Breve storia dell’agricoltura

L’abbiamo idealizzata. L’agricoltura dico.

Il fatto è che l’agricoltura è cambiata così velocemente che non ce ne siamo accorti.

Pensiamo ancora di poter vivere con l’idea del contadino, cappello di paglia e camicia a quadri, che zappa allegramente la terra con gli uccellini che gli cinguettano attorno. Se anche l’agricoltura fosse stata così (e non lo è mai stata, ve lo assicuro), possiamo pensare di tornare a quei tempi là? No, non possiamo. All’epoca era tutto “biologico”, ah si. Niente fertilizzanti, niente agro-farmaci, niente macchine agricole, ma le piante erano soffocate dalle malerbe, aggredite dagli insetti e il lavoro del contadino era massacrante e spesso non si riusciva a produrre neppure quel che serviva alla propria sussistenza.

Oggi la memoria è persa. Quel mondo idealizzato non esiste più. È un bene o un male?

Forse è il caso di fare una cronologia minima dell’evoluzione agricola nel tempo.
Possiamo partire dalle rese (cioè dalla quantità di prodotto raccolto riferito alla superficie coltivata espresso di solito come tonnellata per ettaro). questa è facile:

Età romana: 1 tonnellata per ettaro

Medioevo: 1 tonnellata per ettaro

Età dei lumi: 1 tonnellata per ettaro

Diciannovesimo secolo: 1 tonnellata per ettaro

Dalla nascita della agricoltura, l’uomo ha sudato tanto, fatto la fame e subíto le malattie peggiori per raccogliere sempre le stesse quantità di prodotto.

Comincia a intravedersi qualche cambiamento attorno agli anni 20 del ‘900 (qualche innovazione c’era stata anche prima, ma nulla che fosse stato in grado di far cambiare faccia all’agricoltura). I contadini hanno maggiore disponibilità di azoto (che fa crescere le piante), fosforo e potassio (che influiscono sulla loro “qualità”).

Le rese aumentano

Poi arrivano i primi insetticidi, i primi erbicidi (che tolgono dai campi una intera generazione di donne, costrette in precedenza ad una vita di torture e soprusi).

Le rese aumentano

E’ la volta poi del miglioramento genetico per come lo intendiamo oggi.
Attenzione: l’uomo ha SEMPRE migliorato i geni delle piante incrociandole tra loro (o sfruttando mutazioni spontanee) e selezionando i caratteri che più gli servivano. Gli alimenti naturali non esistono. Selezionare un carattere utile significa scegliere i geni che lo producono. E questa è ingegneria genetica. Nè più nè meno.

Ma nel secolo scorso si comincia a fare sul serio e a lavorare in maniera scientifica e mirata con incroci che rendono le piante più produttive. I cereali per esempio acquistano una taglia più bassa: inutile sprecare energie per alzare il grano fino a 1 metro e mezzo o più. Le varietà a taglia bassa e resistenti alla siccità convogliano le forze verso la maggiore produzione del chicco senza sprechi inutili. Queste e altre innovazioni in Italia sono avvenute grazie a una agronomo, Nazareno Strampelli. In America compare Norman Borlaug, un altro agronomo, responsabile della cosiddetta “rivoluzione verde” che col suo lavoro di miglioramento genetico arriva a guadagnarsi il Nobel per la pace per aver salvato dalla fame milioni e milioni di persone. Letteralmente.

Le rese aumentano in modo incredibile, la fame si riduce, l’economia cresce, il mondo conosce un boom economico mai visto prima. I contadini cominciano ad affrancarsi dalla terra. E l’analfabetismo, l’ignoranza diminuiscono.
L’innovazione in campo agricolo porta a un benessere sconosciuto prima di allora.

Ma non è tutto oro…No, non lo è. Non lo è stato. È vero, ci siamo anche fatti prendere un po’ la mano. Sennò che esseri umani saremmo? Abbiamo cominciato a usare gli agrogarmaci in maniera un po’ troppo leggera, falde acquifere si sono inquinate, l’ambiente ne ha risentito. Abbiamo anche cominciato a perdere un po’ di diversità andando a preferire poche colture, perdendone altre. L’innovazione ci ha presentato il conto negli anni ’70-’80. Sì doveva reagire.

Cosa è accaduto? È arrivata una nuova generazione di agrogarmaci, infinitamente meno tossici e meno persistenti nell’ambiente. Un abisso di differenza rispetto ai primi. Più labili e degradabili. E sono arrivate anche nuove tecniche come la lotta integrata, ma sopratutto nuove armi genetiche. Adesso abbiamo studiato (anche grazie ai pionieri, alla prima guardia che ha dato origine alla rivoluzione verde), sappiamo più cose, conosciamo meglio cosa avviene quando facciamo un incrocio e possiamo fare in modo di prendere un gene da una pianta o organismo e farlo esprimere in un’altra per sviluppare un carattere che ci interessa. Arrivano gli enzimi di restrizione e nascono gli OGM. Invece di bombardare le piante a casaccio con le radiazioni e sperare che salti fuori qualcosa di buono dal mucchio, possiamo agire in maniera selettiva.

È cambiato qualcosa rispetto a quando l’uomo incrociava e aspettava? Aspettava e selezionava? Selezionava e sperava? No. Concettualmente niente. Siamo solo diventati più precisi.

Prendiamo un gene che codifica per una tossina di un batterio e lo infiliamo nella pianta. La pianta comincerà a produrre la tossina. La tossina ucciderà gli insetti dannosi, quelli che rovinano la pianta, ma la tossina è totalmente innocua per l’uomo perché viene inattivata dalla acidità gastrica. Che colpo! Il cotone OGM che esprime questo insetticida ha risollevato le sorti di milioni di contadini in un colpo solo.

Chi riesce a fare questo mitacolo? Le multinazionali. Perché? Perché gli OGM costano un sacco di soldi. E ci vuole la sperimentazione (la creazione non è cosi dispendiosa), bisogna controllare, verificare, essere certi che non siano pericolosi per l’uomo, l’ambiente e gli animali. È una trafila incredibile. Ci vogliono anni e anni perché un OGM possa essere messo in commercio. Lo stesso iter che subiscono i farmaci!

Ma in Italia la ricerca pubblica è bloccata. Non si possono studiare, produrre e sperimentare in campo. Però con la consueta ipocrisia che ci contraddistingue, si possono importare e utilizzare come mangimi per alimentare gli animali che poi ci daranno il parmigiano reggiano e il prosciutto di Parma. I simboli dell’Italia nel mondo.

Nel frattempo la popolazione mondiale aumenta. Saremo nove miliardi nel 2050. Ci sono bocche da sfamare e non verranno sfamate col biologico (che ha rese inferiori anche del 40%, ci vorrebbe mezza Terra in più). Non verranno sfamate col Km0 e neppure continuando a osteggiare l’innovazione. Stanno arrivando nuove tecniche di miglioramento genetico, sempre più “pulite” e semplici.

Le biotecnologie sono il vero biologico del futuro perché permetteranno di ridurre l’uso degli agrofarmaci (che per quanto sicuri hanno pur sempre dei risvolti negativi).

Possiamo scegliere. Possiamo tornare a zappare la terra come un tempo, possiamo arruolare di nuovo le mondine per strappare le erbacce.

Oppure possiamo andare avanti, con attenzione, ma senza paura.

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Grano Verna

Nel grande mondo dei grani antichi va abbastanza il Verna (che non è antico ovviamente, infatti si è diffuso in coltura solo dal 1953). Questo grano toscano viene citato ovunque come praticamente privo di glutine! Cioè se lo si cerca in rete si trova sempre la stessa frase ripetuta sui vari siti che lo pubblicizzano o lo vendono: “La farina “Verna” contiene solo lo 0,9% di glutine rispetto al 14% di media delle farine tradizionali e potrebbe rappresentare una buona oppotunità nutrizionale per migliorare le funzionalita’ digestive e quindi il benessere di molte persone non direttamente celiache, ma comunque con intolleranza verso il frumento”!!!!
0.9% di glutine! 😊

Ovviamente non può essere. Una farina del genere è impanificabile ma le gente evidentemente ci casca e compra il pane convinta sia utile per “trattare” la sensibilità al glutine non celiaca. Mi domando quanta gente che si crede intollerante lo mangi senza aver problemi nonostante il glutine ci sia eccome.
Son riuscito a trovare un documento che mi sembra attendibile, che mette a confronto vari grani tra cui il Verna.

http://www.semirurali.net/modules/wfdownloads/visit.php?cid=1&lid=421

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Sfere, barrette e Ogm

Avete presente quei giochi per bambini (ma che piacciono anche agli adulti!) composti da sfere e barrette magnetiche di vari colori con le quali è possibile costruire strutture e forme anche molto complesse?

Bene, immaginate di metterne un numero adeguato in una scatola chiusa e…cominciare a scuoterla, con l’intento di ottenere questa struttura.

Quanto tempo pensate che sia necessario per raggiungere il vostro scopo? Non è impossibile, ma forse ci vorrebbero migliaia se non milioni di anni. Questo se ci affidassimo solo al caso (lo scuotimento a scatola chiusa). Adesso immaginate di mettervi voi al lavoro cercando di ottenere lo stesso risultato prendendo i pezzi giusti, coi colori giusti e mettendoli insieme. Ovviamente il tempo per terminare sarebbe decisamente inferiore.

Ma quello che conta è che il risultato finale sarà indistinguibile e la struttura sarà sempre e comunque composta dalle stesse barrette e da nient’altro. Nessuno potrà mai capire, di fronte a due costruzioni separate, se sono state ottenute tramite il caso o la “mano” di qualcuno.

Il nostro compito adesso sarà unicamente quello di verificare la “bontà” o meno della costruzione. È utile per noi? È pericolosa? Lo vedremo, ma di certo non ci importa il processo attraverso cui si è formata, ci interessa unicamente ciò che è, adesso che c’è. 

Questo è quanto (grosso modo) avviene quando si parla di mutazioni e di ogm.

Le barrette (che sono solo una metafora per rappresentare i geni di un organismo) posso essere rimescolate dal caso (e sottoposte a pressione evolutiva, caratteristica fondamentale che nel mio esempio della scatola chiusa ho tralasciato per semplicità) oppure essere messe insieme in maniera mirata da una intelligenza esterna che ovviamente accelera tutta la faccenda.

Nel primo caso parliamo di evoluzione naturale, nel secondo di ogm. Ovviamente in mezzo c’è tutta una ampia serie di sfumature. Al di fuori di metafora, se ci riferiamo alle piante per esempio, gli agricoltori da migliaia di anni hanno imparato a selezionare caratteristiche favorevoli ai loro scopi attraverso gli incroci lavorando su quanto il caso produceva e accelerando la costruzione della “forma” voluta. In tempi più recenti sono state usate sostanze chimiche o radiazioni per indurre un mescolamento dei geni/barrette più massiccio e rapido. Fino ad arrivare a lavorare “di fino” con gli ogm (e con nuove tecniche ancora più mirate).

L’uomo ha sempre sfruttato la natura a suo favore e la ha sempre modificata per i suoi scopi ottenendo risultati che in alcuni casi ha scartato, in altri mantenuto.

L’avversione nei confronti degli ogm è istintiva e comprensibile, ma una pianta ogm resistente ad un erbicida non è diversa da una pianta che ha acquisito la resistenza casualmente nel tempo e con meccanismi “naturali”. Questo è un fenomeno che infatti avviene abbastanza normalmente e che i contadini conoscono da tempi pre-ogm.

L’argomento è vastissimo e ci tornerò, magari per sfatare i miti più comuni. Nel frattempo vi lascio qualche riferimento a letture interessanti e più approfondite.

Riferimenti

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/category/ogm/

http://www.libreriauniversitaria.it/contro-natura-ogm-bio-falsi/libro/9788817088213

http://www.libreriauniversitaria.it/ogm-leggende-realta-chi-ha/libro/9788808062413

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