One world is enough for all of us (?)

N.B. Articolo molto lungo e in divenire

Foreste e praterie e piante di ogni tipo. Era questa la nostra Terra in passato.

Non serve andare troppo indietro nel tempo: 2000 anni fa solo 243 milioni di ettari erano adibiti a pascolo (una superficie equivalente a quella della attuale Algeria). Oggi sono 3 miliardi (più del doppio della superficie dell’Antartide). Solo 197 milioni di ettari erano coltivati (circa l’equivalente del Messico). Oggi 1,6 miliardi (poco meno dell’estensione della Russia).

fonte: http://themasites.pbl.nl/tridion/en/themasites/hyde/

Il Pianeta Blu è acqua per un buon 70%: oceani. Il resto è terra emersa (circa il 30%). Non tutta è abitabile e sfruttabile dall’uomo: ci sono deserti, saline, zone rocciose, spiagge e dune. E poi c’è l’Antartide coi suoi ghiacciai. Tutti territori sterili che rappresentano il 30% delle terre sopra il livello del mare.

Nel restante 70% di questo 30% ci vive l’uomo o lo usa per i suoi scopi: sono 104 milioni di Km2 di cui la metà è destinata all’agricoltura: 52 milioni di Km2 sono coltivati e le foreste occupano solo il 37% delle terre abitabili, poi ci sono praterie e arbusti, le acque superficiali e infine un misero 1% sono gli spazi occupati dall’uomo: città, paesi, costruzioni, strade…Noi viviamo in uno spazio che è l’1% del 70%, del 30% del mondo, cioè sullo 0,2% delle terre emerse, ma ne utilizziamo circa il 10% per il nostro sostentamento.

Fonte: FAO

Di tutti gli spazi usati per l’agricoltura, il 77% è destinato a pascolo e a coltivazioni per nutrire gli animali che sfruttiamo per la loro carne, il latte, le uova. Soltanto il 23% è coltivato per il cibo vegetale che mangiamo direttamente noi.

C’è però una enorme discrepanza: gli animali ci regalano solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine sebbene occupino la stragrande maggioranza delle terre coltivate o destinate a pascolo. Il che significa che questa produzione è molto inefficiente.

Riducendo la fetta di terre usata per dare cibo animale e destinandola a produzione di vegetali, noi guadagneremmo più calorie e proteine per tutti, in particolare per la parte di mondo che più soffre la fame. E, come vedremo, questo sarebbe positivo anche per il pianeta, nonché per la salute di quella parte di mondo che abusa di calorie e prodotti animali. Ultimo, ma non ultimo, ciò comporterebbe la riduzione delle sofferenze di milioni di creature senzienti.

Qui vediamo l’efficienza energetica e proteica di alcuni prodotti animali, cioè quante calorie (o proteine) l’animale ci fornisce per ogni 100Kcal (o 100g di proteine) noi gli forniamo. Animali più grandi sono enormemente poco efficienti a differenza di quelli più piccoli che infatti hanno anche un minor impatto ambientale. Se io fornisco 100Kcal (o 100g di proteine) a una mucca, lei mi restituisce solo 2Kcal sotto forma di carne (e solo 3,8g di proteine). Il resto viene perduto.

fonte: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959378016302370?via%3Dihub#bib0330
fonte: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959378016302370?via%3Dihub#bib0330

Certo, gli animali “convertono” fonti proteiche vegetali di media o bassa qualità in fonti proteiche di alta qualità e forniscono alcuni micronutrienti come la vitamina B12 che non si può ottenere dalle piante, ma questi ostacoli sono facilmente aggirabili unendo proteine dei cereali con quelle dei legumi ed assumendo la Vit. B12 con integratori (che oggi si ottengono dai microrganismi). Infine c’è anche la nuova frontiera della carne coltivata in laboratorio (di cui parleremo).

Quanta terra per il cibo che mangiamo?

Questo è un grafico molto carino che mostra a quanto equivale in termini di superficie la produzione di cibo nel mondo nelle varie categorie.

Per esempio gli allevamenti e le colture per i mangimi occupano una superficie PARI a quella di America del nord, centro e del sud messe insieme (NON vuol dire che gli allevamento sono SOLO in questi luoghi ovviamente). La terra coltivata per il nostro sostentamento diretto (quindi meno quella per i mangimi animali) è pari alla superficie dell’Asia-Pacifico orientale, che si estende fino a sud fino alla Thailandia. E via così.

fonte: FAO

Andiamo avanti e vediamo quanto suolo è necessario in base alla diverse classi di alimenti, perchè lo spazio è importante: non abbiamo 2 Terre a disposizione, ma avremo molte più persone su questa nei prossimi decenni.

Carni rosse, formaggi, cioccolato (ebbene si) hanno necessità di suolo terribilmente più elevate per la loro produzione (a parità di peso, qui vediamo i metri quadri per fare un Kg di questi prodotti) rispetto a carni bianche, maiale, latte, pesce e via via tutti i prodotti vegetali che necessitano di superfici davvero minuscole.

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

Possiamo vedere la cosa da altri punti di vista, ma il risultato non cambia: i prodotti di origine animale sono sempre più dispendiosi in termini di sfruttamento del suolo. Ma diamo comunque una occhiata riportando i valori a 1000Kcal di alimento o a 100g di proteine (nota: il cioccolato qui sparisce perchè chiaramente 1000Kcal corrispondono a meno di un kg, sono circa 2 etti).

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987
fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

Bene, ma potremmo obiettare che queste sono solo medie. Che ci potrebbero essere grandi differenze, sopratutto nella produzione di carne, a seconda delle aziende più o meno virtuose. Ed è effettivamente così. C’è una grande variabilità per quel che riguarda l’uso del suolo e questo è legato al fatto che alcune realtà sono più efficienti di altre nel coltivare il mangime per gli animali: più il nutrimento è coltivato su terreni ad alta resa, meno suolo verrà usato e quindi la carne che ne deriva avrà, in totale, usato meno suolo.

Qui si vedono sempre i metri quadri che servono per avere 100g di proteine, ma distribuiti per “efficienza di produzione”.

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

I puntini bianchi sono le mediane di utilizzo di terreno. Sopratutto per bovini e ovini la variabilità è molto alta. Ma rimane un uso del suolo per 100g di proteine molto elevato rispetto agli alimenti vegetali e anche al pesce. La maggior parte delle proteine (vedi la prima parte della curva rossa in basso) viene da un uso poco impattante del suolo, ma moltissimo suolo è usato per avere poche proteine (lo “strascico” sottile rosso) e queste sono le proteine che arrivano dagli animali.

Aggiungiamo un altro punto di vista importante: se adottassimo una dieta vegetale, non solo risparmieremmo quel suolo su cui adesso stanno gli animali fisicamente, ma avremmo anche bisogno di MENO suolo per gli alimenti vegetali di cui potremmo nutrirci. Potrebbe sembrare strano: se ci sono meno alimenti animali, potremmo pensare di dover coltivare PIU’ cibi vegetali e quindi usare della terra per le coltivazioni che dovrebbero sopperire la mancanza della carne. Invece no.

In questo grafico la barra in alto è l’uso del suolo per la dieta media del mondo (nel 2010). Tre quarti se ne vanno per i pascoli, più il terreno usato per coltivare il mangime per gli animali (il che fa circa l’80% del suolo destinato alla produzione di cibo di derivazione animale). Il resto è il terreno usato per la “nostra” agricoltura.

Le altre barre mostrano diverse diete sempre più a base vegetale. Se riducessimo la carne e il cibo animale (partendo dalla abolizione dei ruminanti) si ridurrebbe la fetta “pascoli” e anche quella “mangime” che potrebbe essere convertita a uso umano. Una gran quantità di cereali, ma sopratutto di soia è “deviata” verso il nutrimento per gli animali. Se riducessimo i pascoli, si abbasserebbe tutta questa parte di terreno destinato a mangime e molto, ma non tutto, sarebbe convertito ad uso umano. Ecco perchè il suolo coltivato si ridurrebbe.

Una dieta vegana farebbe risparmiare più di 4 miliardi di ettari (il 75% del totale odierno) cioè una superficie come quella di Nord America e Brasile messe insieme. Ma è interessante notare che anche una dieta che comprenda ancora pollo, uova e pesce (molto mediterranea) darebbe praticamente lo stesso risultato e sarebbe più semplice e completa (in particolare per le popolazioni più povere e a rischio di malnutrizione).

fonte: https://v4tmqscnn2xpfqonnhlwhkqoue–science-sciencemag-org.translate.goog/content/360/6392/987

Quante emissioni di gas serra per il cibo che mangiamo?

Il settore food non è quello che produce la maggior parte dei gas responsabili del riscaldamento climatico. L’energia legata alle industrie, alla generazione di calore ed elettricità e ai trasporti in generale, rappresenta i due terzi delle emissioni, il 66%, ma comunque tutta la catena di produzione del cibo, che contribuisce per il 34%, rimane un tassello fondamentale su cui agire per ridurre l’impatto globale sul peggioramento del clima da qui agli anni futuri.

Gas serra sono prodotti dalle eruttazioni e flatulenze dei bovini (la cosiddetta “fermentazione enterica”), dalla gestione del letame e del pascolo, ma anche dai pescherecci e altri fattori connessi alla produzione di latticini e uova oltre che a quella di carne e pesce. Il tutto contribuisce per un 39% circa e sono emissioni legate unicamente alla produzione animale intra-aziendale a cui vanno sommate altre emissioni derivanti dalla produzione agricola diretta per uso umano e dal cambiamento d’uso del suolo: quando foreste vengono abbattute, savane bruciate, terre arate per far spazio a pascoli, a coltivazioni per mangimi e prodotti vegetali destinati all’uso umano, si creano ulteriori emissioni. C’è poi la (piccola) fetta legata ai trasporti del cibo, alla sua trasformazione, confezionamento e vendita. Tutti questi processi contribuiscono per un 18% e il trasporto solo per il 4,8%. A differenza di quanto si crede “mangiare locale” non aiuta così tanto, è molto più importante scegliere i cibi giusti. Infine c’è la parte post vendita legata in massima parte allo spreco di cibo che pesa per un buon 8,6% sulle emissioni.

fonte: https://www.nature.com/articles/s43016-021-00225-9

Se vogliamo dare un’occhiata alla catena di produzione per tipologia di cibo ci accorgiamo che anche qui i prodotti animali hanno l’impronta maggiore dal punto di vista della produzione di gas serra (che non sono solo anidride carbonica ma anche metano e protossido di azoto, ma che vengono tutti espressi come “Kg di CO2 equivalenti” per uniformare la metrica).

Nel dettaglio: al primo posto sempre e comunque le carni rosse e la produzione di formaggi. La catena di produzione di carne bovina produce 60Kg di CO2 equivalenti per ogni Kg di carne prodotta. Una parte importante è legata alla fermentazione enterica e ai processi aziendali, seguita dal cambiamento di uso del suolo (deforestazione per esempio). La porzione legata ai trasporti è piccolissima e influisce in modo minimo rispetto a tutto il resto e questo vale per tutte le produzioni di cibo, anche quelle vegetali.

La produzione di pollame e carne di maiale è significativamente meno impattante, il pesce coi suoi 3-5Kg per Kg di prodotto lo è ancor meno (quello selvaggio ha un impatto maggiore dovuto principalmente alle emissioni dei pescherecci). Singolare il confronto pesce-riso. Le due produzioni hanno conseguenze molto simili sull’ambiente a causa del fatto che il riso (con coltivazione sommersa) produce molto metano: il metano si forma in seguito al rilascio nel terreno di  zuccheri, amminoacidi e acidi organici dalle radici. Dato che l’ossigeno scarseggia sotto l’acqua, buona parte delle sostanze rilasciate viene trasformata in metano da alcuni microrganismi.

Ciononostante i prodotti vegetali (e direi anche il pesce) hanno emissioni 10-50 volte inferiori ai prodotti animali (i piselli producono 60 volte meno Kg di CO2 equivalenti per esempio). Il cioccolato è l’unico prodotto vegetale con enorme impatto. Lo zucchero di canna, nel suo piccolo, ha notevoli costi di trasporto.

Viceversa, la frutta secca spicca su tutto (ma purtroppo non in termini quantitativi) perché possiede addirittura un impatto negativo a causa del fatto che la sua produzione “ripopola” i suoli con nuovi alberi che catturano CO2 dalla atmosfera.

Questi dati mostrano che mangiare carni “locali” o che provengono dall’altra parte del mondo ha poca importanza se vogliamo ridurre il carico di emissioni di gas serra. E’ molto più importante NON mangiare prodotti animali.

Esempio: posto che per mangiarmi 1 Kg di carne bovina “emetto” 60Kg di gas serra, che differenza c’è tra comprarla dall’allevatore sotto casa mia rispetto a farla arrivare via nave dall’Argentina (che sta a circa 9000Km di distanza)?

I trasporti via mare “costano” circa 20g di CO2 equivalenti per chilometro per tonnellata di cibo (https://ourworldindata.org/food-transport-by-mode). Quindi per fare 9000Km una nave emette 0,18 Kg di gas serra per il mio Kg di carne (9000×20= cioè 1800000g di CO2 per tonnellata, cioè 180Kg per tonnellata, cioè 0,18Kg per Kg di carne). Questo è lo 0,3% dei 60Kg complessivi per la produzione di un Kg di carne.

Se vado a piedi a prendermi la carne dall’allevatore sotto casa (che quindi non trasporta niente per dare a me la carne) ho comunque impattato sull’ambiente con 59,82Kg di gas serra (60-0,18). Meglio non mangiare carne.

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

La maggioranza dei cibi (60%) viaggia su trasporti a bassa emissione (nave), ma ci sono alimenti (pochi) molto deperibili che prendono la via aerea e in questi casi la loro impronta ecologica è elevata, però rappresentano solo lo 0,16% del totale (https://dh3p7.app.goo.gl/M6Ly). Sono cibi come asparagi, fagiolini e bacche.

Finora abbiamo visto quanto impattano i cibi per Kg di prodotto, cioè per la massa consumata, ma come per l’uso del suolo possiamo vedere il costo in emissioni per 100g di proteine e per 1000Kcal.

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987
fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

Il medesimo discorso fatto per l’uso del suolo si può fare anche per le emissioni: produttori di cibo animale “virtuosi” hanno sempre e comunque un impatto maggiore rispetto a coloro che producono vegetali, anche quelli che lo fanno in modo meno efficiente.

Qui sotto l’impronta di carbonio per 100g di proteine. Per mangiare sostenibile bisogna mangiare meno carne (sopratutto bovina), perché anche mangiando quella più “sostenibile” si inquina sempre di più. il pesce è mediamente a più basso impatto (in particolare quello da acquacoltura ben condotta).

Le armi in mano ai consumatori sono solamente quelle di aumentare il consumo di prodotti vegetali se si vuole impattare meno sull’ambiente. I produttori invece hanno più ampia libertà di manovra. Il pianeta purtroppo non abbandonerà il consumo di carne nel breve termine, perchè per molti è una fonte di guadagno e molti ne hanno bisogno a livello nutrizionale (i paesi più poveri ovviamente, non quelli occidentali che hanno proteine addirittura in eccesso).

Pertanto migliori pratiche di lavorazione e di allevamento potrebbero forse migliorare l’emissione di gas serra che è fortemente sbilanciata verso queste produzioni poco efficienti (legate a carni bovine, ovine). Infatti se si guarda l’ultima riga rossa che rappresenta il totale della produzione proteica si nota che la grossa parte (75%) è apportata da alimenti a basso impatto, ma c’è una fetta piccola (25%) che inquina tantissimo producendo il 70% delle emissioni, più di TUTTE le missioni di gas serra da TUTTE le fonti della UE in un anno! (https://www.eea.europa.eu/data-and-maps) e su questa ci si deve concentrare in futuro.

https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

Se vogliamo infine guardare come una intera dieta (e non un singolo alimento soltanto) impatta sulle emissioni possiamo guardare questo grafico che considera la dieta media di un cittadino UE e quella dei vari paesi. L’83% delle emissioni proviene da carne, uova e latticini, mentre solo il 17% dagli altri alimenti.

fonte: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2211912418300361#f0025

Facciamo un ulteriore passo avanti. Fin qui abbiamo visto il costo in termini di emissioni di gas serra per i vari alimenti e quindi quante meno emissioni si produrrebbero limitando o abolendo sopratutto gli alimenti animali, ma c’è un ulteriore fattore nascosto che in genere gli studi non prendono in considerazione e cioè quello che viene chiamato “costo di opportunità”. Se continuiamo a produrre cibo animale in eccesso ci sarà una opportunità che non potremmo sfruttare (e quindi è un “costo”): quella di usare pascoli e terreni per fare ricrescere alberi e foreste (perdute non solo nel nostro tempo, ma nei millenni precedenti) che potrebbero così sequestrare anidride carbonica dalla atmosfera immagazzinando carbonio (sarebbero “emissioni negative”). Inoltre vengono a mancare anche spazi che potrebbero essere rimessi a disposizione per aumentare la biodiversità.

Ecco un grafico che fa capire quante emissioni i vari cibi, in diversi paesi, producono (in blu) e quante ne producono a causa del mancato riutilizzo di pascoli e coltivazioni per ripopolare le foreste, il tutto espresso in Kg di CO2 equivalenti per Kg di prodotto. Ovviamente gli alimenti animali hanno costi maggiori rispetto ai vegetali, ma quelli prodotti in zone come l’Argentina che utilizza enormi pascoli e allevamenti poco intensivi potrebbero fornire un grandissima parte di suolo da recuperare e quindi il loro costo di opportunità è ancora più grande di altre nazioni.

fonte: https://link.springer.com/article/10.1007/s11367-012-0434-7

Il bello è che non servirebbe diventare tutti vegani (perchè come già detto non tutti possono permetterselo). Diete di stampo mediterraneo (con presenza di pesce e uova, ma non di manzo e latticini) sarebbero equiparabili a diete totalmente veg, come si vede dal grafico sotto che mostra quante emissioni si potrebbero “recuperare” ogni anno a seconda di varie e differenti diete. Insomma si arrivano alle stesse conclusioni viste per l’uso del suolo: diete più semplici per le popolazioni più povere e affamate.

Ovviamente questo potenziale sequestro di carbonio nelle nuove foreste che rincrescerebbero non sarebbe infinito; durerebbe molti decenni, ma poi si stabilizzerebbe perchè si arriverebbe a un limite di recupero per le piante ricresciute. Quanto potremmo guadagnare da qui al 2050 in funzione di diverse ipotetiche diete?

Lo vediamo qui analizzando una dieta vegana e una del tipo EAT-Lancet (la dieta mediterranea in pratica). Se tutti diventassimo vegani il guadagno legato all’abbandono dei campi per il mangime animale più quello per gli allevamenti sarebbe di 547 Gigatonnellate di CO2 equivalenti, altrimenti per una dieta meno complicata recupereremmo “solo” 332 Gigatonnelate. Siccome ogni anno ai ritmi attuali emettiamo 36 Gigatonnellate di CO2 da combustibili fossili, sarebbe come rispamiare 15anni considerando la dieta vegana e 9 anni per la dieta EAT-Lancet.

fonte: https://cutt.ly/lcX0oWy

Questi sarebbero ottimi risultati, ma cambierebbero la situazione mondiale dal punto di vista degli obiettivi che ci siamo dati?

Sappiamo che dovremmo contenere da qui al 2050 il rialzo termico dell’atmosfera entro 1,5°C (che è l’ipotesi di “minor danno” per l’ambiente). Per farlo abbiamo un budget di emissioni da non sforare. Meno emissioni (e/o più sequestro di gas serra riforestando, per esempio), più chance di rispettare gli obiettivi perchè il recupero di CO2 si sommerebbe al budget disponibile.

Abbiamo un budget di 440 Gigatonnelate di CO2 equivalenti per stare dentro 1,5°C di incremento. Se sforiamo ci tocca lavorare per contenere un incremento sempre più elevato (con danni ambientali e sociali ancora più grandi di quanto ne subiremo comunque, nella migliore delle ipotesi).

Se dal 2020 tutti fossimo diventati vegani, avremmo avuto un guadagno di budget di 547 Gigatonnelate di CO2, cioè il 125% del nostro budget. Se invece tutti avessimo seguito una dieta del tipo EAT-Lancet (mediterranea in pratica) avremmo guadagnato 332 Gigatonnelate di CO2, cioè il 75% del budget.

Tantissima roba (anche se aumentassimo il budget in minor misura lo sarebbe), ma…sufficiente?

In pratica 547 Gigatonnelate di CO2 sono 16 anni di emissioni legate alla combustione di combustibili fossili. Queste emissioni andrebbero abbattute da qui al 2050, quindi se agissimo SOLO sul cambio della produzione alimentare e sulle nostre diete SENZA cambiare anche il modo con cui produciamo energia e la consumiamo (tutto il settore industriale, i viaggi, le auto, la gestione demografica, ecc.) questo ci permetterebbe di guadagnare tempo, ma non risolverebbe il problema, lo sposterebbe soltanto di 16 anni. Non è poco, ma dobbiamo impegnarci di più.

fonte: https://www.nature.com/articles/s43247-020-00064-9

Quanta acqua per il cibo che mangiamo?

L’uso di acqua dolce è in costante crescita. L’acqua viene usata nelle industrie, in agricoltura e per usi municipali e domestici.

Man mano che la popolazione globale cresce abbiamo sempre più necessità di acqua e aumenta lo stress di approvvigionamento e la scarsità di acqua sono un problema comune (che paesi diversi sentono in modo differente). Lo stress idrico è la differenza tra l’acqua che è utilizzata e quella che può “tornare” in circolo (acqua rinnovabile).

fonte: http://www.igbp.net/globalchange/greatacceleration.4.1b8ae20512db692f2a680001630.html

L’acqua usata in agricoltura è definita come il prelievi di acque dolci che servono per allevamenti, irrigazione e acquacoltura. Il 70% dell’acqua è usato in agricoltura, ma il fabbisogno idrico varia in base al cibo considerato.

Il fabbisogno idrico per la carne per esempio comprende la somma dell’acqua che serve all’animale più quella usata per far crescere le colture di cui si nutre a cui si deve aggiungere l’acqua “persa” perchè inquinata (acque reflue).

Secondo lo stesso ragionamento seguito finora diamo una occhiata a quanta acqua dolce è necessaria per la produzione di un Kg di cibo, di 100g di proteine e di 1000Kcal.

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/98
fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987
fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

Eutrofizzazione

L’eutrofizzazione è l’inquinamento dovuto all’eccesso di nutrienti che finiscono negli ecosistemi. In particolare nitrati e fosfati che arrivano nelle acque dai sistemi di produzione agricola (fertilizzanti, detersivi, acque reflue, ecc). L’accumulo di questi nutrienti favorisce la crescita di microalghe che sottraggono ossigeno all’ambiente in un meccanismo a catena che provoca la morte di organismi acquatici. Il riscaldamento globale di per sè, scaldando le acque superficiali, riduce la solubilità dell’ossigeno, ma anche la produzione di cibo è legata a questo effetto.

Vediamo quali alimenti sono maggiormente coinvolti in questo processo. L’entità della eutrofizzazione è misurata in quantità equivalenti di fosfato.

fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987
fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987
fonte: https://science.sciencemag.org/content/360/6392/987

Interludio: la produzione di pesce e frutti di mare

La produzione di pesce si divide in due: il pesce allevato in acquacoltura (in vasche o in mare) e il pesce selvaggio pescato in mare aperto.

Attualmente circa l’70% del pesce pescato è sostenibile. C’è una fetta di pesca non biologicamente sostenibile (non omogenea, in alcuni mari la situazione è peggiore, come nel Mediterraneo), il che significa che peschiamo una parte di pesce più velocemente di quanto può riprodursi. Queste popolazioni ittiche sono quindi sovrasfruttate, ma il loro eccessivo sfruttamento viene dal passato: sono infatti popolazioni che abbiamo cominciato a pescare negli anni 70-80. Oggi, grazie all’acquacoltura, lo sfruttamento del pescato si sta riducendo come ha affermato la FAO nel 2020 (http://www.fao.org/news/story/it/item/1279575/icode/) in un suo rapporto (http://www.fao.org/3/ca9231en/CA9231EN.pdf): “Il pesce e i prodotti ittici sono considerati non solo tra gli alimenti più sani del pianeta, ma anche tra quelli con minor impatto sull’ambiente naturale”, ha detto il Direttore Generale della FAO QU Dongyu.

Rispetto a 50 anni fa il mondo ha visto un incremento pari a 4 volte della produzione di pescato, non solo perchè siamo di più (il doppio rispetto agli anni 60-70), ma perchè ognuno di noi ne mangia di più (quasi il doppio in media, mentre in Italia si è passati addirittura dai 12Kg annui pro capite del 1961 ai quasi 30Kg del 2017: https://dh3p7.app.goo.gl/JXTx). Se questo è un bene per la salute, ha comunque prodotto una certa quota di pesca insostenibile come abbiamo visto.

Però l’innovazione della acquacoltura ha contribuito a migliorare la situazione. Infatti dagli anni 90 le catture in mare aperto non sono aumentate, mentre la piscicoltura ha fatto un balzo rapido e ha superato la pesca in mare. Dato che la domanda di pesce continua a crescere l’allevamento contribuirà a tenere sotto controllo e a proteggere le specie selvatiche da qui in avanti (https://www.agi.it/economia/news/2020-06-08/buona-notizia-pianeta-pesca-sostenibile-rapporto-fao-8846687/).

fonte: http://data.worldbank.org/data-catalog/world-development-indicators

Per quanto riguarda l’impatto dei prodotti della pesca su tutta la filiera produttiva, abbiamo già visto che per le emissioni di gas serra ci poniamo a un livello pari a circa 5Kg e 3 Kg di CO2 equivalenti per Kg di pesce, rispettivamente per il pesce allevato e per quello selvatico. Questi valori sono 12 e 20 volte inferiori a quelli dei bovini da carne (60Kg) e sono simili a quelli dell’olio di oliva, dello zucchero di canna o del riso…

Le emissioni relative al pescato sono sopratutto legate a quelle dei pescherecci. Per quanto riguarda l’uso del suolo, questo è legato al pesce allevato ed è minimo (addirittura pesci che si nutrono di sedimenti, come il pangasio, possono migliorare la situazione). Anche qui molto dipende dalle zone del mondo a cui ci riferiamo ovviamente ed esistono luoghi dove l’impatto sulle coste è importante, ma nel complesso la situazione è abbastanza confortante.

Secondo questo lavoro: https://www.pnas.org/content/115/20/5295 spostare l’alimentazione verso un maggior consumo di pesce (a discapito della carne) farebbe guadagnare una superficie più che doppia di quella dell’India. Uno dei coautori conclude che : “Tutto quel che si mangia ha un impatto ambientale, e sappiamo come cambiare dieta sia difficileSperiamo che la consapevolezza di quanta terra possa essere risparmiata con una dieta ricca di pesce, possa aiutare le persone ad intraprendere il cambiamento e, analogamente, che i nostri risultati mettano più ‘lische’ nelle argomentazioni dei politici per conseguire cambiamenti più sistemici” (https://www.regionieambiente.it/acquacoltura-risparmio-di-suolo/)

Tutto ciò che facciamo ha conseguenze per l’ambiente. Anche noi inquiniamo e il nostro numero su questa terra è la causa principale del riscaldamento globale, ma le cose non possono essere viste in modo “tutto o nulla”: per l’ambiente la cosa enormemente più importante (per quanto riguarda il cibo) è ridurre (meglio eliminare) il consumo di carni da ruminanti (e volendo anche carni di maiale e pollo, ma non in modo così stringente) e latticini. Il consumo di pesce è invece da portare ad un livello che è in linea con le raccomandazioni, cioè circa 450g a settimana (3 porzioni) preferendo l’allevato in mare quando possibile, ma ricordando che qualsiasi sia la scelta è molto più importante eliminare la carne che scegliere pesci, anche quelli meno sostenibili.

Qui una guida del WWF che entra maggiormente nel dettagli con consigli per una scelta più sostenibile: http://pescesostenibile.wwf.it/wwf-recommendations/

Focus sulla soia e sull’olio di palma

(in costruzione)

Riferimenti:

https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/

https://ourworldindata.org/environmental-impacts-of-food#

https://toaaqvygnca372yvvun7kuqr2m–ourworldindata-org.translate.goog/land-use-diets

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Di Dott. Gabriele Bernardini

Biologo, nutrizionista, toscano

11 commenti

  1. Pongo una questione fondamentale, secondo me.
    Quella delle superfici a pascolo utilizzate dai ruminanti e dagli erbivori.
    Chi si occupa di agricoltura sa che tali sono, nella stragrande maggioranza dei casi, le superfici che non hanno trovato una più redditizia utilizzazione agricola.
    E’ quindi verosimile che la mancata utilizzazione di tali superfici porterebbe semplicemente al loro abbandono e alla graduale riforestazione naturale.

    Peraltro, il ruminante e gli erbivori allevati al pascolo (assieme a quelli selvatici) svolgono in realtà un ruolo straordinariamente importante per l’intero eco-sistema: dalla luce solare, tramite la fotosintesi (crescita della vegetazione da pascolo) ed i micro-organismi ruminali o ileo-cecali (fermentazione e utilizzazione della cellulosa vegetale), sono in grado di offrire alla catena trofica della terra (predatori e saprofiti, uomo compreso) nutrimenti di elevatissimo pregio proteico ed energetico: la carne ed il latte.

    Altra e ben diversa cosa sono gli allevamenti intensivi di ruminanti ed erbivori, nella cui dieta tende a prevalere l’apporto di alimenti vegetali a base di amido-unica fonte energetica da polisaccaridi per i non ruminanti- e legumi alto-proteici: questi ultimi allevamenti andrebbero primariamente “banditi” assieme a quelli dei monogastrici (maiale) e degli avicoli che sono direttamente in competizione con l’uomo nella utilizzazione di alimenti di origine vegetale.

    1. Tutto ciò è esattamente il contrario di ciò che viene suggerito dalle grandi organizzazioni sovranazionali.

      Il terreno è un BENE che venga riforestato prima di tutto.

      Che siano intensivi o estensitvi gli allevamenti vanno ridotti perché i ruminanti emettono un sacco di gas serra. Inoltre quelli che pascolano in modo estensivo sono peggiori! Perché usano molto terreno che potrebbe essere ricollocato. Tutto sbagliato quindi 😊

      1. Mai stato su una malga o alpeggio? Evidentemente no. Sole+CO2+terreno+acqua del cielo (neve o pioggia)=erba
        erba+ruminante=latte e carne e letame
        letame+terreno=humus
        humus=terreni più fertili e fissazione del carbonio.

        Più naturale ed ecocompatibile di così…non lo so.

        È che, come sempre, risulta molto più semplice andare avanti con slogan, piuttosto che cercare, con pazienza ed umiltà, di documentarsi… Le soluzioni non sono mai semplici e tutte da una parte.

        1. Cioè tu sotto a un articolo ZEPPO di riferimenti e dati vieni a dirmi che parlo per slogan? 😊 Non hai neppure idea delle proporzioni. Le emissioni dei ruminanti sono enormemente maggiori del carbonio che potrebbe essere fissato nuovamente con un po’ di erba. Sono le foreste SENZA ruminanti che possono fare qualcosa. Ma ripeto, tu l’articolo NON l’hai letto. E questo non lo capisco. Va bene essere convinti per motivi di interesse o convinzioni di vita ma allora uno sta zitto, non viene a contestare in un posto dove ci sono quintali di dati a supporto e che dicono esattamente il contrario di quanto affermi.

        2. Secondo lei le malghe in che parte contribuiranno alla produzione di carne bovina mondiale? Possono essere prese a modello in un’analisi che parla del mondo intero?
          Terreni più fertili, per farci cosa? Altri pascoli per altre vacche? Che vantaggio c’è per la natura?
          “Naturale” per lei cosa significa? A me risulta che l’allevamento sia per definizione un’attività dell’uomo.
          “Pazienza ed umiltà” rimproverati ad un articolo con decine di riferimenti a studi seri e professionali?

  2. Grazie per l’enorme lavoro di documentazione svolto, dottor Bernardini.
    Mi chiedo solo come possa la carne essere conveniente economicamente, visto il dispendio di risorse che richiede! Forse i governi dovrebbero interrogarsi sui sussidi che erogano.

  3. Anni fa (tanti, 25 circa) stavo viaggiando in India per lavoro. Mi accompagnava un dirigente del mio cliente, un signore istruito e garbato, come spesso accade in India. Parlavamo di cibo, e gli chiesi come mai mangiassero per lo più pollo.
    Con pazienza divertita mi spiegò come non poteva essere diversamente in rapporto alla popolazione e alla estensione dell’India, facendo il classico “conto della serva” di cosa voleva dire far mangiare bistecche a tutti loro.
    Tempo dopo, eravamo in Italia (Veneto), in viaggio nelle campagne, rigogliose di colture: riprese il discorso, facendomi riflettere che di fatto quasi interamente servissero a nutrire gli allevamenti (chi ha mai mangiato della soia?)
    Fatto sta che ho smesso (molto gradualmente) a mangiare carni allevate, spostandomi su (poche) carni bianche verdure cereali legumi ecc. Alla fine ora mangio come mangiavano i miei nonni (contadini).
    Dovrebbero insegnarlo nelle scuole: è un tarlo (benefico) che alla fine fa il suo lavoro. Grazie per averlo riassunto in modo efficace.

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