Arwen è forse colei che più incarna la figura di Cristo nel romanzo. A differenza di altri personaggi della storia, lei, accettando di rimanere accanto al marito, rinuncia davvero a tutto.
Rinuncia alla sua “divinità”, alla sua immortalità di elfo, alla possibilità di partire per l’Ovest accanto ai suoi simili e a suo padre Elrond, che tanto ama.
Fa una scelta totale e decide di morire, di prendere su di sé il destino degli uomini e rimanere sola, con la speranza senza garanzia che la morte, il dono di Dio agli uomini, si riveli davvero tale e che oltre il mondo possa rivedere il suo Re.
Non è un caso che questo personaggio sia una donna perchè Tolkien aveva visto il sacrificio della madre, abbandonata dalla famiglia per avere abbracciato la religione cattolica, povera, sola e dedita ai suoi figli fino alla morte, avvenuta quando il giovane Ronald aveva appena 12 anni.
Ulisse rinuncia a Calypso e Circe per tornare da Penelope con le sue rughe, ma qui la rappresentazione è opposta, come se Calypso si spogliasse della divinità per rimanere con Ulisse.
Per me il momento più bello dell’amore tra i due è l’attimo della morte di Aragorn.
Arwen lo vede morire, lei che sarà più longeva e dovrà vivere ancora a lungo, sola, in un mondo al suo crepuscolo, e ha un momento di disperazione, ma lui le chiede di avere speranza.
E’ proprio allora che Arwen grida il nome di Aragorn in elfico.
Grida “Estel!” che significa appunto…Speranza.
Nel momento in cui perdiamo ciò che amiamo di più, gridiamo la speranza di rivederlo.
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Questo è l’ultimo splendido dialogo tra i due:
“Ma Arwen scelse di divenire mortale; eppure il destino non volle che morisse prima di aver perduto tutto ciò che le era appartenuto.
«Visse come Regina di Elfi e di Uomini per centovent’anni in grande gloria e felicità con Aragorn; ma egli un giorno sentì avvicinarsi la vecchiaia e comprese che i giorni della sua vita stavano per finire, per quanto lunghi fossero stati. Allora Aragorn disse ad Arwen:
«”Ormai, Dama Stella del Vespro, la più splendida di questo mondo e la più amata, il mio mondo sta svanendo. Abbiamo raccolto, abbiamo speso, e ora si avvicina il momento di pagare”.
«Arwen comprese ciò che voleva dire, e lo prevedeva da tempo; tuttavia, fu sconvolta dal dolore. “Vuoi dunque, sire, lasciare prima del tempo la tua gente che vive per la tua parola?”, ella disse.
«”Non prima del tempo”, egli rispose. “Se non vado adesso, sarò presto costretto a partire per forza. Eldarion nostro figlio è pienamente maturo per divenire re”.
«Aragorn si recò nella Casa dei Re in fondo alla Via Silente, e si distese sul lungo letto che era stato preparato per lui. Disse addio a Eldarion e gli porse la corona alata di Gondor e lo scettro di Arnor; poi tutti lo lasciarono, all’infuori di Arwen, la quale rimase in piedi, sola, accanto al letto. E, malgrado la sua saggezza e il suo lignaggio, ella non seppe trattenersi dal pregarlo di rimanere ancora per qualche tempo. Non era ancora stanca dei suoi giorni, e sentì l’amaro sapore della mortalità che aveva scelta.
«”Dama Undómiel”, disse Aragorn, “dura è invero l’ora, eppure fu decisa nel momento in cui ci incontrammo sotto le bianche betulle nel giardino di Elrond, ove nessuno più passeggia. E sul colle di Cerin Amroth, quando abbandonammo sia l’Ombra che il Crepuscolo, accettammo il nostro destino. Rifletti, mia adorata, e domandati se preferiresti vedermi appassire e cadere dal mio alto trono, impotente e irragionevole. No, mia dama, io sono l’ultimo dei Numenoreani e l’ultimo Re dei Tempi Remoti; a me fu data non soltanto una vita tre volte più lunga di quella degli Uomini della Terra di Mezzo, ma anche la grazia di partire volontariamente, restituendo il dono ricevuto. Ora, quindi, dormirò.
«”Non ti dirò parole di conforto, perché per simili dolori non vi è conforto entro i confini del mondo.
Ti attende un’ultima scelta: pentirti e recarti ai Rifugi, portando con te all’Ovest il ricordo dei giorni trascorsi insieme, un ricordo sempre verde, ma pur sempre soltanto un ricordo; o, altrimenti, attendere la Sorte degli Uomini».
«No, mio amato sire», ella rispose, «quella scelta è stata fatta ormai da molto tempo. Non vi sono più navi che mi porteranno sin là, e devo attendere la Sorte degli Uomini, volente o nolente: la perdita e il silenzio.
Ma voglio dirti, Re dei Numenoreani, che sinora non avevo compreso la storia della tua gente e la loro caduta. Li deridevo come se fossero stupidi e cattivi, ma ora finalmente li compiango.
Perché se questo è, in verità, il dono dell’Uno agli Uomini, è assai amaro da ricevere».
«Così sembra», egli disse. «Ma non lasciamoci sopraffare dalla prova finale, noi che anticamente rinunciammo all’Ombra e all’Anello. In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione.
Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Addio!».
“Estel, Estel!”, ella gridò, e mentre gli prendeva la mano e la baciava egli si addormentò. Allora in lui si rivelò una grande bellezza, e tutti coloro che vennero a guardarlo l’osservarono con meraviglia, perché videro che la grazia della sua gioventù, il coraggio della virilità e la saggezza e maestà della vecchiaia erano fusi in uno. Egli giacque a lungo là, immagine dello splendore dei Re degli Uomini immersa nella gloria raggiante precedente al crollo del mondo.
«Arwen partì, e la luce dei suoi occhi era spenta; al suo popolo parve che ella fosse diventata fredda e grigia come la notte d’inverno senza una stella. Disse addio a Eldarion, alle sue figlie e a tutti coloro che aveva amato, e lasciò la città di Minas Tirith; si recò nella terra di Lórien, e vi dimorò sola sotto gli alberi pallidi fino al giungere dell’inverno. Galadriel era partita, e anche Celeborn se n’era andato, e tutto era silenzio.
«Alla fine, mentre cadevano le foglie dei mallorn e la primavera era ancora lontana, ella si distese sul Cerin Amroth; e quella sarà la sua verde tomba finché il mondo cambierà, e i giorni della sua vita saranno del tutto obliati dagli uomini che nasceranno, e l’elanor e il niphredil non fioriranno più a est del Mare.
«Qui finisce questa storia, giunta a noi dal Sud; e dopo la scomparsa di Stella del Vespro questo libro non narra più nulla dei tempi passati».”