Certaldo, Toscana – Anno 2077

Certaldo, Toscana – Anno 2077

«Parlami ancora di quando c’era da mangiare per tutti nonno! E di quando le persone arrivavano a pesare anche più di 100 chili e mangiavano la carne degli animali!! anche tutti i giorni!»

Il sole era tramontato da qualche ora e Palazzo Pretorio era immerso nell’oscurità. Il caldo era stato insopportabile quel giorno di metà aprile e alle 9 di sera c’erano ancora 30 gradi. Nel pomeriggio il termometro aveva toccato i 41. Ormai era così da anni e la situazione non accennava a migliorare, soprattutto in pianura.

«Nel 2010 avevo 7 anni», disse Nonno Fosco, seduto davanti alla casa di Via del Rivellino «e in quel periodo la popolazione mondiale era arrivata a contare oltre 7 miliardi di persone. Circa 2 miliardi erano sovrappeso e 600 milioni fra questi avevano superato il livello di obesità. Una buona percentuale degli obesi era anche malato: diabete, malattie del cuore, tumori, erano tutte conseguenze del mangiare in eccesso e della estrema sedentarietà».

Verso la metà del XXI secolo tutte le previsioni riguardanti il peggioramento del riscaldamento globale cominciarono ad avverarsi. I segnali erano ben visibili da tempo, ma il mondo fece finta di niente. E fu allora che cominciarono i guai seri.

«E perché erano così pesanti nonno?» chiese Spiga, «Mangiavano davvero così tanto e così tanta carne? È vero che c’erano posti che si chiamavano Supermercati, dove si poteva comperare ciò che si desiderava e mangiare in continuazione?»

In Italia, la prima a scomparire sotto le acque fu Venezia, seguita da molte altre città costiere. Napoli diventò una laguna e il cordone costiero di Genova venne sommerso completamente, assieme al suo porto. Con il progressivo aumento delle temperature arrivarono anche le epidemie. Il clima tropicale si espanse sopra e sotto l’equatore e nuovi animali ebbero la possibilità di moltiplicarsi a latitudini che prima erano loro sfavorevoli. Gli insetti in particolare furono vettori di numerosi agenti patogeni. In Pianura Padana la malaria divenne un problema sanitario grave.

Nonno si asciugò il sudore dalla fronte. «La disponibilità di cibo all’epoca era molto elevata. Soprattutto di cibo ipercalorico a basso costo. Il consumo di carne e alimenti di origine animale, poi, era spropositato. Ovunque esisteva la possibilità di mangiare qualcosa di molto energetico: i grandi centri commerciali, le catene di ristoranti e le case della gente erano pieni di alimenti molto appetibili che tu oggi nemmeno puoi immaginare!»

Ma non fu la malaria la cosa peggiore: il progressivo aumento delle temperature causò lo scioglimento del permafrost artico. La conseguenza immediata fu che si liberò in atmosfera una enorme quantità di metano che peggiorò l’effetto serra contribuendo ad uccidere molte foreste (il che compromise ulteriormente la capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera peggiorando il quadro complessivo e aumentando ulteriormente le temperature). La conseguenza più grave, però, fu un’altra: il permafrost disciolto liberò…qualcos’altro. Era rimasto imprigionato dai ghiacci per secoli, ma il clima torrido lo fece tornare in vita. Venne chiamata La Morte Bianca e sterminò il 75% dell’umanità. Fu un batterio, non un virus, un ceppo estinto di Yersinia pestis, lo stesso che causò la peste di Giustiniano attorno al 540 d.C. Solo che questo mutò velocemente e l’umanità non riuscì a fermarlo.

Nel 2070 sulla Terra vivevano solo 2 miliardi di persone. L’Italia fu uno dei paesi più colpiti, sopravvisse una popolazione di soli 25 milioni di individui.

Spiga guardò la pianura sottostante. In lontananza si vedevano le fioche luci notturne di Poggibonsi. Non riusciva a crederci. Non capiva come si potesse arrivare a mangiare così tanto da non potersi neppure più muovere. E, pensando a Giada, la sua cagnolina, non credeva possibile che l’essere umano potesse mangiare animali, togliendo loro la vita.

«Dimmi di più, nonno. Parlami di quei tempi».

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Nonno Fosco non sapeva da dove iniziare e allora cominciò da quello che gli stava più a cuore.

«Mangiare carne era il modo più inefficiente e crudele che avevamo per nutrirci, ma l’umanità non se ne importò, pensando unicamente a sè stessa. Il consumo di prodotti animali aumentò con costanza negli anni. Per esempio: nel 2016, in tutto il mondo abbiamo mangiato:

– 23 miliardi di polli

– 1,5 miliardi di bovini

– 1 miliardo di suini e 1 miliardo di ovini

L’83% dei terreni agricoli era utilizzato per il bestiame (pascolo e coltura di soia e mais e altri cereali per i mangimi), cioè il 26% di tutta la superficie terreste.

La maggior parte di queste risorse agricole serviva per tenere in vita gli animali che ci davano la carne che poi mangiavamo. Il problema era che solo una piccola parte di questi nutrienti finiva nella carne che mangiavamo noi. I bovini per esempio riuscivano a convertire solo il 4% delle proteine che gli davamo e solo il 3% delle calorie in carne pronta da mangiare. Il resto era perduto.

Per fare 1kg di bistecca un manzo usava 25Kg di cereali e fino a 15000 litri di acqua. A loro serviva un sacco di roba, ma noi prendevamo dalla carne solo circa il 18% delle calorie che assumevamo. Avremmo potuto nutrire altri 3,5 miliardi di persone se avessimo preferito mangiare il cibo che invece davamo loro per crescere e vivere.

Negli anni successivi le cose non sono migliorate: abbiamo trasformato la Terra in un grande allevamento che ha prodotto parte dei danni ambientali che adesso vediamo.

Infatti, il 15% circa delle emissioni di gas serra (i gas che “scaldano” la Terra) derivava dall’allevamento animale, ed era una quantità enorme, tanto quanto producevano tutte le navi, gli aeroplani e tutti i trasporti terresti (camion e auto) all’epoca.

Con l’allevamento e l’esagerato consumo di carne, abbiamo sprecato e contribuito al riscaldamento e alla rovina del nostro pianeta e alla morte di miliardi di animali e esseri umani. Forse non avremmo mai risvegliato la Morte Bianca forse se avessimo agito diversamente.

Nel 2016, ogni giorno abbiamo ucciso 200 milioni di animali! (74 miliardi l’anno!!). Cioè, in 1 anno e mezzo uccidevamo più animali di quante persone sono passate sulla terra negli ultimi 200 mila anni!!

La maggior parte di questi animali viveva in allevamenti intensivi, costruiti in modo da essere i più efficienti possibili. Ma diventarono fabbriche di orrore e crudeltà. Non ci importava molto del benessere di questi esseri viventi: i maiali vivevano in grandi capannoni senza vedere la luce del sole e le scrofe erano costrette a partorire frequentemente e a non potersi neppure girare nelle loro gabbie per cambiare posizione. Per tutta la loro vita.

Le vacche erano ingravidate di continuo per poter fornire latte e quando partorivano, il loro piccolo era subito allontanato da loro. I bovini da carne invece, ammassati in stetti cubicoli,  non potevano muoversi ed erano ipernutriti per poter ingrassare velocemente.

Alle galline andò peggio: vivevano cosi strette fra loro che cominciavano a combattere le une con le altre. Per evitare questo, veniva loro tagliato il becco con delle tenaglie.

Tutta questa sofferenza, tutto questo spreco e inquinamento per soddisfare il desiderio di milioni di individui obesi e malati che si ammalavano con le loro stesse mani (o bocche per meglio dire). Un eccessivo consumo di prodotti animali, infatti, era dannoso per la salute, oltre che per l’ambiente. Ma di questo nessuno si preoccupò.

L’umanità avrebbe potuto avere una chance, ma non se la meritò. E oggi siamo qui, abbiamo ereditato un pianeta morente e infuocato, abbiamo di fronte anni difficili, ma ci serviranno, io credo. Ci serviranno per riflettere su ciò che avremmo potuto essere e non siamo stati. La Terra si riprenderà ciò che le abbiamo tolto quando alla fine ce ne saremo andati per sempre. E questo sarà solo un bene».

Nonno Fosco si girò verso Spiga. Il ragazzo stava piangendo silenziosamente: «Per oggi basta», disse il nonno, «torniamo nei rifugi sotterranei. Stasera c’è farro e ceci per cena. E cicoria e carote. E ravanelli e rape».

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http://www.fao.org/faostat/en/#data/QA

http://www.fao.org/faostat/en/#data/QL

http://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22331890

https://water.usgs.gov/edu/earthwherewater.html

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/11/10/105002

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/8/3/034015

http://waterfootprint.org/media/downloads/Report-48-WaterFootprint-AnimalProducts-Vol1_1.pdf

http://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

https://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar5/wg3/ipcc_wg3_ar5_summary-for-policymakers.pdf

https://www.aspca.org/animal-cruelty/farm-animal-welfare/animals-factory-farms

https://www.aspca.org/animal-cruelty/farm-animal-welfare/animals-factory-farms

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La fame si tiene

Da qualche parte, su qualche social, ho detto che “la fame si può anche tenere”. Mi piacerebbe spiegare meglio cosa significa per me questa affermazione.

Due premesse:

  1. Il sostantivo “fame” in questo contesto è sbagliato. L’ho usato come sinonimo di un qualcosa che potremmo chiamare “appetito” o meglio “voglia di qualcosa di buono” e, in fin dei conti, “desiderio di qualcosa di piacevole”. La fame è un’altra faccenda, è un bisogno, una emergenza, un campanello di allarme (http://www.gabrielebernardini.it/3-cervelli-gli-uomini-mortali-puntata/). Gli animali ricercano il cibo per la loro sopravvivenza e hanno fame, non appetito. Da quando la nostra specie ha perduto quel legame che ci univa agli altri animali, quel ciclo ci comportamenti che ci obbligava a spendere energia per procacciarci il cibo (con la caccia o l’agricoltura, non importa), riposarci e di nuovo faticare per trovare sostentamento e calorie per la sopravvivenza, noi non abbiamo più fame. La fame è finita circa 70 anni fa quando sono migliorate le tecniche agricole, quando le macchine in agricoltura hanno preso quasi completamente il posto delle braccia, quando si sono studiati principi attivi sempre più efficaci e sofisticati per ridurre le malerbe e combattere gli insetti, quei “pesticidi” cioè che a noi oggi fanno tanta paura, fino ad arrivare alle tecniche di miglioramento genetico, quelle modifiche che vogliamo a tutti i costi rifiutare. Tutto questo ci permette oggi di mangiare almeno 3 volte al giorno. Perlomeno nella nostra parte di mondo. Peccato che abbia anche dato la stura per mangiare IN ABBONDANZA almeno 3 volte al giorno! La grande disponibilità di cibo ci ha resi più grassi e malati, ma questa è un’altra storia. La fame non esiste quindi, c’è solo l’appetito e la ricerca del piacere (http://www.gabrielebernardini.it/3-cervelli-per-gli-uomini-mortali-seconda-puntata/).
  2. Se uno la fame non vuole “tenersela”, NESSUNO può obbligarlo. Nessuno deve e può essere costretto a dimagrire se non vuole. Ognuno sceglie per sè. Deve essere informato che perdere peso è un modo per guadagnare salute, non un atto estetico, ma dopo che ha ricevuto l’informazione è addirittura controproducente insistere in un cambiamento non desiderato. La motivazione non si dà! Qualunque processo di cambiamento dello stile di vita, dal dimagrire allo smettere di fumare, nasce da una spinta interna. Arriva quando arriva e a volte non arriva mai. I “motivatori” non esistono. C’è un semplice quanto famoso “modello” (DiClemente e Prochaska, 1982) che descrive le varie fasi del cambiamento:
  • Precontemplazione (la persona non manifesta motivazione a cambiare);
  • Contemplazione (ci sta pensando, potrebbe cambiare nel medio periodo);
  • Determinazione (sta pianificando un cambiamento nell’immediato futuro);
  • Azione (sta compiendo un cambiamento);
  • Mantenimento (il cambiamento è avvenuto ed è mantenuto nel medio periodo);
  • Ricaduta eventuale: ripresa della vecchia abitudine e reingresso negli stadi precedenti del modello.
  • Uscita definitiva dal modello: il mantenimento del cambiamento è consolidato come abitudine a lungo termine.

Il passaggio da precontemplazione a contemplazione non è facile, ma una volta passata quella fase è possibile rafforzare la motivazione iniziale e aiutare la discesa verso il consolidamento della buona abitudine (mangiare meglio e dimagrire per esempio).

E arriviamo al punto. Ci sono varie tecniche per “tenersi la fame” e rafforzare il mantenimento del cambiamento. Una di queste, che si è rivelata molto utile anche nel trattamento dell’obesità e dei disturbi alimentari, è la Terapia Cognitivo Comportamentale (qui: https://goo.gl/AjpK8E uno dei tanti lavori che attestano l’efficacia della TCC nei vari campi).

Non voglio entrare in dettagli per cui non ho preparazione adeguata, ma in due parole la TCC si propone di aiutare i pazienti ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali di ragionamento e d’interpretazione della realtà, al fine di sostituirli e/o integrarli con convinzioni più funzionali.

Cambiare i pensieri errati (cognitivo-), derivanti da stati emozionali non funzionali, per cambiare i comportamenti (-comportamentale) e correggerli.

Dal punto di vista pratico il tutto si risolve (abbiano pietà gli psicologi comportamentali) in piccole “istruzioni” e compiti che vengono assegnati dal terapeuta per controllare gli stimoli, come quello della fame (pardon, appetito). Fra questi aspettare che il desiderio passi, facendo….altro

Benché all’inizio possa sembrare singolare applicare questi suggerimenti, se si è molto motivati e con un po’ di pazienza, alla lunga, potranno essere utili in molti casi per perdere abitudini consolidate ed errate. L’importante è agire nell’immediato, cioè appena insorge il desiderio di “sgarrare”.

Faccio qualche esempio:

Conta fino a 10 e prova a dirti o a fare una della azioni seguenti.

Cose da dirsi:

  • Posso resistere
  • Penso a come starò bene se non mangerò in eccesso (non avrò coliche, gonfiore, disturbi digestivi…; migliorerò la mia salute a lungo termine)
  • Rifletto sulle conseguenze negative del mangiare troppo
  • Non lo voglio fare
  • Penso al desiderio di cibo come a un’onda che diventa sempre più forte fino a raggiungere la punta massima, per poi diminuire poco a poco di intensità
  • E’ dura, ma posso farcela
  • Sto seguendo un programma scientifico che mi aiuta ad avere il controllo dell’alimentazione

Cose da fare:

  • Evito di comprare alimenti “pericolosi”
  • Mi allontano dal cibo
  • Vado a letto prima
  • Faccio attività fisica (per esempio la cyclette: questa è sempre una buona idea perché si ottengono due risultati in uno: si evita di mangiare in eccesso e contemporaneamente ci si muove di più).
  • Bevo un bicchiere di acqua e aspetto fino a che il desiderio di cibo diminuisce
  • Ritardo di un’ora il desiderio di mangiare
  • Leggo un libro
  • Ascolto la mia musica preferita
  • Chiedo aiuto alla mia famiglia
  • Faccio una doccia
  • Prendo a pugni il cuscino
  • Prendo in mano due cubetti di ghiaccio e mi concentro sulle sensazioni fisiche che provo

ecc..

non c’è solo questo ovviamente: il diario alimentare è una forma di terapia molto utile e poi ci sono altre tecniche di controllo degli stimoli.

Insomma, questo è uno dei modi più efficaci per tenersi la fame, ma è già un qualcosa di strutturato e che necessita dell’aiuto di un professionista ed è destinato a chi ha un problema molto serio (quasi una patologia) benchè possa essere utile per chiunque.

Il mio “tenersi la fame” era qualcosa di molto più semplice: viviamo in un mondo in cui si è perso il concetto di (piccolo) sacrificio e in cui abbiamo bisogno di vie facili per arrivare all’obiettivo. Vogliamo i “trucchetti” per combattere la fame nervosa, non pensiamo neanche un attimo a fermarci per nostra precisa volontà di non esagerare. E allora cominciamo a coinvolgere cadute di zuccheri, insuline e proteine sazianti perchè NON DOBBIAMO “soffrire” la fame!

State tranquilli non morirete se vi frenate ogni tanto. Cercate di “tenervela” questa fame se volete guadagnare un po’ di salute.

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Snack innovativi

Ieri si parlava di bambini, di fatto in casa e di confezionato. Di come, per esempio, i ragazzi siano abituati a fare uno “spuntino” mattutino in genere enorme. Pensate cosa gli viene proposto a scuola (o si portano da casa): focacce o panini con salumi che rappresentano più un pranzo che una merenda, spesso accompagnati da bibite zuccherate.

Lo spuntino, che dovrebbe rappresentare circa il 5-7% del fabbisogno calorico giornaliero (quindi 100-150 calorie per un fabbisogno di 2000) lievita fino a toccare le 500-600 calorie (estatè in brick: 80 calorie + 100g di focaccia: 300 calorie + 80g di prosciutto cotto: 160 calorie= 540 calorie e mi sono tenuto basso perchè ho visto mangiare cose ben peggiori).
ed è tutta roba “fatta in casa” a parte l’estatè, ma se la mamma prepara una spremuta le calorie sono anche maggiori.
Cosa c’è quindi di male nel mangiare uno snack confezionato? porzionato e con calorie ben definite? magari accompagnato da un frutto?

Oggi si trova di tutto: si può optare per una cosa semplice tipo frutta secca o barrette di cereali, ma anche cose diverse e un po’ più innovative come “patatine” di legumi e mais o altri cereali, che hanno una etichetta nutrizionale niente male.
Non faccio pubblicità ovviamente ma vi lascio la tabella nutrizionale e gli ingredienti per farvi capire che non è l’origine che conta dal punto di vista nutrizionale, ma la porzione e la composizione in nutrienti.

Abituatevi a leggere le etichette e scegliete quei prodotti che hanno i valori espressi PER PORZIONE, non su 100g. Perchè è la porzione che mangiate effettivamente.

Queste “legumine” (neologismo) apportano una 80ina di calorie, 2g di fibra, 5 di proteine e una decina di carboidrati, con 2g di grassi. Poco sale. Lasciate perdere le aggiunte in micronutrienti, anche loro devono vendere e sulle confezioni ci sono tanti claim che alimentano il marketing del “senza”: senza uova e altri allergeni, senza glutine (ma questo è utile per i celiaci), vegano, biologico, ecc. ma non importa. Ciò che conta è la tabella nutrizionale, le calorie e la quantità.
Se si aggiunge un frutto (una banana per esempio) si arriva a circa 150 calorie. Poi si beve un po’ di acqua e siamo a posto per arrivare a pranzo non troppo affamati.

Basta poco.

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I grassi saturi

Uno dei motivi per cui dovremmo limitare i prodotti animali nella nostra dieta riguarda anche la presenza significativa di grassi saturi al loro interno. Ovviamente la categoria “prodotti di origine animale” è molto ampia e la variabilità nel contenuto in grassi (saturi compresi) lo è altrettanto. Inoltre i grassi saturi non sono una esclusiva del mondo animale, ma si ritrovano anche nei vegetali, come vedremo. Ecco perchè a me non piace parlare di nutrienti. Noi infatti NON mangiamo nutrienti (anche se la tendenza attuale è quella di ridurre il cibo a farmaco considerandolo unicamente come un “contenitore” di sostanze separate), noi mangiamo alimenti e i lavori scientifici che hanno condotto alle raccomandazioni in fatto di alimentazione si basano sopratutto su studi epidemiologici che indagano la dieta nel suo complesso, non i singoli ingredienti.

Ciononostante possiamo partire dal particolare per arrivare a dire qualcosa sulla alimentazione in generale, anche perchè i lavori epidemiologici nel tempo sono stati affiancati dal altri studi che hanno portato a capire qualcosa in più sul meccanismo molecolare che sta alla base di certi fenomeni e malattie.

La raccomandazione universalmente accettata per quanto riguarda i grassi saturi nella dieta è quella di contenere il loro introito al di sotto del 10% delle calorie totali giornaliere introdotte con la dieta. il che significa che per un fabbisogno di 2000 calorie, al massimo 200 possono essere rappresentate dai grassi saturi e siccome 1g di grasso apporta 9 calorie, questo significa che non dovremmo introdurre più di 22g di saturi ogni giorno. Ricordate, questo non è un numero fisso, va in base al nostro fabbisogno. Per uno di 3000 calorie i saturi ammessi diventano 33g!

Prima di continuare, due parole sui termini usati e un piccola spiegazione “chimica”: finora ho usato il sostantivo colloquiale “grasso”, ma avrei dovuto dire “acido grasso”. Noi in effetti mangiamo trigliceridi i quali altro non sono che molecole a cui sono attaccati 3 acidi grassi (tri-gliceridi). Immaginate una “E” maiuscola. Ebbene, la “E” rappresenta la molecola di trigliceride e le stanghette orizzontali gli acidi grassi tenuti insieme da una molecola di glicerolo (la stanghetta verticale). Le stanghette orizzontali possono essere dritte (acidi grassi saturi), un po’ storte (acidi grassi monoinsaturi), molto storte (acidi grassi polinsaturi). Perciò tutti i trigliceridi presenti nei cibi non sono altro che miscele di acidi grassi in proporzioni diverse. L’olio di oliva per esempio (si chiama olio perchè è liquido a temperatura ambiente) è una miscela composta da circa il 15% di acidi grassi saturi, il 75% da monoinsaturi e il restante 10% da polinsaturi. L’olio di palma invece (che dovrebbe chiamarsi grasso di palma dato che è solido a temperatura ambiente, come il burro) ha una formula del tipo 52-38-10.

Torniamo ai grassi saturi. Sarebbe molto lungo e complesso elencare tutti i motivi per i quali si è giunti alla raccomandazione di limitarli al di sotto del 10% delle calorie totali giornaliere. Qui basti ricordare che, ad oggi, si ritiene che una riduzione dei saturi sia importante  sopratutto per la prevenzione delle malattie cardiovascolari (i grassi saturi influenzano la insulinoresistenza, il colesterolo “cattivo” e l’ipertensione) e benchè una recente revisione sistematica (https://goo.gl/prMXV3) abbia posto dei dubbi in merito, essa ha focalizzato l’attenzione solo sul contributo dei grassi saturi, quando invece è piuttosto il loro rapporto con gli altri grassi nella dieta e la sostituzione dei saturi con gli insaturi a modificare il rischio cardiovascolare. Inoltre dovremmo soffermarci a considerare anche che non tutti i grassi saturi sono pericolosi nella stessa misura: alcuni (come il laurico, miristico e palmitico) sono più aterogeni, altri (a catena più corta) sono neutri e altri ancora (come lo stearico) sono addirittura considerati ipocolesterolemizzanti. Dato che non esistono indicazioni precise in merito, si è deciso di considerare il limite del 10% di saturi totali come un buon compromesso per la prevenzione. Questo è in accordo con molti documenti di consenso come questo (FAO/WHO) del 2009: http://www.fao.org/3/a-i1953e.pdf

E da qui partiamo.

In Italia, secondo la più recente indagine sui consumi alimentari (Inran-Scai 2005-06: http://nut.entecra.it/710/I_consumi_alimentari__INRAN-SCAI_2005-06.html) gli adulti introducono circa l’11% dell’energia da grassi saturi, quindi un po’ sopra le raccomandazioni.

Il gruppo “carne e derivati” fornisce circa il 17% di SFA (acidi grassi saturi) e al suo interno gli insaccati contribuiscono per il 9%.

Il gruppo “latte e derivati” contribuisce per il 37%, di cui il 29% deriva dai “formaggi e sostituti”

Altre fonti sono le uova, il pesce e (a sorpresa) l’olio di oliva (ricordate? il 15% circa dell’olio è formato da SFA), la frutta secca e i prodotti da forno (biscotti/torte/merendine/dolci in genere).

Concludendo possiamo dire che ben più della metà dei SFA arriva dagli animali (in particolare animali terrestri), il resto dai vegetali. Considerando che molte fonti di SFA vegetali sono terribilmente importanti per la nostra salute (tenete sempre a mente che gli alimenti non si giudicano solo per le loro singole componenti, ma per il contributo che danno al totale della dieta) e che le fonti di SFA animali dovrebbero essere limitate anche per altre ragioni (per lo stesso motivo), arriviamo a definire un pattern alimentare in cui la carne grassa, la carne trasformata, i dolci e i formaggi debbano essere…controllati molto attentamente, mentre altre fonti di saturi come l’olio extravergine di oliva, la frutta secca, il pesce e il latte/yogurt possano avere un posto privilegiato per la loro importanza nei confronti della prevenzione cardiovascolare, tumorale e metabolica.

Attenti quindi, perchè si fa molto presto a raggiungere quella soglia di SFA del 10% se si mangia male. Nel nostro esempio delle 2000 calorie (22g di grassi saturi) otteniamo questi risultati:

40g di prodotti da forno (biscotti per esempio): 4g circa

250 ml di latte intero: 5g

30g di olio di oliva: 4,5g

50g di mortadella: 5g

Siamo già oltre, e in teoria ci manca un altro “secondo” (che faremmo bene a scegliere tra i legumi se mangiamo insaccati in quel giorno, per non eccedere ancora).

Ovviamente per una volta non succede niente, ma se le nostre abitudini ci portano a esagerare ogni giorno coi formaggi (un pezzetto di formaggio a fine pranzo ci scappa sempre no?), coi dolci (un biscottino in più che vuoi che sia? e volete togliermi il mio cioccolato fondente serale, per caso?), coi salumi (caspita, col formaggio, ci sta così bene il prosciutto!), capite bene che siamo SEMPRE oltre.

Per cui, solita raccomandazione di sempre: mangiate poco e sopratutto piante!

Riferimenti

https://goo.gl/LrVWeJ

https://goo.gl/29CsrR

https://goo.gl/4Uf7mP

https://goo.gl/sLCvK7

https://goo.gl/qvpw4Q

https://goo.gl/FW2Kz6

https://goo.gl/prMXV3

 

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Caramelle, ogm e crispr

Immaginate di dover pescare caramelle di vari gusti all’interno di un sacco. Voi volete le caramelle alla fragola e nel sacco di sicuro ce n’è qualcuna che fa al caso vostro.
Avete fondamentalmente 4 modi per cercare di ottenere ciò che desiderate:

1. Prelevare alla cieca un pugno di caramelle e aspettare un sacco di tempo prima di poter controllare se avete pescato quelle alla fragola. In caso negativo, ripetere il procedimento e aspettare ancora.
2. Come al punto 1, ma con la possibilità di vedere i risultati del vostro prelievo in tempi molto più brevi, ma comunque non immediati.
3. Cercare di tirare fuori le caramelle giuste inserendo nel sacco sensori e macchinari sofisticati e costosi che cerchino di individuare le caramelle dal colore, anche qui senza totale garanzia di avere successo, ma comunque con una probabilità e velocità maggiori rispetto ai metodi 1 e 2.
4. Aprire il sacco, guardare coi vostri occhi e tirar fuori le caramelle che vi interessano con le vostre mani, una a una, in maniera precisa ed economica.

Immaginate che, chi detta le regole di questo giochino vi permetta di agire nei modi 1 e 2 senza chiedervi particolari dimostrazioni di efficacia dei metodi: potete prelevare, aspettare e mangiare tranquillamente le vostre caramelle. Per il metodo 3 invece vi viene chiesto di valutare l’adeguatezza e la sicurezza degli strumenti con cui decidete di entrare nel sacco e addirittura la sicurezza delle caramelle alla fragola che tirerete fuori, come se potessero essere diverse da quelle tirate fuori con le mani, come se gli strumenti potessero modificarle e farle diventare improvvisamente al limone.
Ma la cosa più bella avviene con il quarto metodo: l’omino che fa le regole dice che questa metodica dovrà seguire lo stesso iter seguito dalla numero 3 e sarà classificata nello stesso gruppo, nonostante le uniche differenze coi primi due metodi siano la maggior precisione e il tempo di realizzazione notevolmente inferiore e, a rigor di logica, questo metodo dovrebbe essere paragonato a queste.

Insomma, abbiamo la possibilità di dar da mangiare caramelle alla fragola a tutti, con poca spesa e senza rischi e non lo faremo perché alla fine dei conti costerà troppo dato che l’omino che fa le regole vuole così.

Non potremo esportare caramelle fatte col metodo 4, però magari le importeremo (perdendoci) e nessuno se ne accorgerà.
A me pare una cosa incomprensibile. All’omino forse sembra una furbata, per motivi che io non arrivo a capire.

p.s. chiedo perdono agli esperti per l’azzardata metafora delle caramelle.

https://agrariansciences.blogspot.com/2018/07/leuropa-fa-la-scelta-sbagliata-sulle.html?m=1

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Solfiti e mal di testa

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Anidride solforosa e solfiti (E220-E228) sono utilizzati come conservanti con effetto antimicrobico, ma anche per proteggere i prodotti dall’imbrunimento (quindi sono anche antiossidanti tecnologici). La anidride solforosa è un gas (SO2) mentre i solfiti sono polveri che si aggiungono agli alimenti e fungono da serbatoio di SO2.

 

SO2 e solfiti sono anche aggiunti ai vegetali per mantenerne intatto il colore, ma l’applicazione più conosciuta è quella legata alla vinificazione: queste sostanze sono aggiunte per inattivare i lieviti presenti sulle bucce dell’uva, per poi aggiungere al mosto i ceppi desiderati e selezionati appositamente (e insensibili ai solfiti) che conferiranno le caratteristiche volute al vino. Alcuni ceppi di lieviti addirittura producono solfiti e quindi la loro presenza è un fatto “naturale” nelle bevande alcoliche.

Altri alimenti possono contenere questi additivi, non solo le bevande alcoliche: frutta secca/disidratata/candita, crostacei, verdure conservate, funghi secchi ecc.

Ai solfiti si può essere allergici. Il Regolamento (UE) 1169/11 li inserisce tra gli allergeni che devono essere evidenziati in etichetta, ma solo se superano i 10mg/kg o litro (sono gli unici che hanno una “soglia”, le altre sostanze/alimenti indicati dal Regolamento devono essere segnalati unicamente per la loro presenza).

Per quanto riguarda quella che si definisce come “intolleranza“, sarebbe più opportuno chiamarla “sensibilità”. I solfiti infatti sono generalmente considerati sicuri e la maggior parte delle persone non ha nessun sintomo in seguito alla loro ingestione. C’è però da dire che a contatto con la acidità della mucosa gastrica si può sviluppare il gas, la SO2, che è molto irritante. Generalmente sono piccole quantità non fastidiose, ma negli asmatici possono provocare broncospasmo e avere affetti clinicamente rilevanti.

Il “cerchio alla testa” che spesso viene associato alla loro presenza dopo aver bevuto alcolici, pare invece non avere fondamento. In effetti nessuno associa il mal di testa al consumo di frutta secca: il contenuto di solfiti nel vino al massimo arriva ai 200ppm, mentre può raggiungere e superare i 1000ppm nella frutta secca e conservata.

Perchè il vino si e le noci no? forse perchè nel vino c’è qualcos’altro? forse c’è l’alcol. Eh si l’alcol, che, oltre ad essere un tossico e cancerogeno pericoloso è pure un forte vasodilatatore periferico e in situazioni particolari, dipendenti anche dallo stato fisiologico della persona (se a stomaco vuoto meno, in quali condizioni di temperatura, se uomo o donna, ecc.) può tranquillamente scatenare crisi di emicrania più o meno forti.

Riferimenti

https://is.gd/gGCbEw

https://is.gd/fXD4yu

https://is.gd/Th0uSU

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La bilancia

Tutti abbiamo una bilancia in casa, ma troppo spesso la abbandoniamo in un angolo a prendere polvere.

Così come è da matti pesarsi ogni giorno (o, peggio, più volte al giorno), è altrettanto poco lungimirante dimenticarsi, anche per mesi, di dare un’occhiata al nostro peso.

Il peso è un indicatore dell’introito calorico a medio-lungo termine. Se il peso rimane costante per un periodo congruo, significa che ciò che abbiamo mangiato è pari a quanto abbiamo consumato. Se ingrassiamo vuol dire che abbiamo introdotto cronicamente più calorie rispetto a quelle che abbiamo bruciato.

Inutile pesarsi troppo spesso, perché le variazioni del peso a breve termine sono dovute unicamente a oscillazioni di liquidi che vanno e vengono.

La cara vecchia via di mezzo, dare un’occhiata al proprio peso e alla variazione rispetto al passato, una volta ogni 20-30 giorni, credo sia una sana abitudine.

In un mese, se siamo ingrassati , possiamo porre rimedio abbastanza facilmente. Se invece lasciamo passare troppo tempo può essere molto più difficile e alla fine lasciamo perdere e molliamo.

La bilancia non deve fare paura. È una alleata importante. Se poi vogliamo strafare prendiamo anche la misura della circonferenza vita e mettiamo insieme i due parametri controllando che non aumentino.

La nostra salute ringrazierà.

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Dal calcolo del fabbisogno alla costruzione della dieta – Parte 5: il numero e il tipo di porzioni giornaliere

Siamo finalmente arrivati alla parte pratica vera e propria. Il momento in cui, dopo aver stimato il nostro fabbisogno energetico, aver compreso come strutturare l’alimentazione dal punto di vista dei nutrienti e aver conosciuto a grandi linee i gruppi alimentari e le porzioni, cominciamo a mettere insieme il tutto.

Ho preso come riferimento l’idea di un puzzle a tessere scorrevoli, un puzzle molto semplice, del tipo destinato ai bambini. Il nostro puzzle avrà una cornice e una parte centrale e sarà più o meno grande in maniera proporzionale al nostro fabbisogno giornaliero: una donna piccolina e sedentaria avrà a disposizione un piccolo puzzle da comporre ogni giorno, mentre un giovane maschio attivo potrà comporne uno ben più grande. Nulla vieta però alla signora di incrementare l’attività fisica e guadagnare così qualche tessera in più.

Le tessere rappresentano le porzioni di alimenti. Alimenti che fanno parte di uno stesso gruppo avranno colori uguali. La cornice del puzzle identifica quei cibi che possono (e devono) essere mangiati ogni giorno; la parte centrale sono invece gli alimenti variabili (in pratica i secondi piatti) che pur dovendo essere introdotti giornalmente, non possono essere sempre gli stessi e avranno frequenze settimanali che indicherò.

Ciò che dovremo fare quindi sarà “arredare” una parete con 7 piccoli quadretti, uno per ogni giorno. La cornice di ogni quadro sarà grosso modo sempre dello stesso colore, laddove il centro mostrerà una maggiore variabilità come si confà alle opere d’arte insomma.

Ovviamente, una volta che avremo in mano i vari quadretti (che rappresentano il totale degli alimenti che dobbiamo consumare giornalmente), dovremo cominciare a ri-disporre le tessere per formare i vari pasti, dalla colazione alla cena (e quest’ultima parte la vedremo in un’altra puntata).

Le tessere infatti, sono mobili e possono essere disposte a piacimento. E’ come un gioco a incastro. Benchè ci siano regole da rispettare, possono essere disposte secondo le nostre abitudini lavorative e le nostre tradizioni.

Possiamo cominciare. Per praticità consideriamo il classico fabbisogno da 2000Kcal giornaliere e cominciamo a mettere insieme le tessere. Prima però per identificare meglio le varie tipologie di alimenti, cerchiamo di memorizzare i codici colore e le relative porzioni.

Nota: ricordo che i pesi si riferiscono sempre al prodotto crudo (o pronto al consumo) e al netto degli scarti (verdura mondata, legumi sgocciolati, frutta pulita ecc.).

  • Verde: gruppo ortaggi e verdure, porzioni da 200g (80g se insalate)
  • Rosso: gruppo frutta fresca, porzioni da 150g
  • Giallo: gruppo cereali e derivati, tuberi, porzioni da 50g per il pane, 80g per la pasta e gli altri cereali per il primo piatto, 200g per le patate, 30-40g per fette biscottate, crackers, biscotti, ecc.
  • Bianco: gruppo latte e derivati, porzioni da 125ml per latte/yogurt, 100g per formaggi freschi come la mozzarella, 50g per formaggi stagionati, 150 per la ricotta.
  • Arancione: gruppo grassi da condimento, porzioni da 10g (un cucchiaio di olio, pari a due cucchiaini, mezza noce di burro pari a una porzione alberghiera)
  • Viola: gruppo carne, pesce, uova, legumi, frutta secca, porzioni da 100g per la carne fresca, 150g per il pesce fresco, 50g per le carni trasformate (salumi, wurstel, carni in scatola, salsicce, ecc.), 150 per i legumi freschi o in scatola (50 per quelli secchi), 1 uovo, 30g per la frutta secca.

La cornice

La cornice sarà così composta:

2 tessere verdi, 3 tessere rosse, 5 tessere gialle (in genere 3 di pane+1 di pasta+1 di prodotti da forno come i biscotti), 3 tessere bianche (esclusi i formaggi), 3 tessere arancioni.

Questo schema è valido per tutti i giorni. La parte più variabile è quella gialla: 1 tessera gialla di pane equivale a mezza tessera di pasta, perciò se vogliamo, possiamo “trasformare” 50g di pane in 40g di pasta o altri cereali, a patto che tutto il resto rimanga invariato, in particolare il condimento. Al contrario una tessera di pasta equivale a circa 2 di pane. Non si possono utilizzare le tessere di pane e pasta per trasformarle in tessere di biscotti o altri prodotti da forno (se non in casi molto eccezionali). Le tessere bianche possono essere di latte o yogurt indifferentemente. Quelle arancioni, sopratutto di olio (il burro può essere usato saltuariamente).

Nota: possiamo usare ogni giorno anche un quinto di porzione di formaggio stagionato come il parmigiano da mettere sulla pasta, con la consapevolezza che se lo usiamo ogni giorno alla fine della settimana abbiamo consumato un po’ più di una porzione.

La parte centrale

E’ composta da 2 tessere viola (o bianca per i formaggi) ogni giorno, che però devono “girare” nella settimana, più o meno così:

3 tessere di pesce, 3 di legumi, 3 di uova, 1 di salumi (o altre carni conservate), 2 di carne fresca, 2 di formaggi. Per un totale di 14 tessere settimanali.

Nulla ci vieta di aumentare un po’ le tessere di pesce e legumi (e anche uova) riducendo quelle di salumi/formaggi e carni, mentre queste ultime hanno molto meno “spazio di manovra”: al massimo 2 di salumi, 3 di formaggi e 4 di carni (preferendo però i tagli magri). il totale deve comunque rimanere pari a 14 tessere. Se lo desideriamo, magari al posto dei salumi o dei formaggi (ma anche al posto di altre tessere) possiamo utilizzare una tessera di frutta secca.

Modificare le porzioni per i vari fabbisogni

Le tessere che abbiamo elencato valgono per un fabbisogno di 2000Kcal. Se il fabbisogno aumenta o decresce dovremo aumentare o ridurre di conseguenza la grandezza di ogni tessera, in particolare delle tessere della cornice (sopratutto quelle gialle e arancioni) perchè sono le tessere “energetiche”, mentre quelle bianche e viola variano meno (sono le tessere “plastiche” e aumentano solo per fabbisogno molto elevati o impegno sportivo notevole). Diciamo che, semplificando, tra fabbisogni compresi tra 1500 e 2500 calorie giornaliere si modificheranno solamente le tessere energetiche.

Come? beh con una semplice proporzione.

Esempio: 150g è la (super)porzione di pane (3 tessere da 50g) per 2000Kcal. Se il fabbisogno diventa di 2300Kcal il calcolo è questo:

(150×2300)/2000= 170g circa;

per la pasta avremo: (80×2300)/2000=90g circa e così via.

A questo modello dobbiamo applicare la regola della variabilità. quindi non scegliamo sempre tessere di pasta, ma proviamo anche quelle di farro, orzo, quinoa, grano saraceno, ecc. Lo stesso dicasi per verdura e frutta che sono forse le tessere più variabili.

Una volta composti i 7 quadretti dobbiamo ri-disporre le varie tessere per formare i pasti della giornata. Lo vediamo la prossima volta sennò la faccenda si complica troppo!

Vai alla sesta parte: https://goo.gl/TCvG7b

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Dal calcolo del fabbisogno alla costruzione della dieta – Parte 4: i gruppi alimentari e le porzioni

Dopo aver cercato di indovinare quante calorie consumiamo ( qui e qui) e come distribuire l’energia della nostra dieta nei nutrienti e nella giornata (qui), è quasi arrivato il momento di mettere insieme una giornata alimentare e pianificare anche la settimana.

Prima, però, dobbiamo dire due parole sui gruppi alimentari e sulle porzioni.

I gruppi alimentari

Dividiamo gli alimenti in 5 grandi macro categorie:

  1. Verdure, Ortaggi e Frutta: insalate a foglia, verdure e ortaggi, crudi o cotti, frutta fresca.
  2. Cereali e derivati, Tuberi: pane, pasta, riso, mais, farro, orzo, ecc; sostituti del pane: grissini, crackers, gallette, friselle, fette biscottate; patate; prodotti da forno dolci: biscotti, cereali per la colazione, brioche, ecc.
  3. Latte e derivati: latte, yogurt, formaggi freschi e stagionati, ricotta.
  4. Carne, Pesce, Uova, Legumi, frutta secca e semi oleosi: carne “rossa” fresca/surgelata (bovina, suina, ovina, equina, ecc); carne “bianca” fresca/surgelata (pollo, tacchino, altri volatili, coniglio); carne conservata: salumi, affettati; pesce, molluschi e crostacei freschi/surgelati; pesce, molluschi e crostacei conservati; uova; legumi freschi o in scatola; legumi secchi; frutta secca: noci, mandorle, nocciole, arachidi, ecc; semi oleosi: zucca, girasole, sesamo, lino, ecc.
  5. Grassi da condimento: olio extravergine di oliva, altri oli, burro.

All’interno di ogni gruppo, gli alimenti hanno caratteristiche nutrizionali più o meno simili, con la dovuta variabilità legata ad ogni singolo cibo.

Esistono poi alimenti “extra” che sono relegati in un gruppo a parte perchè non strettamente necessari nè consigliati in una dieta sana: bevande alcoliche e analcoliche (vino, birra, altri alcolici e superalcolici; spremute, succhi di frutta, altre bevande tipo cola o tè freddo); caffè e tè caldi.

Vediamo sommariamente le caratteristiche nutrizionali dei principali gruppi:

Gruppo 1: sono alimenti molto ricchi di acqua e fibra (sostanza non nutriente, ma saziante, protettiva e benefica per l’intestino, per la risposta glicemica e per l’assorbimento di colesterolo), vitamine (soprattutto A e C) e sali minerali, sopratutto potassio, poi magnesio, calcio e anche ferro (meno assimilabile rispetto a quello presente nei prodotti animali); la frutta, infine, contiene anche zuccheri semplici in quantità significative.

Gruppo 2:  contengono carboidrati in forma complessa (amido) che l’organismo demolisce per trarne energia. Presentano vitamine del gruppo B (soprattutto nei prodotti integrali). Non contengono grassi (a parte la versione integrale e quelli aggiunti, come i cracker, le fette biscottate, ecc.). Hanno circa il 10-12% di proteine (di scarso valore biologico). Sono poveri di calcio, ma generalmente ricchi in ferro e magnesio.

Gruppo 3: alimenti ricchi in minerali in forma molto disponibile, in particolare calcio e fosforo. Contengono proteine di elevata qualità (caseina sopratutto). Grassi (sopratutto saturi) e zuccheri (lattosio, importante per l’assorbimento del calcio) che alcune persone possono non tollerare bene. Vitamine: A, D (poca), gruppo B (riboflavina in particolare) e tracce di vitamina E. I formaggi contengono tutti questi nutrienti in forma più o meno concentrata a seconda del grado di stagionatura ed in più presentano buone quantità di sale, usato come conservante.

Gruppo 4: è il gruppo più eterogeneo, ma ha come caratteristica principale la presenza di proteine di elevata qualità (a parte i legumi, frutta secca e semi oleosi, dove la qualità va progressivamente calando), grassi e colesterolo (in quantità molto variabile a seconda della specie e del taglio, eccetto i legumi che sono magri e la frutta secca/semi oleosi che sono molto grassi: entrambi non contengono colesterolo come tutti lgi alimenti vegetali). Inoltre le carni e il pesce contengono ferro molto assimilabile e vitamine del gruppo B. Il ferro dei legumi e della frutta secca è meno disponibile. Le carni conservate, come i formaggi, sono dei “concentrati” di proteine, grassi, calorie, colesterolo e sale. Le uova sono la fonte proteica per eccellenza, il contenuto di grassi è moderato, mentre il colesterolo è abbastanza abbondante, ma non come una volta. Sono scarse di ferro e calcio. Il pesce infine ha le stesse caratteristiche della carne, ma è più digeribile e i suoi grassi sono meno saturi e più polinsaturi (tra i quali troviamo i famosi omega 3).

Gruppo 5: la caratteristica principale è l’elevata energia, il contenuto di acidi grassi (tra cui quelli essenziali), vitamine liposolubili (come la E nell’olio di oliva) e alcuni tipi di sostanze antiossidanti. Il burro è un po’ meno calorico degli oli ed è naturalmente molto ricco di grassi saturi e colesterolo.

Le porzioni

Qui e qui trovate due tabelle contenenti le porzioni standard nell’alimentazione italiana. Sono tratte dai nuovi Larn (livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia) della società italiana di nutrizione umana (sinu).

La porzione è definita come “la quantità di alimento che si assume come unità di riferimento riconosciuta e identificabile sia dagli operatori del settore nutrizionale e sia dalla popolazione.”

È molto importante conoscere i volumi di riferimento corretti per la nostra alimentazione. Non dobbiamo necessariamente pesare ogni cosa che mangiamo, tutt’altro, ma dobbiamo avere un’idea spannometrica delle “dosi” alimentari corrette per costruirci una alimentazione adeguata.

In seguito vedremo come “mettere insieme” le porzioni nella giornata a seconda del fabbisogno energetico di ciascuno di noi. Per fare ciò si useranno multipli o frazioni di porzione, ma per il momento è utile capire alcuni concetti di base.

1. Notate le porzioni relative ai prodotti di origine animale. Sono notevolmente più piccole rispetto a quelle a cui l’italiano medio è oggi abituato. Fateci caso, pochi di noi consumano 100g di carne alla volta o 50g di salumi. Ma questo è. Abituiamoci al fatto che i prodotti animali vadano ridimensionati sia nelle quantità che nelle frequenze di consumo (che vedremo poi)
2. La porzione di verdura e ortaggi è viceversa più abbondante. In pochissimi oggi consumano 200g di verdura a pasto.
3. Lo stesso si può dire dei condimenti.

Vi lascio anche il link al capitolo intero riguardante le porzioni per chi volesse approfondire http://www.sinu.it/public/20141111_LARN_Porzioni.pdf

Qui e qui invece, vi lascio due tabelline degli alimenti divisi in grandi categorie e relative porzioni (espresse anche in modo visivo) con il relativo valore calorico (espresso come media della categoria). Una idea spannometrica del contenuto calorico medio di alcune classi di alimenti, infatti, bisognerebbe farsela.

Due parole finali sulla varietà delle scelte in una dieta: l’alimento “completo” non esiste. Il latte non ha fibre nè vitamina C o ferro, ma ha tanto calcio. La frutta ha fibre, vitamina C, ma non calcio. La carne è una buona fonte di ferro, ma non di fibre o vitamina E, che invece sta nell’olio di oliva nel quale non c’è iodio che invece si può trovare nei prodotti della pesca. La verdura contiene molti fitocomposti protettivi, ma praticamente niente proteine che invece sono ben presenti nelle uova, che però hanno anche molto colesterolo, il quale manca nei legumi che però sono ricchi di fibra, assente nei salumi che però sono troppo salati, così come i formaggi i quali non vanno mangiati troppo spesso pur essendo ricchi in calcio, ma poveri di probiotici di cui alcuni yogurt sono ricchi……Ecco perchè dobbiamo attingere quotidianamente da ogni gruppo alimentare per assumere tutto quello che ci serve per non avere carenze, ma anche per non rischiare di introdurre troppe sostanze non positive se assunte troppo spesso.

La varietà della dieta è uno degli aspetti più importanti per la nostra salute.
In questo senso le calorie non sono tutte uguali, ma solo in questo senso.
Alla prossima e, spero, ultima puntata della serie.
Vai alla quinta parte: https://goo.gl/YtceHL
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Le carote e l’abbronzatura

Stamani ascoltando la radio è arrivata alle mie orecchie la vocina di una dermatologa che consigliava allegramente cibi ricchi in caroteni (melone, albicocche, pomodori, carote, verdure a foglia verde…) per proteggere la pelle dal sole.

La dermatologa non è una voce fuori dal coro. Chiedete a chiunque, dal farmacista all’erborista, al biologo nutrizionista, al medico e molti di loro vi diranno che, si, certamente le carote proteggono la pelle dai raggi ultravioletti. Fate un giro in rete e troverete pioggia di consigli per migliorare l’abbronzatura mangiando cocomeri e proteggerla dalle scottature bevendo centrifugati di broccolo e melograno.

Nel 2011 l’EFSA ha pubblicato una valutazione riguardante il beta-carotene presente naturalmente nei cibi o aggiunto ad essi. Si trattava di approvare o non approvare un “claim”, cioè una affermazione salutistica, che, in questo caso era: “protegge la pelle dal danno indotto dai raggi UV, compreso il danno foto-ossidativo”, e “promuove la pigmentazione e l’abbronzatura della pelle”.

La promozione della pigmentazione della pelle è un meccanismo attraverso il quale la pelle può essere protetta dai danni indotti dai raggi UV.

Viene quindi chiesto all’EFSA di valutare le prove inerenti questa affermazione in modo tale da consentire o proibire la scritta in etichetta da parte delle aziende alimentari.

L’EFSA risponde così:

“Nel valutare le prove, il gruppo di esperti scientifici ha tenuto conto del fatto che la maggior parte degli studi sull’intervento umano forniti erano non controllati o venivano utilizzate misure inadeguate di danno UV alla pelle, e che gli studi che hanno valutato il danno indotto da UV sulla pelle non hanno trovato un effetto significativo di supplementazione di carotene rispetto al placebo. Sulla base dei dati presentati, il gruppo di esperti scientifici conclude che non è stato stabilito un rapporto di causa ed effetto tra l’assunzione dietetica di beta-carotene e la protezione della pelle dal danno indotto dai raggi UV (incluso il danno foto-ossidativo)”.
Indi per cui, questo claim non può essere usato.
Le carote non “abbronzano” e non proteggono dal sole. Se vi esponete ai raggi solari ci vuole una protezione esterna. La “protezione dall’interno” non funziona. Non vi venisse in mente di mangiare un melone e non usare la crema!
Il beta carotene e gli altri carotenoidi presenti nei cibi possono, se assunti in grandi quantità, provocare la cosiddetta carotenodermia, una colorazione arancio-giallastra degli ultimi strati epidermici, che ovviamente sparisce quando si smette di mangiare roba arancione (anche se ci vuole del tempo), ma che non va confusa con l’abbronzatura.
Chi glielo dice alla dermatologa adesso?
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