Trick of the brain

Siete in pericolo. Un leone affamato fuggito da un circo sta per fare uno spuntino di voi. Che fate? Vi mettete a calcolare la velocità relativa con cui vi sta correndo incontro e valutate con precisione le coordinate della parabola del salto finale per poterlo evitare? Oppure prendete una decisione immediata che vi tolga da quella situazione imbarazzante, senza calcoli e senza lunghe operazioni matematiche?

Se, come spero, la risposta è la seconda, la vostra mente sta mettendo in atto una euristicaLe euristiche sono scorciatoie mentali che l’homo sapiens ha evoluto nel tempo per aumentare la sua probabilità di sopravvivenza (e quindi aumentare la possibilita di riprodursi) in un mondo pericoloso.

Oggi non viviamo più in quel mondo, ma abbiamo ancora la nostra scorta di euristiche che ci danno una mano nelle decisioni di tutti i giorni. A volte le chiamiamo istinto, a cui si contrappone il pensiero razionale o pensiero scientifico, chiamatelo come volete.

Le euristiche funzionano egregiamente quando dobbiamo toglierci dalla traiettoria di un’automobile che ci sta venendo incontro a 80km all’ora (non stiamo lì a valutare se è un’Audi o una Fiat), ma trovano degli intoppi in altri campi, come quello scientifico. Questi intoppi cognitivi si definiscono bias.

Il termine inglese bias viene dal francese biais, obliquo, inclinato, storto come può essere un lancio sbagliato di una boccia. È proprio questo infatti il primo significato della parola bias, un significato letterale, che ha in seguito assunto un valore più vasto e oggi viene tradotto come pregiudizio, inclinazione.

I bias sono tranelli della mente in cui tutti cadiamo. Sono giudizi basati su errate percezioni. Come tutte le euristiche ci fanno prendere decisioni veloci, ma spesso sbagliate. Ci cadiamo tutti perché tutti ci siamo evoluti in questo modo.

Il padre di tutti i bias è chiamato bias blind spot, il pregiudizio del punto cieco. Cioè la convinzione di essere più obiettivi degli altri e di essere immuni dai bias! Una sovrastima delle nostre capacità di giudizio. La difficoltà di ammettere che possiamo sbagliare. Ecco perché è cosi difficile chiedere scusa. 🙂

I bias sono tanti. Gli scienziati tentano di superarli in tutti i modi, noi poveri mortali ci cadiamo ogni giorno. Soprattutto quando pensiamo di parlare di scienza in maniera oggettiva.

Vediamo qualche esempio:

L’effetto Dunning Kruger

E’ un fratello stretto del Bias blind spot: le persone incompetenti tendono a sopravvalutarsi, a sovrastimare le proprie capacità, ritenendole, nei casi più gravi, addirittura superiori alla media. Insomma, è tipico di chi sa poco o nulla di un  argomento, ma crede di saperla lunga.

La sicumera

Siamo sempre nel campo dell’overconfidence (la sopravvalutazione di sè stessi e delle proprie capacità). Leggete qualche divertente esempio qui.

Il pregiudizio di conferma

È la tendenza a cercare conferma alle proprie convinzioni rifiutando al contempo le evidenze che le contraddicono. È un errore che gli scienziati tentano di evitare come la peste e infatti non cercano conferme alle loro ipotesi, ma al contrario tentano di falsificarle! Ma noi poveri mortali ci cadiamo di continuo, preferiamo rimanere focalizzati su ciò che già sappiamo anche se è sbagliato. Semplicemente le nostre convinzioni fanno parte di noi, della nostra stessa identità e cambiarle comporta un grande sforzo.

Bias del gruppo

È il pregiudizio che ci fa valutare più positivamente le opinioni di coloro che appartengono al nostro stesso gruppo culturale/sociale/etnico/religioso.

Bias di correlazione

Accade quando mettiamo in relazione causale due eventi che invece non hanno nessuna relazione di questo tipo fra di loro. Tipo vaccini-autismo.

Fallacia di Gabler

E’ la tendenza a dare rilevanza a ciò che è accaduto in passato e a credere che ciò che accadrà in futuro sia legato agli eventi accaduti. E’ famoso l’esempio che riguarda l’uscita di un numero del lotto. Se non esce da tanto tempo tendiamo a pensare che la sua uscita sia imminente.

Si potrebbe andare avanti per ore, ma mi fermo qui.

Il concetto spero sia passato: questi bias fanno parte di noi. L’evoluzione li ha prodotti come adattamenti all’ambiente in cui vivevamo decine di migliaia di anni fa. Non è una colpa se ogni tanto (o spesso) ci cadiamo. L’importante è sapere che esistono e cercare di combatterli.

Il metodo scientifico nasce proprio per superare questi tranelli mentali e arrivare il più possibile vicino alla verità delle cose, senza però raggiungerla mai. Il dubbio, lo scetticismo, il mettersi sempre in discussione, il rigore metodologico, sono le basi della scienza e della conoscenza.

Poi fate un po’ voi.

 

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6 risposte a “Trick of the brain”

  1. Nel caso del leone però non si tratterebbe di fare calcoli matematici, ma di ascoltare un altro tipo di scienza: l’etologia. Che ci dice di non dare retta all’istinto, scappando a gambe levate di fronte al pericolo: il leone è molto più veloce di noi e -soprattutto- il suo istinto di predazione verrà stimolato dalla nostra fuga.
    Meglio stare il più immobili possibile. Ma senza scomodare la scienza, questo lo tramandano anche certi popoli africani e il nostro saggio proverbio “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”.
    Scusa l’intervento scarsamente nutrizionistico, si fa tanto per chiacchierare. 🙂

      1. Be’, è un esempio classico; non volevo criticare assolutamente la tua scelta, solo fare una precisazione.
        Fra l’altro non sono del tutto sicura che quello di scappare davanti a un predatore (che può essere anche un semplice cane) sia un comportamento istintivo e non appreso culturalmente, visto che è quello che tutti ti consigliano (“corri!”) e che si vede sempre fare nei film, specie in quelli per ragazzi. Sarebbe interessante appurarlo.

  2. Una piccola aggiunta al bias di correlazione (scusa la SICUMERA, eh 😀 ): il bias nasce dal fatto che i due eventi si verificano in contemporanea o l’uno dopo l’altro, quindi si tende a connetterli in una relazione causa-effetto che in realtà non è presente.

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