Non ci sono prove solide che esista una “dipendenza da zuccheri” (o grassi o sale) riconosciuta ufficialmente come quella da droghe o alcol.
Nella “bibbia” delle malattie mentali, il DSM-5 non è riconosciuta nessuna “sugar addiction”.
Alcuni meccanismi cerebrali assomigliano a quelli legati ad altre sostanze, ma siamo totalmente in un altro mondo.
È vero che lo zucchero stimola il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens, un’area del cervello legata al piacere e alla ricompensa.
Questo è simile a quanto accade con sostanze come nicotina, alcol o cocaina, ma l’intensità è *molto* inferiore.
Studi su ratti hanno mostrato che un consumo intermittente di zucchero può causare comportamenti simili alla dipendenza: desiderio compulsivo, astinenza e tolleranza.
Tuttavia, questi comportamenti compaiono solo in condizioni artificiali, come digiuni prolungati seguiti da accesso libero allo zucchero (condizioni che favoriscono il binge).
Negli esseri umani le prove sono nulle o quasi. Alcune persone riferiscono una forte attrazione o compulsione verso cibi dolci o ipercalorici, ma raramente sviluppano sintomi classici di dipendenza (come quelli osservati con sostanze).
NON c’è vera astinenza (nessun sintomo FISICO come per l’alcol ad esempio) e tolleranza (cioè la compulsione a cercare una “dose” sempre più alta)
Si parla piuttosto di “alimentazione compulsiva” o “iper-reattività a stimoli alimentari”, che può ricordare una dipendenza ma ha basi e conseguenze diverse.
Allora perché “ci sentiamo dipendenti”?
Intanto perchè ce lo raccontano e noi desideriamo smodatamente essere deresposabilizzati pensando che il problema sia “fuori da noi”.
Poi perché cibi ricchi di zuccheri e grassi (merendine, snack, gelati…) sono progettati per essere iper-palatabili e generare piacere rapido e noi non siamo educati a frenarci.
Perché spesso associamo questi cibi a comfort emotivo (stress, tristezza, noia).
Perché la restrizione cognitiva (dieta rigida) può paradossalmente aumentare il desiderio e il “binge”.
La soluzione non è la “demonizzazione” dello zucchero, ma una relazione equilibrata con il cibo, che eviti oscillazioni tra eccessi e restrizioni.
pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5174153/#Sec24
