La nostra storia alimentare (in breve)

I primi passi

L’evoluzione alimentare dell’uomo è un pasto che comincia dal dessert.

La dieta dei nostri più lontani antenati, prima ancora che il genere Homo e i suoi predecessori sulla stessa linea evolutiva apparissero sulla terra, era a base di frutta, foglie e occasionalmente qualche insetto o animaletto, un po’ come sono abituati a mangiare oggi i nostri cugini scimpanzé e bonobo. La nostra casa all’epoca (stiamo parlando di 5-6 milioni di anni fa) erano le grandi foreste africane.

Poi qualcosa cambiò (probabilmente sconvolgimenti ambientali) e dal dondolare da un ramo all’altro, i nostri lontani parenti si ritrovarono ad avventurarsi nella savana, muovendosi allo scoperto e in posizione eretta. Erano gli Australopitechi, bipedi, con un cervello più grande e una dieta basata sui “contorni”: radici, tuberi e un po’ di semi. E’ l’epoca di Lucy (A. afarensis, 3,2 milioni di anni fa), seguita da A. africanus, il nostro più probabile progenitore.

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Il genere umano compare attorno ai 2,8 milioni di anni fa con Homo abilis (anche se nuove acquisizioni non danno più questo evento come certo). I “secondi” diventano i piatti principali del nostro progenitore. La carne, infatti, era una portata ben rappresentata nella sua dieta, benché rimanesse anche un assiduo consumatore di alimenti vegetali. Non si può dire che fosse un abile cacciatore però: si procurava il pranzo facendo lo spazzino di carcasse lasciate da altri predatori e utilizzava utensili rudimentali per rompere le ossa e succhiare il midollo. Fatto sta che con lui, l’uomo diventa onnivoro e si adatta a mangiare di tutto. Il volume del cervello aumenta.

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Attorno a 1,5 milioni di anni fa, l’uomo inizia sporadicamente a usare il fuoco e a cuocere i cibi, sia animali che vegetali, e diventa un cacciatore più esperto (ed anche un fantastico atleta che macina chilometri ogni giorno per inseguire la preda e procacciarsi il cibo). Circa 600.000 anni fa Homo heidelbergensis ha una capacità cranica simile a quella degli uomini moderni ed è maggiormente in grado di controllare il fuoco, finché, finalmente, 200.000 anni appare sulla scena Homo sapiens.

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L’epoca dei cacciatori/raccoglitori termina attorno a 10.000 anni fa (ma forse anche prima, in maniera meno netta) quando appare e si diffonde l’agricoltura (alcuni ritrovamenti fanno pensare che conoscessimo i cereali e le farine anche prima). Nascono i primi insediamenti stabili e la dieta umana si trasforma: i “primi piatti” cominciano ad occupare un posto di rilievo nell’alimentazione e in vari luoghi del mondo i cereali entrano a far parte definitivamente del cibo dell’uomo.

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Questo “cammino all’indietro” nelle abitudini alimentari, dalla frutta al pane, si accompagna a trasformazioni anatomiche e funzionali del corpo umano che hanno contribuito in modo sostanziale a fare di noi quello che siamo.

Vediamo di riassumerle brevemente:

  1. Nutrirsi di frutta e foglie, come facevano i nostri lontani progenitori e come fanno per esempio i gorilla, non lascia molto tempo per fare altro. È difficile estrarre sufficiente energia per vivere e riprodursi, solamente da questi cibi, il che comporta passare tutto il giorno a “ruminare” per sopravvivere.
  2. Il passaggio “obbligato” nella savana, l’andamento bipede, la liberazione degli arti superiori e la trasformazione della mano che diventa pian piano più funzionale, ma soprattutto il passaggio da una dieta a base vegetale a una alimentazione in cui il consumo di carne ha una parte preponderante, hanno permesso di ricavare molta più energia “concentrata” in piccoli volumi anche grazie all’uso di utensili per sminuzzare i muscoli delle prede e rendere la masticazione più facile. Si sono così selezionati “corpi” con mascelle meno potenti*, una dentatura più piccola per la minor necessità di triturare, rompere e spezzare vegetali tutto il giorno per estrarne i succhi. La riduzione delle fibre nell’alimentazione ha anche selezionato stomaci e intestini più ridotti dato che non c’era più bisogno di contenere grandi volumi e fermentare gli alimenti vegetali per tirarne fuori energia disponibile.
  3. Tutto questo è stato amplificato con la scoperta del fuoco. Con la cottura dei cibi si riesce ad estrarre ancor più calorie (sia dalla carne con la denaturazione delle proteine muscolari che dai vegetali, come i tuberi, con la gelificazione dell’amido) e contemporaneamente sanificare il cibo da microrganismi potenzialmente dannosi (oltre che migliorare il sapore delle preparazioni grazie alla formazione di composti aromatici tramite la reazione di Maillard).
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L’uomo ha cambiato la sua dieta e la dieta a sua volta ha cambiato l’uomo: una maggior estrazione di energia dal cibo ha fornito un maggior nutrimento per il cervello (che più diventa grande, più ha bisogno di energia) e l’uomo con un cervello più grande ha potuto svolgere compiti più complessi. Una encefalizzazione maggiore ha dato al genere umano la possibilità di evolvere e farsi domande sull’ambiente in cui viveva, spostarsi nel mondo adattandosi ad ambienti diversi e dominare la terra.

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*Una delle possibili cause all’origine della selezione di una mascella più piccola pare sia la comparsa (circa 2,4 milioni di anni fa) di una mutazione di un gene fondamentale per i muscoli della mandibola (questo gene è altamente espresso nei primati, non nell’uomo), che probabilmente ha fatto perdere “funzione” all’osso, il quale si è ridotto dando così più spazio alla scatola cranica per aumentare le sue dimensioni.

Dalla nascita dell’ agricoltura ad oggi

Con l’introduzione dell’agricoltura (e dell’allevamento) l’uomo entra in un periodo di luci ed ombre. Secondo il biologo Jared Diamond l’agricoltura è stata «il peggior errore nella storia della razza umana».

Rispetto alle popolazioni di cacciatori/raccoglitori, infatti, gli agricoltori ebbero un successo riproduttivo maggiore, ma le condizioni di vita furono spesso terribili. Carestie e fame accompagnarono l’essere umano per millenni. Una alimentazione di più bassa qualità (perché più monotona), una vita più soggetta a malattie infettive (a causa della maggior vicinanza tra gli individui e delle condizioni igieniche scadenti dei villaggi) aumentarono la pressione sociale e la violenza.

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Tutto questo continuò fino agli inizi del XX Secolo. Fino ad allora l’uomo dovette combattere con rese agricole bassissime, che riuscivano a sfamare si e no la propria famiglia, ma attorno agli anni 20 del ‘900 (qualche innovazione c’era stata anche prima, ma nulla che fosse stato in grado di far cambiare faccia all’agricoltura) cominciò a intravedersi qualche cambiamento. Grazie allo sviluppo scientifico gli agricoltori ebbero maggiore disponibilità di azoto (che fa crescere le piante), fosforo e potassio (che influiscono sulla loro “qualità”) e le rese aumentarono.

Poi arrivarono i primi macchinari, i primi insetticidi e i primi erbicidi (che tolsero dai campi una intera generazione di donne, costrette in precedenza ad una vita di torture e soprusi). Le rese aumentarono ancora.

Fu quindi la volta del miglioramento genetico per come lo intendiamo oggi. L’uomo infatti ha SEMPRE migliorato i geni delle piante incrociandole tra loro (o sfruttando mutazioni spontanee) e selezionando i caratteri che più gli servivano. Le colture “naturali” non esistono. Selezionare un carattere utile significa scegliere i geni che lo producono. E questa è ingegneria genetica, né più né meno.

Ma nel secolo scorso si cominciò a fare sul serio e a lavorare in maniera più scientifica e mirata con incroci che resero le piante più produttive. I cereali per esempio acquistarono una taglia più bassa: inutile sprecare energie per alzare il grano fino a 1 metro e mezzo o più. Le varietà a taglia bassa e resistenti alla siccità convogliano le forze verso la maggiore produzione del chicco senza sprechi inutili. Queste e altre innovazioni in Italia avvennero grazie a un agronomo, Nazareno Strampelli. In America comparve Norman Borlaug, un altro agronomo, responsabile della cosiddetta “rivoluzione verde” che col suo lavoro di miglioramento genetico arrivò a guadagnarsi il Nobel per la pace per aver salvato dalla fame milioni e milioni di persone. Letteralmente.

Le rese aumentarono in modo incredibile, la fame finalmente si ridusse, l’economia crebbe e il mondo conobbe un boom economico mai visto prima. Gli agricoltori cominciarono ad affrancarsi dalla terra. E l’analfabetismo, l’ignoranza, diminuirono.

Arrivarono poi nuove generazioni di agrofarmaci, infinitamente meno tossici e meno persistenti nell’ambiente. Più labili e degradabili. E anche nuove tecniche come la lotta integrata, ma soprattutto nuove armi genetiche.

Oggi abbiamo sviluppato nuove conoscenze (anche grazie ai pionieri, alla prima guardia che dette origine alla rivoluzione verde), conosciamo meglio cosa avviene quando facciamo un incrocio e possiamo fare in modo di prendere un gene da una pianta o organismo e farlo esprimere in un’altra per sviluppare un carattere che ci interessa. Con l’arrivo degli enzimi di restrizione nascono gli OGM. Invece di bombardare le piante a casaccio con le radiazioni e sperare che salti fuori qualcosa di buono dal mucchio, possiamo agire in maniera selettiva.

È cambiato qualcosa rispetto a quando l’uomo incrociava e aspettava? Aspettava e selezionava? Selezionava e sperava? No. Concettualmente niente. Siamo solo diventati più precisi.

Prendiamo un gene che codifica per una tossina di un batterio e lo infiliamo nella pianta. La pianta comincerà a produrre la tossina. La tossina ucciderà gli insetti dannosi, quelli che rovinano la pianta, ma la tossina è totalmente innocua per l’uomo perché viene inattivata dalla acidità gastrica! Il cotone OGM che esprime questo insetticida ha risollevato le sorti di milioni di agricoltori in un colpo solo.

L’innovazione in campo agricolo ha portato a un benessere sconosciuto prima di allora. La vita si è allungata, ma a questo punto si è presentato il rovescio della medaglia.

Da quando la nostra specie ha perduto quel legame che la univa agli altri animali e alle antiche popolazioni, quel ciclo di comportamenti che ci obbligava a spendere energia per procacciarci il cibo (con la caccia o l’agricoltura, non importa), riposarci e di nuovo faticare per trovare sostentamento e calorie per la sopravvivenza, noi non abbiamo più fame.

Le grandi innovazioni agricole ci hanno permesso di mangiare almeno tre volte al giorno, perlomeno nella nostra parte di mondo. Peccato che abbiano anche dato la stura per mangiare IN ABBONDANZA almeno tre volte al giorno!

La grande disponibilità di cibo (e l’avvento delle macchine) ci ha resi grassi, sedentari e malati. Le patologie infettive che affliggevano le popolazioni rurali del passato hanno lasciato il posto a nuove malattie. Sono le cosiddette “malattie del benessere” (Infarto, ictus, diabete tipo 2, osteoporosi, carie e demenza) che sono in parte legate all’aumentata aspettativa di vita, ma anche generate dal nostro stesso modo di vivere e al SEMPLICE FATTO DI INGRASSARE.

Abbiamo i geni dei nostri progenitori cacciatori/raccoglitori, ma l’ambiente in cui viviamo è talmente mutato che ha prodotto quel che viene definito “mismatch evolutivo”, un disaccoppiamento tra gli adattamenti antichi e l’ambiente moderno.

La nostra storia di scimmioni affamati ci chiede di fare scorta di calorie, il modo moderno è pronto a fornirle in abbondanza e senza fatica.

Riferimenti

Mutazione gene mandibola: https://academic.oup.com/mbe/article/22/3/379/1075855 https://www.nature.com/articles/nature02358

R. Wrangham. L’intelligenza del fuoco. 2011 Bollati Boringhieri

D. Lieberman. La storia del corpo umano. 2014 Codice edizioni

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Grani antichi?

Che poi uno dice i grani antichi…..guardate la foto e ditelo al contadino.

Ecco un bellissimo compendio sui grani (http://goo.gl/uaoxVq).

Adeguatamente breve (come piace a me).

Un po’ di storia, di proprietà nutrizionali, di miti e bufale, di celiachia e sensibilità al glutine e di considerazioni agro economiche.
Bello. Semplice e comprensibile, basato sugli studi più recenti. C’è tutto.

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Storia della Dieta Mediterranea e del nostro cuore: le tre ipotesi

Correva l’anno 1941. In piena Seconda guerra Mondiale, uno zoologo americano di nome Ancel Keys inventava le “Razioni K”, pratiche e facilmente trasportabili porzioni di cibo che accompagnavano i paracadutisti americani nelle loro missioni. Quelli furono gli anni in cui scienziati come  Keys cominciarono ad analizzare i rapporti tra le malattie non trasmissibili (sopratutto infarto e tumori) e l’alimentazione. Nel bacino mediterraneo, osservando gli abitanti di Creta, notarono che morivano molto meno di queste patologie rispetto agli americani e verso la fine degli anni ’40 si cominciò a capire che le morti cardiache erano legate a grumi (trombi) che impedivano al sangue di fluire liberamente nei vasi (aterosclerosi). Si intuiva che in qualche maniera l’alimentazione avesse un ruolo, ma non si comprendeva ancora quale fosse e sopratutto non si trovava il vero colpevole.

Dopo la guerra, il Dottor Keys si trasferì in Italia nel paesino di Pioppi, nel cilento, e, assieme alla moglie Margareth, visse là fino a quasi la sua morte (avvenuta 50 anni dopo a quasi 101 anni!). Insieme, acquistarono una villa che chiamarono Minnelea e fu qui che Ancel Keys portò avanti il grande studio epidemiologico che prese il nome di Seven Country Study.

L’ipotesi lipidica

I primi risultati dei lavori di Keys mostrarono chiaramente che più l’alimentazione era ricca in grassi (sopratutto saturi: http://www.gabrielebernardini.it/i-grassi-saturi/), più il rischio cardiovascolare aumentava. In generale fu un primo campanello d’allarme: i grassi dovevano essere contenuti. Se andiamo a vedere come mangiavano i popoli del mediterraneo alla fine degli anni ’50 (I dati si possono estrarre qui: http://www.fao.org/faostat/en/#data/FBS) e confrontiamo questo modello con le altre popolazioni occidentali extra-mediterraneo (Svezia, Stati Uniti, Gran Bretagna) ci accorgiamo subito delle differenze: la quota di energia derivante dai grassi si assestava al di sotto del 25% (con la notevole eccezione della Grecia, che praticamente nuotava nell’olio di oliva), mentre le popolazioni che non si affacciavano sul Mediterraneo arrivavano a consumarne anche il 35-38%. Ma la cosa che più saltava all’occhio era che quei grassi in più erano tutti di origine animale! Perciò mangiare pochi grassi e perlopiù di origine vegetale correlava molto bene con il ridotto rischio cardiovascolare delle popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo a quei tempi. La correlazione era fortissima e dava spiegazione di circa l’80% delle morti per infarto e ictus (non spiegava TUTTA la mortalità e vedremo perchè quando parleremo della ipotesi ossidativa).

QUESTA è la dieta mediterranea, queste erano le evidenze scientifiche che all’epoca legarono alimentazione e malattie cardiovascolari e poterono spiegare la minore mortalità delle popolazioni che si affacciavano sul nostro mare….anzi no! non solo sul nostro mare. Anche popolazioni che vivevano molto lontane da noi avevano un basso rischio di infarti. Cina e Giappone nel 1961 facevano una dieta ultra-mediterranea arrivando a consumare solo il 10% delle calorie da grassi, prendendone il rimanente 90% da alimenti vegetali! Keys mise in luce che non erano (e non sono) i singoli cibi a fare la dieta mediterranea, ma l’alimentazione nel suo complesso! (http://www.gabrielebernardini.it/la-alimentazione-mediterranea-dieta-modello/)

L’ipotesi lipidica mostrò altre cose: mostrò che non tutti i grassi sono cattivi (a parità di calorie introdotte), che alcuni come i saturi e il colesterolo (sopratutto i primi) sono i veri responsabili dell’aumento del colesterolo nel sangue, che anche fra i saturi ci sono i cattivissimi (il miristico, il laurico, per esempio), i neutri (il palmitico) e i potenzialmente buoni (stearico).

Keys, fu deriso, osteggiato e contrastato, ma alla fine queste prime evidenze sul legame tra dieta e salute sfociarono nelle Linee Guida per gli Americani (nel 1977), approvate da Senato, in cui veniva posto l’accento sulla riduzione dei grassi saturi e sul maggior consumo di cereali integrali, frutta e verdura (https://goo.gl/hyRfpn).

L’ipotesi ossidativa

La storia della dieta mediterranea non finisce qui. Il tempo passa e gli stili di vita cambiano, nuovi scenari si manifestano e l’aumento del benessere porta ad un aumento dei consumi alimentari: si mangia molto più di prima e sopratutto la quota di grassi aumenta.

Abbiamo visto che la correlazione grassi (saturi)/mortalità per malattie cardiovascolari spiegava circa l’80% delle morti, ma il restante 20% moriva pur non avendo un colesterolo elevato nel sangue. Viceversa alcune popolazioni (come quella francese) mostravano una colesterolemia molto elevata pur mantenendo una bassa mortalità per malattie cardiovascolari e questo era in apparente contrasto con le teoria di Keys (no, il vino non spiega il cosiddetto “paradosso francese”, quella è una bufala messa in giro da chi aveva interessi e potere di farlo). 

Cosa può spiegare tale apparente incongruenza? I lavori che si susseguirono mostrarono che la colesterolemia elevata non poteva essere l’unica responsabile e l’unica colpevole, ma che doveva esserci il contributo di qualcos’altro.

Entrano in campo i radicali liberi e il cosiddetto stress ossidativo: la nostra vita è legata all’ossigeno. L’essere umano, attraverso complicati meccanismi, demolisce il cibo per estrarne energia che usa per svolgere i lavori di tutti i giorni. L’ossigeno che respiriamo incontra il risultato di questa “demolizione” (sotto forma essenzialmente di una molecola che si chiama NADH) e produce una moneta energetica (ATP) che poi usa per i vari compiti che deve svolgere. Durante questo lavoro, qualcosa può andare storto e si possono formare molecole altamente reattive chiamate radicali liberi. Si calcola che circa l’1-1,5% dell’ossigeno che respiriamo sfugga sotto forma di un radicale libero. E’ il prezzo che paghiamo per vivere. Queste “perdite” di radicali liberi sono le responsabili dell’invecchiamento (non le uniche responsabili), delle rughe e di molte malattie come i tumori e gli infarti. Tutto ciò che aumenta il consumo di ossigeno (per esempio mangiare troppo e mangiare troppi grassi, che si ossidano facilmente sopratutto se trattati ad elevate temperature, bere alcolici, esagerare con l’attività fisica, avere la febbre) porta ad un aumento della produzione di molecole impazzite che accorciano la vita andando a colpire le arterie o il DNA e innescando il processo degenerativo che porta alle patologie cardiovascolari e ai tumori. I radicali liberi derivano anche da fonti esterne: il fumo di sigaretta, l’esposizione al sole, i gas di scarico, l’inquinamento in generale e alcuni farmaci).

Ovviamente il nostro corpo ha delle difese: enzimi come la superossido-dismutasi (SOD) “neutralizzano” i radicali liberi. Sono la nostra prima linea di difesa. La SOD in particolare è così abile e veloce da essere usata come marcatore della durata della vita negli animali: più ce n’è, più la vita è lunga. Altri antiossidanti come la catalasi e la glutatione-perossidasi fanno parte del gruppo e lavorano in sinergia.

Lo stress ossidativo divenne il complice della ipercolesterolemia e andò a integrare l’ipotesi lipidica di Keys: un eccesso di radicali liberi che incontri tanto colesterolo che gira nel sangue trasportato dalle lipoproteine, le ossida e le rende “corpi estranei”. Il nostro sistema immunitario, i macrofagi,  attaccano questi “stranieri”, li inglobano e il tutto si deposita nelle arterie innescando il processo ateromatoso con produzione della placca che, ingrandendosi, può portare alla chiusura del vaso. Le sigarette producono 10 elevato alla 23 (!) radicali liberi per boccata, il che fa capire il grado di pericolosità di questa pratica rispetto a qualunque altro nostro comportamento “insano”. Fumare aumenta il rischio di malattie di molti ordini di grandezza rispetto a mangiare tanto o mangiare male.

Una volta scoperto il rischio dei radicali liberi e il potere degli antiossidanti, ecco che il marketing ci andò a nozze: cominciò a entrare nella mentalità della gente il concetto (ancora oggi duro  morire) di alimento come “fornitore” di molecole buone, non capendo che gli antiossidanti di frutta e verdura servono a frutta e verdura e non a noi (se non forse in un particolare frangente che vedremo tra poco), che gli alimenti non sono contenitori di sostanze e che tanto meno queste sostanze estratte, purificate e vendute come integratori possano avere effetti positivi (anzi, in alcuni casi gli effetti si sono dimostrati negativi): http://www.gabrielebernardini.it/gli-antiossidanti-chiarimenti/

L’ipotesi infiammatoria

Altri due apparenti paradossi sembravano mettere in crisi l’ipotesi ossidativa: l’attività fisica e i grassi polinsaturi.

Chi fa regolare movimento durante la vita e chi mangia più prodotti della pesca è più protetto dalle malattie cardiovascolari e dal cancro. Ma abbiamo visto che una maggiore richiesta di ossigeno (derivante dal movimento muscolare) porta a una maggiore produzione di radicali liberi. Inoltre i grassi polinsaturi (di cui il pesce è ricco) si ossidano facilmente. Come mai allora siamo più protetti in questi due casi?

L’esercizio fisico prolungato e moderato stimola la produzione interna di antiossidanti che una volta cresciuti rimangono a livelli più alti abbassando lo stato infiammatorio e ossidativo. I grassi del pesce invece, pur essendo più propensi all’ossidazione sono potenti antinfiammatori e anti trombotici, abbassano il colesterolo cattivo e alzano quello buono nel sangue favorendo la protezione.

Ho parlato della cosiddetta infiammazione di basso livello qui: http://www.gabrielebernardini.it/fiamma/.

Conclusioni: le tre ipotesi e la dieta mediterranea

Mettendo insieme l’ipotesi lipidica, ossidativa e infiammatoria possiamo finalmente comprendere come la dieta mediterranea abbia avuto e continui ad avere sempre maggiori conferme e rimanga l’alimentazione migliore in assoluto per la prevenzione delle malattie non trasmissibili. 

Vediamone i punti salienti cercando di ricondurli alle tre ipotesi. 

  1. La prima cosa da fare è mangiare poco per evitare un eccesso di produzione di radicali liberi e un aumento dell’infiammazione. Poca energia ma buona. Da qui nascono tutti i lavori sul digiuno come mezzo per “metterci una pezza”, ma è chiaro che la pezza più grossa ce la mettiamo se mangiamo in maniera giusta SEMPRE e non per l’arco di breve tempo.
  2. Fare attività fisica costante ma leggera, quella che serve a mantenere il peso mangiando poco. Troppa fa male. Chi si abbuffa e poi si uccide di movimento per dimagrire, compie una azione deleteria perchè aumenta due volte la produzione di radicali liberi.
  3. Il modello mediterraneo è un modello che prevede grandi quantità di vegetali, consumati spesso crudi o solo scottati. Si evita così (o si riduce) il rischio di produzione di radicali liberi derivanti dalla cottura. Inoltre il consumo di frutta e verdura in abbondanza toglie spazio alla introduzione di ossidanti pericolosi presenti sopratutto nelle carni rosse e conservate (che contengono anche molti grassi saturi e colesterolo, fra l’altro). Il maggior indiziato è il ferro. Il ferro in queste carni è molto concentrato e durante la digestione viene liberato nell’intestino. Noi ne assorbiamo il 40% circa, ma il rimanente 60% resta in giro ed è come una bomba pronta ad esplodere perchè alcune condizioni possono innescare la produzione di moltissimi radicali liberi. Ed è qui (nella fase pre-assorbitiva, cioè quando ancora siamo nel lume intestinale) che un po’ di antiossidanti dei vegetali potrebbero essere utili per bloccarlo e neutralizzarlo. Ma è chiaro che se il ferro NON lo introduciamo in eccesso è meglio. Ecco quindi che frutta e verdura fanno bene sopratutto perchè evitano che mangiamo troppa carne e quindi ferro, e non perchè ci sono gli antiossidanti!
  4. I cereali e tutti i loro derivati sono una parte importantissima della dieta mediterranea. A parte il pane (che però è quasi privo di grassi), pasta, riso, patate, polenta non raggiungono elevate temperature che possano aumentare la produzione di radicali liberi. Nel pane e nei prodotti da forno in generale possono effettivamente prodursi altre sostanze (http://www.gabrielebernardini.it/quella-bella-crosticina-dorata-gli-ages-le-patatine-e-le-rughe/), ma la loro tossicità è legata dosi e temperature molto elevate.  
  5. La fibra  è abbondante: sazia e limita l’introduzione di altri alimenti più dannosi, inoltre protegge nel transito intestinale quei (pochi) prodotti ossidati che possiamo introdurre.
  6. I grassi sono pochi, vegetali (olio di oliva ma non solo) e a crudo. Perciò la loro degradazione e produzione di sostanze ossidanti è limitata se usati così.
  7. I cibi animali sono limitati. La carne è sopratutto avicola (pochi grassi), cotta con pochi grassi e a fuoco basso, molto meno dannosa di un pezzo di carne grasso, cotto ad elevate temperature e molto ricco di ferro. C’è invece un buon consumo di latte o yogurt che vengono consumati tal quale e non pongono problemi nelle corrette quantità.
  8. E’ una dieta con un basso impatto sulla glicemia (http://www.gabrielebernardini.it/indice-glicemico-riflessioni/) a causa della sua frugalità e della abbondante presenza di fibre. Viene limitato così il rischio di insulino resistenza che è un altro determinante per il rischio di malattie (http://www.gabrielebernardini.it/linsulino-resistenza). 
  9. E’ una dieta antinfiammatoria grazie al fatto che la sua frugalità e il suo potere saziante (tanta fibra dei vegetali: http://www.gabrielebernardini.it/sazieta-e-appagamento/) aiuta il mantenimento del peso e questo porta ad una riduzione dell’infiammazione (http://www.gabrielebernardini.it/fiamma/). Inoltre l’equilibro tra grassi buoni (omega3 del pesce sopratutto, antinfiammatori) e grassi cattivi (grassi saturi in particolare e quindi carne e formaggi, infiammatori) è sempre a favore dei primi.

La dieta mediterranea è un modello, uno stile di vita che è più della somma dei singoli alimenti che la compongono. E’ un equilibrio dove niente è precluso, ma in cui le giuste proporzioni tra i vari gruppi alimentari fanno la differenza. Non esistono cibi proibiti, ma solo corrette porzioni e frequenze di consumo. Non esistono neppure cibi miracolosi (e tanto meno estratti sotto forma di integratori), ma è l’insieme che fa la differenza.

Nel 1954 l’allora Istituto Nazionale per la Nutrizione (ex Inran, ora CREA – Alimenti e Nutrizione) descrisse e studiò per la prima volta la dieta mediterranea osservando le abitudini alimentari della popolazione di un piccolo paese del cilento, Rofrano.

Questo splendido documento dell’Istituto Luce (https://goo.gl/mMTmBv) mostra tutta la drammaticità della vita rurale italiana negli anni ’50. Adulti e bambini al limite della denutrizione, ma con una bassissima incidenza di malattie cardiovascolari. Una vita dura, basata su una agricoltura di sussistenza, dove il lavoro duro era una necessità per poter ottenere qualcosa di cui sfamarsi.

Ancel Keys descrisse così il modo di alimentarsi di quell’epoca: “Meat, fish, milk, cheese and eggs were definitely luxuries for all the men, the great bulk of the diet being bread, pasta (macaroni, spaghetti, etc.), and local vegetables. Sugar and potatoes were eaten only in very small amounts, and butter was never used. Fruits and very small amount of cheese were regularly consumed”.

(“Carne, pesce, latte, formaggio e uova erano sicuramente un lusso per tutti gli uomini, la maggior parte della dieta era pane, pasta (maccheroni, spaghetti, ecc.) e verdure locali. Lo zucchero e le patate venivano consumati solo in piccolissime quantità e il burro non veniva mai usato. Si consumavano regolarmente frutta e piccolissime quantità di formaggio”).

Guardate questo breve filmato perchè merita. Merita per capire come siamo cambiati, in meglio (per quanto riguarda i metodi di produzione agricola, le condizioni generali di vita) e in peggio (l’aumento della sedentarietà, il peggioramento dell’alimentazione e l’incremento di malattie un tempo quasi sconosciute).

A Rofrano nacque la storia della dieta mediterranea

Il caro Dottor Keys sarebbe contento nel vedere come le sue pionieristiche imprese siano state ampiamente confermate dalla successiva ricerca. Molto c’è ancora da capire, ma la dieta mediterranea funziona. Ha sempre funzionato anche se non sapevamo (e ancora non sappiamo del tutto) bene il perchè.

“Eat well and stay well”

Riferimenti bibliografici

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Certaldo, Toscana – Anno 2077

Certaldo, Toscana – Anno 2077

«Parlami ancora di quando c’era da mangiare per tutti nonno! E di quando le persone arrivavano a pesare anche più di 100 chili e mangiavano la carne degli animali!! anche tutti i giorni!»

Il sole era tramontato da qualche ora e Palazzo Pretorio era immerso nell’oscurità. Il caldo era stato insopportabile quel giorno di metà aprile e alle 9 di sera c’erano ancora 30 gradi. Nel pomeriggio il termometro aveva toccato i 41. Ormai era così da anni e la situazione non accennava a migliorare, soprattutto in pianura.

«Nel 2010 avevo 7 anni», disse Nonno Fosco, seduto davanti alla casa di Via del Rivellino «e in quel periodo la popolazione mondiale era arrivata a contare oltre 7 miliardi di persone. Circa 2 miliardi erano sovrappeso e 600 milioni fra questi avevano superato il livello di obesità. Una buona percentuale degli obesi era anche malato: diabete, malattie del cuore, tumori, erano tutte conseguenze del mangiare in eccesso e della estrema sedentarietà».

Verso la metà del XXI secolo tutte le previsioni riguardanti il peggioramento del riscaldamento globale cominciarono ad avverarsi. I segnali erano ben visibili da tempo, ma il mondo fece finta di niente. E fu allora che cominciarono i guai seri.

«E perché erano così pesanti nonno?» chiese Spiga, «Mangiavano davvero così tanto e così tanta carne? È vero che c’erano posti che si chiamavano Supermercati, dove si poteva comperare ciò che si desiderava e mangiare in continuazione?»

In Italia, la prima a scomparire sotto le acque fu Venezia, seguita da molte altre città costiere. Napoli diventò una laguna e il cordone costiero di Genova venne sommerso completamente, assieme al suo porto. Con il progressivo aumento delle temperature arrivarono anche le epidemie. Il clima tropicale si espanse sopra e sotto l’equatore e nuovi animali ebbero la possibilità di moltiplicarsi a latitudini che prima erano loro sfavorevoli. Gli insetti in particolare furono vettori di numerosi agenti patogeni. In Pianura Padana la malaria divenne un problema sanitario grave.

Nonno si asciugò il sudore dalla fronte. «La disponibilità di cibo all’epoca era molto elevata. Soprattutto di cibo ipercalorico a basso costo. Il consumo di carne e alimenti di origine animale, poi, era spropositato. Ovunque esisteva la possibilità di mangiare qualcosa di molto energetico: i grandi centri commerciali, le catene di ristoranti e le case della gente erano pieni di alimenti molto appetibili che tu oggi nemmeno puoi immaginare!»

Ma non fu la malaria la cosa peggiore: il progressivo aumento delle temperature causò lo scioglimento del permafrost artico. La conseguenza immediata fu che si liberò in atmosfera una enorme quantità di metano che peggiorò l’effetto serra contribuendo ad uccidere molte foreste (il che compromise ulteriormente la capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera peggiorando il quadro complessivo e aumentando ulteriormente le temperature). La conseguenza più grave, però, fu un’altra: il permafrost disciolto liberò…qualcos’altro. Era rimasto imprigionato dai ghiacci per secoli, ma il clima torrido lo fece tornare in vita. Venne chiamata La Morte Bianca e sterminò il 75% dell’umanità. Fu un batterio, non un virus, un ceppo estinto di Yersinia pestis, lo stesso che causò la peste di Giustiniano attorno al 540 d.C. Solo che questo mutò velocemente e l’umanità non riuscì a fermarlo.

Nel 2070 sulla Terra vivevano solo 2 miliardi di persone. L’Italia fu uno dei paesi più colpiti, sopravvisse una popolazione di soli 25 milioni di individui.

Spiga guardò la pianura sottostante. In lontananza si vedevano le fioche luci notturne di Poggibonsi. Non riusciva a crederci. Non capiva come si potesse arrivare a mangiare così tanto da non potersi neppure più muovere. E, pensando a Giada, la sua cagnolina, non credeva possibile che l’essere umano potesse mangiare animali, togliendo loro la vita.

«Dimmi di più, nonno. Parlami di quei tempi».

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Nonno Fosco non sapeva da dove iniziare e allora cominciò da quello che gli stava più a cuore.

«Mangiare carne era il modo più inefficiente e crudele che avevamo per nutrirci, ma l’umanità non se ne importò, pensando unicamente a sè stessa. Il consumo di prodotti animali aumentò con costanza negli anni. Per esempio: nel 2016, in tutto il mondo abbiamo mangiato:

– 23 miliardi di polli

– 1,5 miliardi di bovini

– 1 miliardo di suini e 1 miliardo di ovini

L’83% dei terreni agricoli era utilizzato per il bestiame (pascolo e coltura di soia e mais e altri cereali per i mangimi), cioè il 26% di tutta la superficie terreste.

La maggior parte di queste risorse agricole serviva per tenere in vita gli animali che ci davano la carne che poi mangiavamo. Il problema era che solo una piccola parte di questi nutrienti finiva nella carne che mangiavamo noi. I bovini per esempio riuscivano a convertire solo il 4% delle proteine che gli davamo e solo il 3% delle calorie in carne pronta da mangiare. Il resto era perduto.

Per fare 1kg di bistecca un manzo usava 25Kg di cereali e fino a 15000 litri di acqua. A loro serviva un sacco di roba, ma noi prendevamo dalla carne solo circa il 18% delle calorie che assumevamo. Avremmo potuto nutrire altri 3,5 miliardi di persone se avessimo preferito mangiare il cibo che invece davamo loro per crescere e vivere.

Negli anni successivi le cose non sono migliorate: abbiamo trasformato la Terra in un grande allevamento che ha prodotto parte dei danni ambientali che adesso vediamo.

Infatti, il 15% circa delle emissioni di gas serra (i gas che “scaldano” la Terra) derivava dall’allevamento animale, ed era una quantità enorme, tanto quanto producevano tutte le navi, gli aeroplani e tutti i trasporti terresti (camion e auto) all’epoca.

Con l’allevamento e l’esagerato consumo di carne, abbiamo sprecato e contribuito al riscaldamento e alla rovina del nostro pianeta e alla morte di miliardi di animali e esseri umani. Forse non avremmo mai risvegliato la Morte Bianca forse se avessimo agito diversamente.

Nel 2016, ogni giorno abbiamo ucciso 200 milioni di animali! (74 miliardi l’anno!!). Cioè, in 1 anno e mezzo uccidevamo più animali di quante persone sono passate sulla terra negli ultimi 200 mila anni!!

La maggior parte di questi animali viveva in allevamenti intensivi, costruiti in modo da essere i più efficienti possibili. Ma diventarono fabbriche di orrore e crudeltà. Non ci importava molto del benessere di questi esseri viventi: i maiali vivevano in grandi capannoni senza vedere la luce del sole e le scrofe erano costrette a partorire frequentemente e a non potersi neppure girare nelle loro gabbie per cambiare posizione. Per tutta la loro vita.

Le vacche erano ingravidate di continuo per poter fornire latte e quando partorivano, il loro piccolo era subito allontanato da loro. I bovini da carne invece, ammassati in stetti cubicoli, non potevano muoversi ed erano ipernutriti per poter ingrassare velocemente.

Alle galline andò peggio: vivevano cosi strette fra loro che cominciavano a combattere le une con le altre. Per evitare questo, veniva loro tagliato il becco con delle tenaglie.

Tutta questa sofferenza, tutto questo spreco e inquinamento per soddisfare il desiderio di milioni di individui obesi e malati che si ammalavano con le loro stesse mani (o bocche per meglio dire). Un eccessivo consumo di prodotti animali, infatti, era dannoso per la salute, oltre che per l’ambiente. Ma di questo nessuno si preoccupò.

L’umanità avrebbe potuto avere una chance, ma non se la meritò. E oggi siamo qui, abbiamo ereditato un pianeta morente e infuocato, abbiamo di fronte anni difficili, ma ci serviranno, io credo. Ci serviranno per riflettere su ciò che avremmo potuto essere e non siamo stati. La Terra si riprenderà ciò che le abbiamo tolto quando alla fine ce ne saremo andati per sempre. E questo sarà solo un bene».

Nonno Fosco si girò verso Spiga. Il ragazzo stava piangendo silenziosamente: «Per oggi basta», disse il nonno, «torniamo nei rifugi sotterranei. Stasera c’è farro e ceci per cena. E cicoria e carote. E ravanelli e rape».

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http://www.fao.org/faostat/en/#data/QA

http://www.fao.org/faostat/en/#data/QL

http://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22331890

https://water.usgs.gov/edu/earthwherewater.html

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/11/10/105002

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/8/3/034015

http://waterfootprint.org/media/downloads/Report-48-WaterFootprint-AnimalProducts-Vol1_1.pdf

http://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

https://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar5/wg3/ipcc_wg3_ar5_summary-for-policymakers.pdf

https://www.aspca.org/animal-cruelty/farm-animal-welfare/animals-factory-farms

https://www.aspca.org/animal-cruelty/farm-animal-welfare/animals-factory-farms

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Il piccolo cane nero

Ci fu un tempo in cui un cane leccò per la prima volta la mano di un uomo e l’uomo ricambiò con una carezza e una grattatina dietro le orecchie.

Ci fu un luogo dove questo avvenne, forse in quella parte di mondo che chiamiamo Cina o forse in Europa, ma di certo da allora è passato molto tempo: tra i quindici e i dieci millenni!

Uomo e cane cominciarono il loro viaggio insieme quando ancora entrambi avevano diete prevalentemente carnivore, nel paleolitico superiore. Con la transizione neolitica, quando l’agricoltura cominciò gradualmente ad affermarsi, la dieta dell’uomo cambiò e con essa quella del suo compagno peloso.

L’amilasi pancreatica è un enzima presente nell’intestino umano e canino ed è adibito alla digestione degli amidi. I lupi, gli sciacalli e i coyote posseggono solo due copie del gene che codifica per questo enzima (Amy2B), mentre la maggior parte dei cani moderni arriva a possederne anche 40 copie, il che sta ad indicare la loro maggiore capacità di digerire l’amido. Questa amplificazione genica è avvenuta proprio in concomitanza con lo sviluppo agricolo. Da analisi del DNA di cani antichi (antecedenti all’avvento dell’agricoltura) si è potuto osservare come questi possedessero poche copie del gene, esattamente come i loro parenti selvatici moderni (http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/3/11/160449).

La vicinanza all’uomo e agli alimenti che questi consumava, ha favorito nel cane l’espressione dei geni che gli permettessero di digerirli ed estrarne energia, incrementando così la sua probabilità di riprodursi. Dal canto suo, l’uomo ne ha guadagnato in sicurezza: il cane proteggeva gli insediamenti umani dalle incursioni degli animali selvatici, ma non solo, lo aiutava nella caccia e nella raccolta, proteggeva gli allevamenti e lo scaldava nelle fredde notti neolitiche.

Uomo e cane sono amici. Li legano millenni di co-evoluzione e, come abbiamo visto, anche di abitudini alimentari.
Uomo e cane hanno sviluppato anche un attaccamento, che alcuni psicologi definiscono quasi materno. Per certi versi noi pensiamo come loro e loro come noi.
Non trovo niente di strano nel definire i cani che ho avuto “i miei bambini”. Lo sono stati.

I cani non si mangiano. Chi pensa che mangiare cani sia un fatto “culturale”, non sa nulla dei cani e della loro storia evolutiva. Mangiare cani è una aberrazione che solo l’essere umano “moderno” può considerare una cosa…normale.

Ma d’altra parte l’essere umano moderno considera normale trascinare il proprio cane in bicicletta, rasarlo a zero e colorarlo di viola, lasciarlo a morire in un terrazzo, sotto il sole pomeridiano di luglio, abbandonarlo in autostrada, impiccarlo a un albero o anche semplicemente lasciarlo solo, abbandonato in un cortile, legato a una catena per il resto della sua vita.
L’essere umano “moderno” fa un po’ schifo.

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“Mi chiedo se Cristo avesse un piccolo cane nero

Tutto riccioluto e lanoso come il mio

Con due lunghe e seriche orecchie, un naso umido e rotondo

E due teneri occhi marroni scintillanti.

Sono sicuro, se lo avesse avuto,

che quel piccolo cane nero

Avrebbe saputo sin dal primo istante che Egli era Dio;

Che non avrebbe avuto bisogno

di alcuna prova della Divinità del Cristo

Ma che avrebbe semplicemente venerato il suolo

su cui Lui fosse passato.

Ho paura che non lo avesse, perché ho letto

Come Egli pregasse nell’orto, da solo;

Poiché tutti i suoi amici erano scappati

Persino Pietro, quello detto” una roccia”.

E, oh, sono sicuro che quel piccolo cane nero,

Con un cuore tanto tenero e caldo,

Non lo avrebbe lasciato soffrire da solo,

Ma, spuntandogli sotto al braccio,

Avrebbe leccato le care dita, strette nell’agonia

E, aspettandosi qualche coccola, ma incerto,

Quando Egli fu portato via, gli avrebbe trottato dietro

Seguendolo fin sulla Croce.”

Edward Bach

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p.s. lo so, la nutrizione c’entra poco, ma non me ne frega niente.

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Il bio sfamerà il mondo?

Se tutta l’agricoltura diventasse improvvisamente biologica, si riuscirebbe a sfamare tutto il mondo (sopratutto nella prospettiva di un incremento, che pare inevitabile, della popolazione mondiale da qui al 2050)?

Questo studio: https://www.nature.com/articles/s41467-017-01410-w.pdf ha cercato di fornire una risposta costruendo vari ipotetici scenari.

E’ emerso questo:

1. Diventare TOTALMENTE bio comporterebbe aumentare l’estensione della superficie coltivata dall’attuale 16% a circa il 33% perchè le rese del biologico sono inferiori al metodo di coltivazione convenzionale. E si presenterebbe il problema di dove trovare quello spazio in più.
2. Allora, per poter sfamare tutti, potremmo convertire il 60% della agricoltura convenzionale a bio, ma solo ad alcune condizioni. Bisognerebbe cioè:

a. Dimezzare gli sprechi di cibo.
b. Dimezzare i terreni destinati alla produzione di mangimi (e
quindi ridurre la produzione di carne) e usarli per coltivare
vegetali utili al consumo umano.
c. Abituarci a mangiare meno carne (il che
sarebbe un bene anche per la nostra salute).

Dal punto di vista ambientale, a queste condizioni, migliorerebbero tutti i parametri tranne quello relativo alla erosione del suolo che potrebbe aumentare a causa dell’incremento delle aree coltivate.

Questo altro lavoro: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959652617309666 mostra come le impronte di carbonio (la quantità di CO2 equivalente prodotta durante un processo che va ad influire negativamente sull’effetto serra del pianeta) di diete biologiche o convenzionali (in Germania) siano praticamente comparabili a causa del fatto che:

a. Le diete biologiche, e quindi la rispettiva agricoltura da cui dipendono, utilizzano più suolo rispetto a quelle convenzionali (a causa delle rese minori del bio), ma in genere siano più “vegetariane” (il minor consumo di carne migliora i parametri di sostenibilità)

b. Le diete convenzionali, in media più carnivore, aumentano l’emissione di gas serra a causa del maggior sfruttamento di allevamenti animali intensivi, però usano meno suolo per la loro maggior efficienza e resa.

Le cose pertanto si pareggiano.

Perciò, per quanto possa esserci ancora un certo margine di discussione per quanto riguarda i benefici ambientali della produzione biologica (come evidenziato anche qui: https://www.nature.com/articles/nplants2015221), l’evidenza scientifica sembra più spostata verso una sostanziale mancanza di prove assolute

Dal punto di vista nutrizionale, invece, ci sono molte meno discussioni (veramente NON ci sono discussioni, ma vabbè).

Questa revisione sistematica: https://goo.gl/V96E2a evidenzia la sostanziale equivalenza tra le caratteristiche nutrizionali dei cibi biologici rispetto a quelli convenzionali. Nei pochi casi in cui il biologico vince è una vittoria di Pirro, inutile per il consumatore finale. La spiegazione, in soldoni, sta nel fatto che, se un individuo ha una necessità 100 di micronutrienti e i prodotti convenzionali già forniscono 150, che ci importa di avere 160 dal biologico? Ricordo sempre che il problema oggi è l’eccesso, non la mancanza. Non ci mancano le vitamine e gli altri micronutrienti, ne abbiamo a sufficienza assieme a calorie, grassi, sale, proteine, ecc…

Quest’altro lavoro https://academic.oup.com/ajcn/article/92/1/203/4597310 conclude che non ci sono prove concrete che diete biologiche migliorino la salute rispetto a diete convenzionali. Ciò che conta è la STRUTTURA della dieta, non l’origine dei cibi. Una dieta può essere sanissima anche se composta da alimenti convenzionali e pessima anche se tutti prodotti sono biologici.

Conclusioni:

  1. Ci sono molti dubbi che mangiare biologico sia buono per l’ambiente
  2. Mangiare biologico certamente non è meglio per la salute

Quello che è inaccettabile per me è il marketing che gira attorno al bio e che riesce a influenzare anche gli esperti, tant’è che oggi il 99,9% dei nutrizionisti (nella mia esperienza) CONSIGLIA di comprare alimenti biologici.

Il racconto che se ne fa è purtroppo infarcito di luoghi comuni, bugie e distorsioni della realtà tali da modificare la percezione che abbiamo delle cose. Spesso si aggiungono “rinforzi” al racconto del bio, come l’abbinamento con il “naturale” (il che è lontanissimo dalla realtà, nessuna agricoltura è naturale),  il claim sulla assenza di pesticidi (altro fatto non vero, i prodotti biologici contengono tracce di agrofarmaci come quelli convenzionali ma ENTRAMBI sono sicuri), l’assenza di OGM (si potrebbe fare un ottimo bio OGM, le due cose non sono in contrasto) e la miglior qualità organolettica (falso problema: a volte il bio è più buono, a volte no).

Nonostante ciò il mercato aumenta ogni anno (https://goo.gl/4NPJvG).

A questo punto, direi che il buon senso ci dice che,  attualmente, l’unico motivo per scegliere bio è quello del gusto, ma che forse sarebbe bene anche perdere un pochino più di tempo per trovare alimenti gustosi tra i prodotti convenzionali, visto il prezzo del biologico…..Vi siete mai chiesti perchè nei supermercati il reparto bio sia fisicamente separato dal resto? Perchè voi non possiate fare confronti di prezzo. Oh mio BIO!

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1992

La nostra capacità di immaginare il futuro e soppesare le conseguenze delle nostre azioni presenti è terribilmente limitata. Non siamo fatti per guardare troppo avanti. Per questo, è molto probabile che la lotta contro la enorme e spaventosa epidemia di obesità e malattie correlate sarà destinata a fallire.

Ma fallirà anche e soprattutto perché, per la stessa mancanza di lungimiranza, siamo destinati a perdere un’altra battaglia che ci impedirà di continuare a lottare per la prima. Una battaglia terribilmente più importante.

Correva l’anno 1992. Correvano i miei 23 anni pieni di sete e solitarie sudate, come tanti altri a venire.
Passava un inverno di corruzione e arrivavano pomeriggi primaverili di bombe e estati di morti le cui immagini resteranno saldamente impresse nei nostri occhi.
Fra canzoni al karaoke, primi “smartphone” e auguri di natale inviati tramite novelli sms, inizio di una storia che ci ha un po’ preso la mano, millesettecento scienziati e molti premi nobel mettevano in guardia l’umanità da sè stessa.

Chiedevano al mondo di cambiare la politica di gestione delle risorse del pianeta per evitare “un’enorme miseria umana” futura.

Quello strano primate bipede che chiamiamo uomo stava moltiplicandosi a dismisura impoverendo lo strato di ozono atmosferico, riducendo la disponibilità di acqua dolce, esaurendo la vita marina, disboscando intere foreste, abbattendo biodiversità e cambiando il clima a livelli preoccupanti per la sua stessa sopravvivenza e quella di milioni di altre specie.

Nel 1992 quegli uomini di scienza fecero la loro chiamata all’umanità, ma l’umanità non rispose.

Venticinque anni dopo, nel 2017, l’uomo non ha messo freno alla sua opera di distruzione e la maggior parte delle sfide ambientali che avrebbe dovuto risolvere sono invece peggiorate fino a livelli allarmanti.

L’aumento dei gas serra in atmosfera, legato all’uso di combustibili fossili, alla deforestazione e alla produzione agricola (in particolare quella destinata ai mangimi per animali di cui ci cibiamo) sta raggiungendo livelli potenzialmente catastrofici. Inoltre abbiamo dato vita ad un enorme evento di estinzione, favorendo la scomparsa di moltissime specie viventi. Tanto da provocare la sesta grande estinzione di massa, questa volta causata da noi e non da modifiche climatiche naturali.
L’unico evento positivo è stata la progressiva eliminazione di quelle sostanze che aumentano il buco dell’ozono. Magra consolazione.

Oggi gli scienziati che ammoniscono nuovamente l’umanità sono diventati quindicimila.
C’è una nuova chiamata. Ci viene chiesto di rivedere i nostri stili di vita, di sprecare meno, di usare meno combustibili fossili, di mangiare meno carne e di regolare il numero delle nascite.

Ci viene chiesto di essere lungimiranti.

Per il bene nostro e di tutte le altre specie viventi su questa palla verde azzurra che viaggia veloce nello spazio, ci viene chiesto di renderci conto che la Terra è la nostra unica casa.

Veniamo chiamati. Anche questa volta non risponderemo.

E forse sarà soltanto un bene.

—-

http://scientists.forestry.oregonstate.edu/sites/sw/files/Warning_article_with_supp_11-13-17.pdf

https://www.repubblica.it/ambiente/2017/11/13/news/documento_di_15000_scienziati_il_pianeta_in_crisi_si_cambi_ora_o_mai_piu_-181015393/

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