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Le Aquile! Arrivano le Aquile!

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“Per un caso curioso, un mattino di molto tempo fa, nella quiete del mondo, quando c’era meno rumore e più verde, e gli Hobbit erano ancora numerosi e prosperi, e Bilbo Baggins indugiava sulla soglia dopo colazione fumando un’enorme pipa di legno che gli arrivava fin quasi alle lanose dita dei piedi (accuratamente spazzolate), ecco arrivare Gandalf.”

Amo Tolkien per tanti motivi. Probabilmente il motivo principale riguarda il fatto che ho cominciato a conoscerlo a 11 anni, prima che tutto cominciasse, e rileggerlo mi porta ancora in quel prato di montagna “un mattino di molto tempo fa, nella quiete del mondo, quando c’era meno rumore e più verde” come direbbe lo stesso Professore.

Si, alla fine ritorna tutto là…

Ma poi diventi grande e impari ad apprezzare le infinite sfumature e sfaccettature della sua opera e ti stupisci ogni volta di come un semplice essere umano possa aver creato un mondo così vasto.

L’opera di Tolkien è profondamente cristiana e io non sono un buon cristiano e neanche una persona molto incline all’ottimismo, ma il concetto dell’eucatastrofe mi ha sempre affascinato.

Il termine l’ha coniato lo stesso Tolkien e lo ha definito come “[…] la gioia del lieto fine, o più esattamente la “buona catastrofe”, l’improvviso “capovolgimento” gioioso […], una grazia improvvisa e miracolosa […].”

E aggiunge: “Questo non smentisce l’esistenza della discatastrofe, del dolore e del fallimento: la loro possibilità è anzi necessaria alla gioia della salvazione; smentisce però, nonostante le molte apparenze del contrario, l’universale sconfitta finale, e pertanto è evangelium, in quanto permette una fugace visione della Gioia, Gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore”.

Ne “Lo Hobbit”, verso la fine del libro, quando durante la Battaglia dei Cinque Eserciti sembrano ormai perse tutte le speranze, accade qualcosa e l’eucatastrofe si rivela in tutta la sua bellezza:

“‘Ormai non manca molto’ pensò Bilbo ‘che gli orchi conquistino la Porta, e noi siamo tutti massacrati o inseguiti e catturati’. […]
Ma ecco che le nuvole furono spazzate via dal vento e un rosso tramonto squarciò l’Occidente. Vedendo quell’improvviso chiarore che fugava la penombra Bilbo si guardò intorno, e lanciò un grido altissimo: aveva scorto un’apparizione che gli fece balzare il cuore in petto, scure sagome ancora piccole che si stagliavano maestose contro quel chiarore lontano.

‘Le aquile! Le aquile!’ urlò. ‘Arrivano le aquile!'”

Gli Hobbit di Tolkien (così come i suoi Elfi e tutte le creature positive della Terra di Mezzo, Aquile comprese) erano un tutt’uno con la Natura, considerandola come la loro casa, sfruttandola solo per l’essenziale senza mai sovrastarla, ma al di fuori della loro rappresentazione come esseri reali, questi popoli immaginari possono essere visti metaforicamente (benché Tolkien odiasse cordialmente questa figura retorica) come quella parte di noi che abbiamo lentamente perduto.

Al contrario, ma alla stessa maniera, gli esseri malvagi e corrotti dell’universo tolkieniano, Sauron, Saruman e tutte le creature al loro servizio, come gli orchi, sono l’espressione della inarrestabile volontà di potere e controllo sulla natura e sulle sue creature, attraverso la tecnologia utilizzata in modo distorto e aberrante.

Con l’inizio della Quarta Era, quando il tempo mitico immaginato da Tolkien comincia lentamente a tramutarsi in quello reale (il tempo degli uomini), il Male non è più incarnato in un Signore Oscuro o in un Mago corrotto, ma si esprime attivamente nei comportamenti dell’uomo. Sauron viene sconfitto come entità fisica, ma le sue azioni continuano a manifestarsi come parte dell’animo umano.

Secondo la minuziosa cronologia della storia del mondo immaginata dal Professore di Oxford, la bella giornata di fine aprile in cui Bilbo incontra per la prima volta il mago Gandalf e parte per le avventure narrate ne “Lo Hobbit”, si situa in un punto della linea temporale distante circa 6000 anni dai nostri tempi.

In seimila anni l’uomo ne ha fatti di danni, a sè stesso e all’ambiente in cui vive e poco ha imparato dai suoi errori.
Il lato Hobbit, se ancora esiste, è ben nascosto dentro noi stessi.
Oggi non arriveranno le Aquile a salvarci, ma forse qualcosa della loro potenza è rimasta. In tempi come questi, l’unica eucatastrofe che possiamo sperare è portare alla luce e far rinascere in noi un pezzetto di Gwahir, Signore dei Venti.

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Di Dott. Gabriele Bernardini

Biologo, nutrizionista, toscano

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