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Pseudobiblia: il Libro Rosso della Marca Occidentale

Dal punto di vista formale, estetico e di coerenza interna, per Tolkien le Storie e i linguaggi erano una cosa seria, per questo passò tutta la sua vita a fornire una cornice verosimile ai racconti per infonderli di quella “intima consistenza della realtà” che potesse portare il lettore nel suo mondo secondario subcreato.

Il problema della “cornice letteraria” influenzò tutto il corpus mitologico tolkieniano, spesso obbligando Tolkien a lavorare “a ritroso” per far in modo che tutte le storie (scritte in un arco temporale molto vasto) si collegassero e avessero una loro unità e si creasse un filo ininterrotto di eventi che potessero spiegare come avvenimenti accaduti in un passato mitico fossero potuti arrivare fino a noi. 

C’è stato quindi un continuo tentativo (non sempre andato a buon fine) di unire i racconti della Terra di Mezzo tramite ulteriori storie avvenute in periodi storici reali e con protagonisti che in qualche modo venissero in possesso di materiale antico e che fungessero da testimoni o “redattori” finali. Lo stesso Tolkien, alla fine, è colui che eredita il tutto e scrive Lo Hobbit, il Signore degli anelli e tutte le storie che avrebbero dovuto appartenere al Silmarillion “traducendole” e adattandole all’inglese moderno e cercando di utilizzare nomi, stili, metriche e linguaggi diversi a seconda dei popoli che appartengono alla Terra di Mezzo.

Per esempio lo stesso termine “elfi” è una parola che Tolkien prende dal folklore reale del nostro mondo primario per fornire una definizione di quel popolo di cui narra le gesta e che appartiene a un’epoca immaginaria. Ma gli “elfi” non chiamavano sé stessi “elfi”. Loro sono gli “Eldar” e non parlavano certo in inglese, così come gli hobbit o i nani, che avevano ciascuno un linguaggio proprio, poi reso in inglese (con sfumature diverse, ad esempio la lingua dei Rohirrim ha suoni e parole dell’inglese antico, perchè gli stessi Rohirrim sono ricalcati sugli anglosassoni) sotto forma della cosiddetta “Lingua Corrente” o Ovestron (che a sua volta possiede una storia “interna” essendo in origine la lingua degli uomini di Nùmenor e dei regni di Arnor e Gondor). 

Un interessante e complesso esempio di questo ponte di connessione tra il mondo fantastico e quello reale, primario, è fornito dall’espediente letterario degli pseudobiblia che Tolkien utilizzò in maniera del tutto originale.

Gli esempi potrebbero essere numerosi: dal Don Chisciotte di Cervantes ai Promessi Sposi di Manzoni a Il nome della rosa di Eco, ma si trova traccia di pseudobiblia anche in opere molto antiche, fino ad arrivare agli scritti di Lovecraft (il famoso Necronomicon spesso citato, tanto da far credere che esistesse veramente). La Storia Infinita di Ende è essa stessa un libro inventato così come la Guida Galattica per autostoppisti di Adams per citarne un paio più recenti.

L’espediente meta-narrativo più utilizzato è quello del “manoscritto ritrovato”, l’idea di un’opera giunta in qualche maniera all’autore, il quale la scopre e magari la traduce per rivelare ai suoi lettori la storia retrostante, inserendola nella sua più ampia narrazione.

È questo l’uso che Tolkien fa del suo pseudobiblion personale: Il Libro Rosso della Marca Occidentale (LR).

Non è una storia semplice da raccontare quella del LR perchè intreccia la vita reale dell’autore, i problemi editoriali che ha incontrato durante il complesso processo di composizione e pubblicazione dei suoi romanzi e la narrazione “interna” al libro, cioè la storia descritta nel mondo secondario, quello della Terra di Mezzo.

La nostra vicenda ha inizio nel 1937 del mondo reale, quando Tolkien pubblicò il romanzo Lo Hobbit. L’opera ebbe un enorme successo editoriale e fu a questo punto che Tolkien decise di scriverne un ideale seguito ponendosi anche il problema di inserire questa storia per ragazzi all’interno della ben più ampia architettura di miti e racconti scritti in modo discontinuo (e incompiuti) già a partire dai primi anni del Novecento e che poi prenderà il nome di “Silmarillion”.

Venne così alla luce il Signore degli Anelli tra il 1954 e il 1955: l’episodio secondario del ritrovamento di un anello magico vinto onestamente da Bilbo Baggins in una gara di indovinelli con la strana, ma non pericolosa creatura Gollum nel quinto capitolo de Lo Hobbit divenne invece l’argomento centrale del nuovo romanzo. L’anello si rivelò l’Unico Anello, uno strumento malefico in cui Sauron, il signore oscuro, ha riversato la sua potenza e che desidera ritrovare per dominare e soggiogare il mondo libero.

Questo significò riscrivere in parte il capitolo 5 de Lo Hobbit, inserendolo nella seconda edizione del 1951, per renderlo coerente con la nuova vicenda. Qui Gollum diventa un personaggio ben più perverso e pericoloso a cui Bilbo sottrae l’Anello con l’inganno, perchè probabilmente già irretito dal suo potere.

Ma come giustificare le difformità tra prima e seconda edizione? Ecco che salta fuori l’idea del manoscritto ritrovato. In una nota prima del primo capitolo della nuova edizione Tolkien così scrive:

«La questione del capitolo cinque è invece più importante, poiché esso contiene la storia vera della Gara di Indovinelli come fu in seguito rivelata da Bilbo a Gandalf dopo numerose pressioni da parte di quest’ultimo. Questa versione, che corrisponde a quella del Libro Rosso, sostituisce la storia che Bilbo raccontò ai suoi amici e riportò nel suo diario»

Perciò Bilbo all’inizio (Capitolo 5, prima edizione) disse una bugia ai suoi compagni di avventura e questa bugia la riportò anche nel suo diario, ma poi successivamente venne convinto a dire la verità (Capitolo 5, seconda edizione) e questa versione è quella che appare finalmente nel Libro Rosso.

Questa nota fu rimaneggiata nelle edizioni successive e in quella del 1966 (Terza ed. Inglese) fu sostituita da un testo molto differente in cui il LR non è citato (Vedi oltre).

Dal punto di vista del lettore e della strutturazione del mondo secondario è esattamente con la nuova versione del capitolo 5 che si viene ad apprendere che la storia de Lo Hobbit non è una semplice storia inventata, ma arriva a noi sulla base di un manoscritto ritrovato, scritto in origine da Bilbo stesso.

Addirittura apprendiamo che gli scritti sono due (le note personali di Bilbo e il LR con la vera versione dei fatti).

Arriviamo quindi all’uscita del Signore degli Anelli nel 1954. Il LR è citato più volte (nella premessa1 e nel prologo in due punti diversi2, nel terzo volume dell’opera: il Ritorno del Re e poi nella appendice A).

Qui lo pseudobiblion si arricchisce e diventa sempre più carico di storie e riferimenti fino a inglobare non solo quello che noi conosciamo come il romanzo Lo Hobbit, ma anche il Signore degli Anelli stesso e molto altro, in gioco di edizioni e passaggi di mano significativi.

Verso la fine del romanzo, il LR entra nella storia direttamente: è il diario di Bilbo e delle sue avventure, poi lasciato concludere a Frodo che a sua volta lo passerà a Sam:

“Nel corso dei due giorni seguenti Frodo passò in rassegna tutti i suoi scritti e documenti con l’aiuto di Sam, e gli affidò le chiavi. C’era un grosso libro rilegato in pelle rossa; ormai le lunghe pagine erano quasi tutte piene. All’inizio molti fogli erano coperti dalla calligrafia di Bilbo, sottile e erratica; ma la maggior parte era redatta nel corsivo fluente e fermo di Frodo. Era diviso in capitoli ma il Capitolo 80 era incompleto e, dopo, c’era qualche pagina bianca. Il frontespizio riportava molti titoli, cancellati uno dopo l’altro, così:

Il Mio Diario. Il Mio Viaggio Inaspettato. Andata e Ritorno. E Ciò che Accadde dopo.

Avventure di Cinque Hobbit. La Storia del Grande Anello, compilata da Bilbo Baggins in base alle sue osservazioni e alle relazioni degli amici. Che cosa abbiamo fatto nella Guerra dell’Anello.

Qui finiva la calligrafia di Bilbo, e Frodo aveva scritto:

LA CADUTA

DEL

SIGNORE DEGLI ANELLI

E IL

RITORNO DEL RE

(visti dalla Gente Piccola; o memorie di Bilbo e Frodo della Contea, integrate dalle relazioni degli amici e dalla dottrina dei Saggi.)

Con l’aggiunta di estratti dai Libri della Tradizione tradotti da Bilbo in Valforra.”

Nonostante tutto ciò appaia già abbastanza complicato, la storia non finisce qui: c’erano ancora alcune incongruenze che infastidivano Tolkien e che riguardavano il “meccanismo del racconto”. Nella premessa alla prima edizione infatti troviamo questioni personali, “esterne” alla storia e relative al mondo reale che rendono tutto poco fluido e un po’ fumoso secondo il pignolo professore.

Dobbiamo quindi aspettare l’uscita della Seconda Edizione del Signore degli Anelli (1965) per vedere tutti quei fili pendenti annodarsi tra loro (per dirla alla maniera del Tenente Colombo) in un disegno finale coerente, completo e decisamente complesso.

Una nuova premessa sostituì la precedente e la parte delle appendici fu rielaborata e spostata nel prologo in una sezione chiamata “Nota sulla documentazione della Contea”3. Solo i due riferimenti presenti nel prologo rimasero inalterati.

La Nota sopracitata rappresenta uno straordinario esempio della cosiddetta “critica testuale” o ecdotica (una branca della filologia comprendente l’attività di ricerca e studio finalizzata a ricostruire l’integrità di un testo riportandolo il più vicino possibile alla sua forma originaria) che Tolkien, come filologo ben conosceva.

Da questa descrizione apprendiamo tutto l’albero genealogico del LR, di cui è addirittura possibile tracciare uno schema grafico (stemma codicum, vedi immagine).

*La Storia del Libro Rosso della Marca Occidentale*

Il libro è “rosso” a causa del colore della rilegatura (ciò è coerente con numerosi manoscritti medievali realmente esistiti) e la posizione geografica rimanda al luogo in cui vive la famiglia hobbit che ha ereditato il documento, i Bellinfante, custodi dei confini occidentali della Contea.

Detto questo proviamo a ricostruirne la storia definitiva.

Tutto il materiale che arriva fittiziamente nelle mani di Tolkien ha la sua origine in Bilbo Baggins.

La prima versione del LR contiene le sue avventure (ω1) e viene composto in parte nella Contea, in parte a Valforra. È qui che il libro si arricchisce di altri 3 volumi: Le Traduzioni dall’Elfico (ω2).

Al termine della Guerra dell’Anello e con la caduta di Sauron, Frodo riceve il LR in dono e assieme a Sam inserisce un quinto volume che narra le loro avventure, la distruzione dell’Unico e il ritorno del Re.

Ma non si limitano a questo, infatti modificano anche il primo volume inserendo varie note e soprattutto la vera versione del ritrovamento dell’Anello da parte di Bilbo (ω3).

Dopo la partenza di Frodo dai Grigi Approdi, il testo passa da Sam alla sua famiglia (dirigendosi a Sottotorri nella Marca Occidentale) e lentamente se ne perde memoria, sebbene ne vengano prodotte copie (α) parziali contenenti soprattutto il primo libro, quello che interessava maggiormente il popolo degli hobbit. Una di queste copie è il Libro Rosso di Bilbo (senza note, LRBil) che prenderà la via della prima edizione de Lo Hobbit del 1937 (LH1937), la quale non contiene riferimenti a eventuali seguiti e descrive il ritrovamento dell’anello per come lo raccontò inizialmente lo stesso Bilbo, mentendo.

Se questa linea fosse rimasta l’unica, avremmo avuto solo una visione parziale della Storia della Terra di Mezzo. Fortunatamente Peregrino Took fece una copia dei 5 volumi (commissionata da Re Aragorn) prima che questi lasciassero la Contea per Sottotorri.

Pippin consegna al re la copia nell’anno 64 della quarta era. A Gondor è conosciuta come Il Libro del Conte (LC1) e qui acquisisce ulteriori contributi (φ) tra cui la biografia di Aragorn (scritta da Barahir, nipote di Faramir) e la caduta di Nùmenor. Questa nuova versione (LC2) contiene quindi i materiali che si ritroveranno in appendice A nel libro moderno.

Nell’anno 172 della quarta era, una copia del LR (che prende il nome da Findegil lo scrivano del re che ne curò l’edizione, LRFin) arrivò/tornò nella Contea su richiesta del pronipote di Peregrino.

Qui abbiamo addirittura una nota del copista (che richiama le vere sottoscrizioni presenti nei codici medievali, come nelle Metamorfosi di Apuleio) che certifica la data precisa:

«Findegil, Scrittore del Re, conclude il suo lavoro nell’anno 172 della Quarta Era. È la copia dettagliata e precisa del Libro del Conte che si trova a Minas Tirith. E questo a sua volta è la copia fatta su richiesta del Re Elessar, del Libro Rosso di Periannath. Quest’ultimo era stato portato al Re dal Conte Peregrino nel 64 della Quarta Era (anno del suo ritorno a Gondor)»

Dalla copia di Findegil “derivano” infine tutte le opere di Tolkien:

1. Dal primo volume della copia di Findegil vengono tradotti la seconda edizione de Lo Hobbit (LH1951) e il Signore degli Anelli (SdA).

2. Dal quinto volume, contenente i vari materiali sparsi e le aggiunte effettuate a Gondor, arrivano le appendici (SdAapp) che contengono anche estratti dalle opere di Meriadoc (Erbario della Contea; Computo degli Anni; Parole e Nomi Antichi della Contea) forse giunti anch’essi a Minas Tirith con la copia del 64 QE.

3. Dalle tre Traduzioni dall’Elfico segue probabilmente il mai realmente compiuto Silmarillion (IS) che ottenne comunque in questo modo una cornice e una origine immaginata, ancor prima di vedere la luce.

Di quest’ultimo punto Tolkien non ci ha lasciato certezze, ma pare difficile pensare che non desiderasse far derivare Il Silmarillion dal LR.

La struttura di quest’opera a cui Tolkien lavorò per tutta la vita, possiede tre pilastri principali (le storie di Beren e Luthien, I Figli di Hurin e La Caduta di Gondolin), come tre solo le Traduzioni di Bilbo.

Inoltre egli scrisse questi volumi a Valforra, l’ultimo e unico luogo sulla terra dove ancora era possibile studiare gli accadimenti dei Tempi Antichi.

Il cerchio si chiude e tutto appare coerente: le storie sfumano nel mito e alla fine vengono ritrovate per essere nuovamente narrate.

Note:

1«Questo racconto […] è per la gran parte tratto dalle memorie dei rinomati hobbit Bilbo e Frodo, come sono preservate nel Libro Rosso della Marca Occidentale. Questo sommo monumento della tradizione hobbit è così chiamato perché venne compilato, ripetutamente copiato, e arricchito e tramandato nella famiglia Bellinfante della Marca Occidentale, discesa da mastro Samplicio, di cui questo racconto ha molto da dire. Io ho integrato il resoconto del Libro Rosso, in alcuni punti, con informazioni tratte dai documenti sopravvissuti di Gondor, principalmente il Libro dei Re; ma in generale, pur avendo tralasciato molto materiale, in questo racconto ho seguito le autentiche parole e la narrazione del mio originale con maggior scrupolo che nella precedente sezione dal Libro Rosso, Lo Hobbit. Quell’opera è stata tratta dai primi capitoli, originariamente composti da Bilbo in persona. Se ‘composti’ è la parola adatta. Bilbo non era un narratore diligente, né ordinato, e il suo resoconto è involuto e divagante, e talvolta confuso: difetti che ancora compaiono nel Libro Rosso, dal momento che i copisti furono rispettosi e attenti e alterarono davvero poco»

 2«Questo libro tratta in larga parte di hobbit […]. Altre notizie si possono trovare anche nella scelta dal Libro Rosso della Marca Occidentale già pubblicata con il titolo di Lo Hobbit. Quella storia è ricavata dai primi capitoli del Libro Rosso, composti da Bilbo in persona, il primo hobbit a diventare celebre nel resto del mondo»

«Questa la versione riportata nelle memorie da Bilbo, che non sembra averla più modificata […]. Chiaramente compare ancora nel Libro Rosso originale, come in varie copie ed estratti. Molte copie però contengono la versione reale (come alternativa), ricavata senza dubbio dagli appunti di Frodo o Samplicio, i quali, pur essendo a conoscenza della verità, dovevano esser restii a cancellare alcunché scritto di suo pugno dal vecchio hobbit in persona»

3 «Alla fine della Terza Era il ruolo svolto dagli hobbit nei grandi eventi che portarono all’annessione della Contea al Regno Riunito destò tra di loro un interesse più diffuso per la propria storia; e molte delle tradizioni, fino a quel momento tramandate soprattutto in forma orale, vennero raccolte e messe per iscritto. […] Questa nostra versione della fine della Terza Era è per la maggior parte ricavata dal Libro Rosso della Marca Occidentale. Questa fonte importantissima per la storia della Guerra dell’Anello era così chiamata perché a lungo conservata a Sottorri, residenza dei Bellinfante, Custodi della Marca Occidentale. In origine si trattava del diario personale di Bilbo, da lui portato con sé a Valforra. Frodo lo riportò nella Contea insieme a una massa di appunti sparsi e tra il C.C. 1420 e il C.C. 1421 lo riempì quasi per intero con la sua descrizione della Guerra. Ma annessi a quello e con quello conservati, probabilmente in un unico cofanetto rosso, c’erano tre grossi volumi rilegati in pelle rossa che Bilbo gli aveva dato come dono d’addio. Nella Marca Occidentale ai quattro volumi ne aggiunsero un quinto contenente commenti, genealogie e materiali vari sugli hobbit membri della Compagnia. L’originale del Libro Rosso non ci è pervenuto, ma ne fecero numerose copie, soprattutto del primo volume, a uso dei discendenti dei figli di Mastro Samplicio. La copia più importante, tuttavia, ha una storia diversa. Era conservata ai Grandi Smial, ma fu scritta a Gondor, probabilmente su richiesta del pronipote di Peregrino, e portata a termine nel C.C. 1592 (172 della Quarta Era). Lo scriba del sud aggiunse questa nota: Findegil, Scrittore del Re, finì questo lavoro nel 172 della Quarta Era. È la copia esatta fin nei minimi particolari del Libro del Conte a Minas Tirith. Quel libro era una copia, fatta su richiesta del Re Elessar, del Libro Rosso dei Periannath, e glielo portò il Conte Peregrino quando si ritirò a Gondor nel 64 della Quarta Era. Il Libro del Conte fu perciò la prima copia del Libro Rosso e conteneva molto che in seguito venne omesso o andò perduto. A Minas Tirith non mancarono di aggiungere chiose e postille e molte correzioni, specie di nomi, parole e citazioni dalle lingue elfiche; e vi aggiunsero una versione abbreviata di quelle parti del Racconto di Aragorn e Arwen che non rientrano nel resoconto della Guerra. La versione integrale dovrebbe averla scritta Barahir, nipote del Castaldo Faramir, qualche tempo dopo il decesso del Re. Ma l’importanza della copia di Findegil sta principalmente nel fatto che è la sola a contenere per intero le Traduzioni dall’Elfico di Bilbo. I tre volumi si rivelarono un’opera di grande perizia e dottrina da parte dell’autore che, tra il 1403 e il 1418, aveva utilizzato tutte le fonti reperibili a Valforra, vuoi scritte vuoi raccolte dalla viva voce. Ma siccome Frodo ne fece scarso uso, in quanto trattavano quasi esclusivamente dei Giorni Antichi, in questa sede non ne parleremo più. Con Meriadoc e Peregrino a capo dei loro grandi casati, che al tempo stesso mantenevano i rapporti con Rohan e Gondor, le biblioteche di Borgodaino e di Borgo Tuck avevano raccolto tante cose non reperibili nel Libro Rosso. A Palazzo Brandy erano presenti molte opere che parlavano di Eriador e della storia di Rohan. Alcune composte o avviate dallo stesso Meriadoc, anche se nella Contea lo ricordavano soprattutto per l’Erbario della Contea e il Computo degli Anni, dove metteva a confronto i calendari della Contea e di Bree con quelli di Valforra, Gondor e Rohan. Scrisse inoltre un breve trattato su Parole e Nomi Antichi della Contea […]. Ai Grandi Smial i libri, pur essendo più importanti sul piano della storia in senso lato, presentavano meno interesse per la popolazione della Contea. Peregrino non ne aveva scritto neanche uno, ma lui e i suoi successori avevano raccolto molti manoscritti redatti da scribi di Gondor: per lo più copie o compendi di storie o leggende relative a Elendil e ai suoi eredi. Solo qui nella Contea si potevano trovare materiali esaurienti per la storia di Númenor e l’ascesa di Sauron. E probabilmente fu ai Grandi Smial che misero insieme, grazie al materiale raccolto da Meriadoc, La Cronaca degli Anni […]» 

La gran parte delle informazioni contenute in questo post e lo stemma codicum sono tratte da qui: https://www.classicocontemporaneo.eu/PDF/506.pdf

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Di Dott. Gabriele Bernardini

Biologo, nutrizionista, toscano

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