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Più longevi, si, ma…

“Perchè dovrei cambiare il mio stile di vita? In fondo l’umanità diventa ogni giorno più longeva! L’aspettativa di vita aumenta di anno in anno, quindi va bene così”.

Capita spesso di imbattersi in questa obiezione. E di primo acchito non sai come rispondere. Se la vita umana non fa altro che allungarsi man mano che passa il tempo, perchè dovrei smettere di fumare? Perché dovrei mangiare meglio?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo introdurre alcuni concetti come quello del Global Burden of Disease (GBD) e del DALY.

Nel 1990, la Banca Mondiale, a cui si è successivamente unita anche la Fondazione Bill and Melinda Gates, ha commissionato il primo grande studio epidemiologico sul “carico” di malattie nel mondo. Il GBD è un enorme studio osservazionale che raccoglie dati sull’impatto che i fattori di rischio, le patologie e le condizioni mediche in generale hanno sulla salute della popolazione globale. Il progetto ha coinvolto ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), della Harvard School of Public Health e dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME).

Una malattia (come un tumore o una infezione), un problema medico (come un incidente sul lavoro) o un fattore di rischio (come il colesterolo alto o l’ipertensione) possono ridurre la qualità di vita e/o accorciarla facendo perdere anni che in assenza del problema non avremmo perso.

Se la mia aspettativa di vita alla nascita è di 80 anni in assenza di problemi di salute, e a 65 anni mi viene il diabete, perderò anni di vita in salute (con vari gradi di disabilità) e magari morirò prima del “previsto”. Mettiamo il caso che la mia qualità di vita venga ridotta per gli 8 anni successivi e a 73 anni io muoia, avrò perso 7 anni di vita (80-73) e sarò stato male per 8.

La perdita di anni di vita si chiama YLL (Year of Life Lost) e il periodo passato da malato YLD (Years Lived with Disability). Questi due indicatori sommati tra loro danno quello che si chiama DALY (Disability-Adjusted Life Years) che esprime l’impatto totale di una malattia o infortunio che unisce perdita di qualità di vita e morte precoce e che, moltiplicato per tutti i soggetti con problematiche di salute in una popolazione, rappresenta l’unità di misura del Burden of Disease.

Grazie a questo indicatore possiamo fare qualche considerazione utile per capire l’importanza degli stili di vita e dell’impatto che i comportamenti possono avere sulla nostra salute. Grazie al DALY possiamo visualizzare il carico di malattie in un momento preciso o in un lasso di tempo definito.

Vediamo quindi come è cambiata la condizione dell’umanità dal 1990 ad oggi (per oggi si intende l’anno 2017, l’ultimo per cui si hanno a disposizione dati completi)

A settembre 2018 esce su Lancet questo grande lavoro: “Global, regional, and national disability-adjusted life-years (DALYs) for 359 diseases and injuries and healthy life expectancy (HALE) for 195 countries and territories, 1990–2017: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2017” (https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(18)32335-3/fulltext) che sintetizza i dati relativi al DALY (e ad un altro indicatore, HALE: aspettativa di vita in salute).

Il lavoro prende in considerazione 359 malattie e problemi medici in 195 paesi dal 1990 al 2017. Le conclusioni riportano un quadro definito come “transizione epidemiologica”: nonostante l’aspettativa di vita in generale sia aumentata e si sia ridotto il carico legato alle malattie trasmissibili (le infezioni) anche dal punto di vista della qualità di vita, quello che è cambiato in tutto il mondo è il grado di morbilità legato alle malattie NON trasmissibili (malattie cardiovascolari, tumori, diabete, osteoporosi, ecc) con una chiara perdita di anni in salute per questo tipo di problematiche. Se i sistemi sanitari mondiali, da una parte sono riusciti a ridurre il YLL (la perdita di anni di vita), poco hanno fatto per quanto riguarda il YLD (gli anni di vita in disabilità).

Globalmente i cittadini sono più vecchi, ma anche più malati insomma, con una sensibile perdita della qualità di vita. Diversamente da quello che potremmo pensare i DALYs accumulati (somma di giorni di vita persi per malattia/invalidità/morte precoce) sono legati principalmente a fattori comportamentali, cioè a qualcosa di MODIFICABILE con le nostre azioni. E non, per esempio all’inquinamento ambientale, agli incidenti o agli infortuni sul lavoro, che si trovano in posizione arretrata.

Lo possiamo vedere recandoci qui: https://vizhub.healthdata.org/gbd-compare/ per tirare fuori un po’ di grafici legati ai DALYs per varie malattie e fattori di rischio.

Qui sotto vedete la “classifica” del carico di malattie dell’Italia nell’anno 2017. E’ chiarissimo come si perdano più giorni di vita (e di vita in salute) a causa di fattori comportamentali (behavioral) anziché ambientali (environmental). La barra chiamata “metabolic” possiamo considerarla come la “sfiga” e cioè tutte quelle malattie che insorgono per cause né comportamentali né ambientali. I vari colori esprimono le differenti malattie (guardate la legenda a fianco)

Andiamo avanti: entriamo nel dettaglio e vediamo i “pesi” relativi dei vari fattori di rischio. Qui è ancora più chiaro come il sovrappeso (high body mass index), l’uso di alcolici e i rischi dietetici messi insieme addirittura superino (di una bella spanna) i danni da tabacco.

Infine se “esplodiamo” il grafico a livello dei soli fattori comportamentali ci accorgiamo che quelli dietetici superano di gran lunga tutti gli altri e nello specifico, considerando gli eccessi, bere alcolici, mangiare troppo sale, troppe carni trasformate/rosse e infine troppe bevande zuccherate, accumulano milioni di DALYs

Sul versante di ciò che mangiamo troppo poco invece la fa da padrone il consumo insufficiente di cereali integrali, di frutta secca e semi, di frutta e verdura, di legumi ed anche di latte.

Il graduale allontanamento dalle buone abitudini alimentari della bistrattata dieta mediterranea e l’aumento del sovrappeso sono entrambi fattori che giocano un ruolo importante nel contribuire alla perdita di anni in buona salute. Questi sono oggi i veri fattori (assieme all’abitudine al fumo) che riducono la nostra qualità di vita. E dipendono in gran parte da noi.

Forse vivremo di più, ma andiamo verso un futuro di malattia e sinceramente non saprei che scegliere: che me ne faccio di 120 anni di cui gli ultimi 40 da diabetico rimbambito?

Qualcosa è possibile fare ovviamente, per esempio smettere di dare la colpa alle multinazionali, ai cibi industriali e ai pesticidi (per dirne 3 a caso) e cominciare a prenderci le nostre responsabilità. Una alimentazione frugale basata su cibi semplici e uno stile di vita attivo fa bene a noi, al nostro futuro e anche all’ambiente. La strategia è doppiamente vincente, ma noi oggi preferiamo dare la colpa a chiunque all’infuori di noi stessi.

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Di Dott. Gabriele Bernardini

Biologo, nutrizionista, toscano

4 risposte su “Più longevi, si, ma…”

Il mantenimento costante&duraturo di sane abitudini costa fatica, necessita di impegno e forza di volontà, richiede consapevolezza e responsabilità, ma soprattutto è possibile solo grazie all’acquisizione di conoscenze portate alla pubblica attenzione da professionisti preparati, competenti, simpatici, ironici e divertenti, come te!!
Grazie Gabriele, per tutto quello che fai per noi!!

Buongiorno, articolo molto interessante! Ho una domanda: a cosa è legata l’aspettativa di vita (in costante aumento)? Al solo progresso della medicina?

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