè il cibo modifica selettivamente il nostro DNA e viceversa il nostro patrimonio genetico ci predispone in maniera diversa a interagire coi nutrienti presenti negli alimenti. Per cui sicuramente un giorno la nutrigenomica e la nutrigenetica (così si chiamano le branche della ricerca che si occupano di questi argomenti) avranno un peso rilevante nella personalizzazione della nostra alimentazione, ma purtroppo non è questo il giorno!
 
Ad oggi si sono individuate numerose varianti genetiche (polimorfismi) coinvolte nel rischio di malattia associate alla dieta, riguardanti il diabete tipo 2 e tipo 1, che coinvolgono il metabolismo dei carboidrati e della fibra, il rischio di osteoporosi e l’assunzione di vitamina D, l’accumulo di tessuto adiposo e la sua distribuzione legati a diete ricche in proteine e grassi, ecc. Quindi si sta cominciando a vedere come “genomi” diversi influiscono su ciò che si mangia e viceversa, sul fronte della nutrigenomica, si è visto che una dieta di tipo occidentale, ricca di carne rossa predispone ad un aumento dell’infiammazione e del rischio di cancro attraverso l’attivazione di geni che sono legati a particolari vie metaboliche. Al contrario una alimentazione mediterranea “spegne” i geni dell’infiammazione.
 
Piano piano quindi si sta cercando di creare profili genetici sempre più personalizzati per ridurre il rischio di una certa malattia e favorire la salute.
 
Però è affrettato dire che siamo all’inizio di una nuova era della nutrizione come vorrebbero farci credere i propugnatori dei vari test genetici o delle varie diete personalizzate sulla base di improbabili profili psiconutrizionali. Prima di passare dalla ricerca alla pratica passeranno anni perchè le prove di efficacia sono ancora deboli e molto spesso i lavori sono solo osservazionali e non permettono sempre di stabilire un rapporto di causa-effetto.
 
Nonostante ciò ci tocca sentire programmi pseudogiornalistici trasmessi su reti nazionali che parlano di “rivoluzione della dieta dei biotipi”. Trasmissioni che quando si occupano di tutto ciò che è salute in generale, invitano primari ospedalieri, grandi esperti, chirurghi e clinici che sanno il fatto loro e dicono le cose come stanno, senza enfasi, con scienza e coscienza, almeno nella maggioranza dei casi, ma non appena si passa il Rubicone della nutrizione sbarellano totalmente e invitano anche il porco (tipica espressione dialettale della mia zona: porco=chiunque non abbia particolari competenze e abilità o peggio, sia totalmente ignorante in materia)!! Ma perchè?
 
Non credete alle diete personalizzate, non sprecate i vostri soldi nell’acquisto di libri improbabili come questi, evitate di fare test genetici perchè ad oggi non c’è nessuna alimentazione personalizzata che tenga. Sarà banale ma è così.
Riferimenti
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Brodo di ossa: il nuovo superfood?

Risultati immagini per brodo d'ossaSe date un’occhiata in rete, scoprirete che il brodo di ossa (di bovino) spopola. E assieme al brodino, spopola la dieta del medesimo.

Il libro della naturopata/nutrizionista Kellyann Petrucci, amica della Paltrow (e di chi sennò?) e prezzemolina in un sacco di programmi tv americani, nonché autrice di un sacco di libri sulla paloedieta rappresenta l’ultima frontiera della fuffa nutrizionale.

Prima di parlare della dieta, diciamo due parole sul brodo.

Il brodo è il risultato di una “infusione” di carne in un liquido (parliamo in questo caso del solo brodo di carne). Durante la bollitura piccole quantità di sostanze escono dalle cellule dei tessuti e vanno a costituire il brodo: qualche minerale (potassio, fosfati, ecc.), un po’ di vitamine idrosolubili, sostanze aromatiche, pochi grassi e proteine (più che proteine aminoacidi, peptidi, creatina, ecc.).

A prescindere dalle piccole differenze legate al metodo di preparazione del brodo, alla fine abbiamo acqua e pinzellacchere di nutrienti.

In particolare su 100 ml di brodo troviamo:

  • 7 calorie
  • 97,6ml di acqua!
  • 1,1g di proteine totali!
  • 0,2g di grassi totali!
  • tracce di carboidrati
  • 0,2mg di ferro
  • 6mg di calcio
  • 326mg di sodio
  • 54mg di potassio
  • 13mg di fosforo
  • 0,02mg di zinco
  • tracce di vitamine del gruppo B
  • 0mg di vitamina C
  • 0,78mg di niacina
  • 23μg di folati
  • nessuna vitamina liposolubile

fonte: http://www.bda-ieo.it/wordpress/?page_id=14

Come dobbiamo interpretare questi dati? Beh è semplice: lì dentro non c’è niente! In particolare non c’è niente dei nutrienti di cui viene vantata una RICCA rappresentanza e cioè il collagene e tutte quelle sostanze di derivazione proteica che dovrebbero farci così tanto bene!

Sul sito di una nota fuffolog…ehm Dottoressa italiana si legge “Il brodo di ossa è ricco di collagene e glicina, i mattoni dei tessuti. Con l’età, il corpo perde una parte di questi mattoni e ha bisogno di reintegrarli. Bere brodo di ossa aumenta l’apporto di collagene e glicina che distendono i tessuti, così, a livello cutaneo, le rughe tendono a scomparire letteralmente. Il brodo aiuta a guarire e riequilibrare GUT e GUT Microbiota! Quando si cucina il brodo di ossa, si estrae il collagene, la glicina, i glicosaminoglicani (GAG), la glucosamina, l’acido ialuronico, il condroitin solfato, i sali minerali, un profilo aminoacidico completo e molto altro ancora! Il brodo di ossa è un vero e proprio superfood. Per quanto riguarda la digestione, il brodo di ossa è lenitivo e aiuta a ridurre velocemente i problemi gastro-intestinali come il reflusso acido, il gonfiore, il gas, la sindrome del colon irritabile, la diarrea ecc. perché aiuta a riparare la permeabilità intestinale, a potenziare l’immunità e lenire l’infammazione. Con la riduzione della permeabilità intestinale si riduce anche l’endotossiemia che è causa di infammazione, obesità, malattie metaboliche e croniche. Il brodo di ossa quindi rappresenta una buona strategia Anti-Aging e dimagrante perché agisce su più fronti.

Ora ditemi, ci vuole un esperto per capire che, se proprio dobbiamo andare in cerca di collagene e glicina (che comunque non “distendono” nessuna ruga e non migliorano la cellulite, mi spiace donne) e di aminoacidi in generale e di fosfati forse sarebbe meglio mangiare un pezzo di carne che di proteine totali ne possiede una ventina di grammi contro il misero grammo, solitario come la bollicina di sodio nell’acqua minerale, presente nel brodo?

Qualcuno potrebbe obiettare che i dati che ho riportato fanno riferimento al brodo di carne e non a quello di ossa. Per completezza qua https://goo.gl/JWYP4s  ci sono i dati USDA che si riferiscono a uno dei tanti brodi presenti in commercio. Non cambia nulla.

Il brodo non è un superfood. Non è neppure un “ricostituente” come dicevano le nostre nonne. A parte “ricostituire” i liquidi e forse stimolare un poco l’appetito, non fa altro. Ma va benissimo da sorbire caldo durante un influenza, più per un effetto placebo che altro.

La dieta rivoluzionaria magari la vediamo un’altra volta. O magari no: son troppo depresso, ci vorrebbe un brodo d’ossa… 😉

 

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L’alimento completo

L’alimento “completo” non esiste.
 
Il latte non ha fibre nè vitamina C o ferro, ma ha tanto calcio. La frutta ha fibre, vitamina C, ma non calcio. La carne è una buona fonte di ferro, ma non di fibre o vitamina E, che invece sta nell’olio di oliva nel quale non c’è iodio che invece si può trovare nei prodotti della pesca. La verdura contiene molti fitocomposti protettivi, ma praticamente niente proteine che invece sono ben presenti nelle uova, che però hanno anche molto colesterolo, il quale manca nei legumi che però sono ricchi di fibra, assente nei salumi che però sono troppo salati, così come i formaggi i quali non vanno mangiati troppo spesso pur essendo ricchi in calcio, ma poveri di probiotici di cui alcuni yogurt sono ricchi……Alla fiera dell’Est per 3 soldi un topolino mio padre comprò 🙂
 
Ecco perchè dobbiamo attingere quotidianamente da ogni gruppo alimentare per assumere tutto quello che ci serve per non avere carenze, ma anche per non rischiare di introdurre troppe sostanze non positive se assunte troppo spesso.
 
La varietà della dieta è uno degli aspetti più importanti per la nostra salute.
In questo senso le calorie non sono tutte uguali, ma solo in questo senso….
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Proteine everywhere….

Le “proteine” ad ogni pasto. Dove sta scritto? Da dove nasce questa abitudine ad infilare proteine ovunque?
 
Precisazione terminologica: “proteine” non vuol dire niente. Noi mangiamo alimenti, non “proteine”! Di solito con questo termine si intende “alimenti particolarmente ricchi in proteine”, perciò carne, pesce, salumi, formaggi, uova. Cioè cibi che hanno un contenuto proteico superiore ai 20g/100g (le uova stanno un po’ sotto, circa 12g per 100g).
 
Le proteine però sono anche in pane e pasta (il glutine è un complesso proteico per esempio) in media 10-12g/100g e concorrono alla somma totale.
A noi serve 1 grammo di proteine per Kg di peso corporeo IDEALE al giorno. Quindi se peso 120Kg ma il mio peso ideale è 60Kg, me ne servono 60g non 120g!
 
Non ci vuole molto a mangiare 60g di proteine: 80g di pasta (8g)+100g di pane (8g)+250g di latte (8g)+ 1 yogurt (5g)+ 30g di biscotti (3g)+150g di sgombro (25g)+ 30g di mandorle (5g)
Totale: 62g (qualcosina, poco, si raccatta anche da verdura e frutta).
 
In questo esempio il “vero” secondo piatto è lo sgombro. Non ho inserito un altro secondo piatto proprio per mostrarvi che non c’è alcun bisogno di ammazzarsi di proteine. Anzi, il consiglio è di ridurne il consumo, sopratutto se provengono da carni rosse o trasformate.
 
D’altronde la vera dieta mediterranea era un po’ di pane nero accompagnato da qualche “erba” sotto forma di zuppa e al limite un pezzetto di formaggio….
 
E quindi oggi polenta (fatta con 60g di farina di mais) coi funghi (250g) e un frutto. Pasto totalmente vegetale e “senza” proteine.
 
Ma non ditelo in giro, ci sono nutrizionisti che potrebbero avere un malore….
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La pasta non c’è più

La pasta non c’è più! Gli spaghetti sono spariti, le penne hanno preso il volo, i conchiglioni si sono inabissati, le mezze maniche le hanno tagliate via.

Il nutrizionismo moderno contempla praticamente solo gli orzotti, i farrotti, i grani saraceni, i migli e le quinoe.
Le granaglie vanno benissimo sia chiaro, ma che vi hanno fatto i maccheroni, i paccheri e i maltagliati?

Dite la verità, c’entra l’indice glicemico vero? Vi pare impossibile mangiare pasta di semola perché vi schizza l’insulina nel sangue, mh?

Ma in testa ce l’avete, l’insulina.

Comunque oggi spaghettini n°3, rigorosamente non integrali, spezzati, con piselli e cipolle. Pepe a volontà.

La quinoa la diamo al sorcio.

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