Il test delle igG4 per la diagnosi delle intolleranze alimentari

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Ci sono innumerevoli test che aspirano ad essere utilizzati per diagnosticare fantomatiche intolleranze alimentari. Dal test del capello, alla kinesiologia, al dria, alla biorisonanza, fino al test citotossico e altri ancora.

Quello che misura gli anticorpi IgG4 nel sangue è attualmente uno dei più gettonati perché ha una parvenza maggiore di scientificità dato che ci vuole un prelievo ematico e che si basa su meccanismi immunologici reali.
Viene ampiamente usato nei laboratori privati e anche nelle farmacie, e va molto di moda.

Oggi il caro Marco Bianchi per esempio ha intervistato un medico di un nuovo laboratorio “specializzato” in intolleranze alimentari e sensibilità al glutine che ha descritto questo approccio immunologico.

Dobbiamo rendere grazie al caro Marco? No.

Il test delle igG4 non ha valore nella diagnosi delle intolleranze.
Lo aveva già ampiamente affermato un position paper del 2008 che NON LO RACCOMANDA come tool diagnostico.

Perche? Perche le igG4 evidenziano semplicemente un “AVVENUTO CONTATTO” del nostro sistema immunitario con l’alimento incriminato, non una sensibilizzazione (come per le igE delle allergie).
Perciò se dalle analisi vi scoprite “intolleranti” al pomodoro, vuol semplicemente dire che ne mangiate tanto e non che sia lui il responsabile del vostro gonfiore intestinale o del vostro mal di testa.

“In contrast to the disputed beliefs, IgG4 against foods indicates that
the organism has been repeatedly exposed to food components, recognized as
foreign proteins by the immune system. Its presence should not be considered as
a factor which induces hypersensitivity, but rather as an indicator for immu-
nological tolerance, linked to the activity of regulatory T cells. In conclusion,
food-specific IgG4 does not indicate (imminent) food allergy or intolerance, but
rather a physiological response of the immune system after exposition to food
components. Therefore, testing of IgG4 to foods is considered as irrelevant for
the laboratory work-up of food allergy or intolerance and should not be per-
formed in case of food-related complaints.”

Ovviamente questo mio post non servirà a nulla perché i millemila seguaci di Marco Bianchi, dopo la diretta di oggi, saranno ancor più convinti delle loro intolleranze e del metodo usato per scovarle.

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L’allergia al nichel

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Esiste l’allergia al nichel DA CONTATTO che produce una dermatite allergica (DAC). Circa il 30% degli italiani ne soffrirebbe.

Esistono sintomi SISTEMICI, come disturbi gastrointestinali, respiratori e neurologici che si è cercato di ricondurre all’ingestione di alimenti contenenti nichel. La sindrome è chiamata SNAS e attualmente non esistono evidenze solide che la SNAS sia legata all’ingestione del metallo con gli alimenti. L’esistenza della relazione fra i sintomi e il nichel non è per nulla certa. Se esiste comunque è molto rara.

Abbiamo la certezza che chi soffre di DAC non trae NESSUN vantaggio da una dieta nichel free.

Si sa molto poco rispetto agli effettivi vantaggi che una dieta priva di nichel apporterebbe a coloro che soffrono di SNAS.

Perché? Perché non è praticamente possibile eliminare il nichel dalla dieta.
Il nichel è ubiquitario perché si trova nel terreno e nelle acque. Il contenuto del metallo negli alimenti varia pertanto in base ai luoghi, alle stagioni, alla diverse varietà di prodotti vegetali, alle lavorazioni che essi subiscono. Tutto ciò rende impossibile fare una dieta priva di nichel e quindi impossibile raggiungere il gold standard in fatto di diagnosi di allergie: la dieta di esclusione.
Esistono ovviamente alimenti che contengono molto nichel come i legumi, la frutta secca e il cioccolato ma non basta togliere questi per effettuare una diagnosi. Fra l’altro il nichel si trova anche nell’acqua e nelle sigarette il che rende tutto molto complicato.

E invece se ci guardiamo intorno è tutto un fiorire di allergici al nichel che si distruggono l’esistenza con diete assurdamente restrittive perché glielo ha detto l’erborista, il cuoco naturale, il medico di famiglia o il biologo nutrizionista che passava di li.
Le tabelle con milioni di alimenti da evitare non servono a nulla. Sopratutto non sono assolutamente necessarie quando c’è solo una allergia da contatto. E dato che gli allergici da contatto sono tanti, possiamo farci un’idea di quante privazioni devono subire questi soggetti quando capitano in mano ai cialtroni della nutrizione.

Il post era partito in maniera molto professionale….mi sono lasciato un pochino andare in fondo.

Riferimenti

http://www.eurannallergyimm.com/…/volume-systemic-nickel-hy…

http://www.siaip.it/…/pizzutelli-allergia%20sistemica%20al%…

https://portale.fnomceo.it/fnomceo/showArticolo.2puntOT…

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Miti: l’intolleranza al lievito

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L’intolleranza al lievito (parliamo di lievito di birra, Saccaromices cerevisiae)

Le parole sono importanti.

Quando genericamente si sente parlare di intolleranza al lievito si fa riferimento a fastidi come il gonfiore addominale e ingenuamente si pensa che, siccome il lievito fa lievitare il pane, avrebbe anche il potere di far aumentare di volume il nostro intestino.

Ma il lievito è un microrganismo VIVENTE che possiede quelle proprietà FINCHE’ E’ VIVO. Però, dato che la cottura uccide tutti i lieviti e che comunque quei pochi che rimangono illesi, per loro sfortuna, vengono giustiziati dall’acido cloridrico del nostro stomaco, beh la teoria del potere “gonfiante” viene a cadere irrimediabilmente.

Avremo infatti tanti cadaverini di lievito nel nostro colon, ma incapaci di gonfiare alcunché.

Dicevamo, le parole sono importanti: le intolleranze sono generate da difetti enzimatici (come nel caso della intolleranza al lattosio o del favismo) o da additivi (ad esempio i solfiti), o da sostanze presenti negli alimenti o prodotte dalla degradazione batterica come l’istamina contenuta nelle fragole, nel cioccolato o nei formaggi (in questo caso si parla di pseudointolleranze).

L’intolleranza al lievito però non esiste. Non è nominata in nessun testo di medicina, ma molto, moltissimo in rete. Può esistere una pseudo-intolleranza alla tiramina di cui il lievito è ricco, ma che non produce meteorismo e gonfiore intestinale bensì crisi ipertensive, nausea, vomito e irritabilità. La tiramina è comunque presente in un sacco di altri cibi: formaggi, pesce poco fresco, birra, vino rosso, insaccati, spinaci, pomodori, cavolfiore banane….

Inoltre si può essere allergici al lievito.
Le allergie però, sono un continente diverso ed estremamente lontano rispetto a quello delle intolleranze, nel grande mondo delle “reazioni avverse al cibo”. Le allergie coinvolgono infatti il sistema immunitario, le intolleranze no.
Se siamo allergici lo veniamo a sapere facilmente con test immunologici o di cutireazione, fatti IN OSPEDALE, non in farmacia o erboristeria. Questi test hanno valore scientifico. Quelli che diagnosticherebbero la presunta intolleranza no.

Per questo le parole sono importanti. Bisogna saperle distinguere sennò si genera solo confusione.

Allora, direte, perchè se mi mortifico mangiando pane azzimo sto meglio?

Beh, perchè non di solo lievito è fatto il pane!
Per esempio è fatto semplicemente di (tanti) carboidrati. I quali potrebbero, se arrivano in grandi quantità (la pizza! Magari seguita da un dolce) e a grande velocità nell’intestino, provocare fenomeni fermentativi altrettanto imponenti, giustificando quindi la produzione di gas e i fastidi che ne seguono.
Non sono i lieviti, è uno stile di vita non proprio impeccabile che può provocare questi disturbi.

È inoltre possibile avere una contemporanea una disbiosi intestinale che magnifica i sintomi. Ovviamente la disbiosi (alterazione quali-quantitativa del microbiota intestinale) deriva spesso, a sua volta, da una dieta squilibrata.
La responsabilità è comunque da ascrivere ad abitudini sbagliate.

Quindi, prima a di eliminare spontaneamente (o su consiglio di qualche personaggio con scarse competenze) interi gruppi alimentari, sarà semmai opportuno descrivere i sintomi ad un medico il quale potrebbe suggerire di aggiustare i microrganismi “alterati” del colon, mangiando meglio, bevendo tanto, prendendo probiotici e prebiotici, facendo movimento regolare, dimagrendo.

Purtroppo tutto ciò richiede un cambiamento profondo delle nostre azioni quotidiane che non sempre siamo disposti a mettere in atto. Ma spesso è l’unica strada.

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